L’assalto alle coste italiane e i nuovi barbari

Dal blog https://volerelaluna.it

28-07-2026 – di: Romeo Farinella

Il negazionismo climatico continua a manifestarsi nelle dichiarazioni di leader politici, governi e movimenti che minimizzano la crisi climatica, ne mettono in discussione le cause antropiche o contrastano apertamente le politiche di decarbonizzazione.

Esiste però una forma di resistenza ancora più insidiosa, perché meno appariscente e spesso socialmente accettata: quella di chi riconosce formalmente la gravità della crisi climatica ma rinvia sistematicamente le decisioni necessarie per affrontarla. È ciò che una parte della letteratura scientifica definisce climate delay o climate inaction.

L’inattivismo climatico non consiste nel negare la crisi, bensì nel governarla attraverso il rinvio. Si fissano obiettivi lontani nel tempo, si moltiplicano gli annunci e le dichiarazioni di principio, si celebrano interventi simbolici, mentre le decisioni realmente capaci di modificare i modelli di sviluppo vengono continuamente procrastinate.

Il ritardo diventa così una precisa scelta politica: non l’assenza di decisioni, ma una modalità di governo che consente di preservare gli equilibri economici esistenti senza assumere il costo delle trasformazioni richieste dalla comunità scientifica.

Questa forma di inattivismo assume molteplici espressioni: i ritardisti, che spostano sempre più avanti le scelte impegnative; i protagonisti del greenwashing, che trasformano la sostenibilità in strategia di comunicazione; e coloro che usano il linguaggio della transizione ecologica per intercettare risorse pubbliche senza mettere in discussione i modelli che hanno prodotto la crisi.

Il consumo di suolo lungo le coste italiane rappresenta una delle manifestazioni più evidenti di questo inattivismo. Da anni documenti europei, strategie nazionali e programmi regionali affermano la necessità di arrestare il consumo di suolo, tutelare la biodiversità, rafforzare la resilienza dei territori e adattare città e paesaggi agli effetti del cambiamento climatico.

Eppure, continuano a essere proposti e autorizzati nuovi resort, villaggi turistici, porti turistici, parcheggi e urbanizzazioni che compromettono dune, pinete, zone umide e altri ecosistemi costieri tra i più fragili del Paese.

La contraddizione appare ancora più evidente quando queste scelte vengono assunte in territori amministrati da forze politiche che si richiamano ai valori dell’ambientalismo e della sostenibilità. Anche in realtà come l’Emilia-Romagna, dove la sensibilità ambientale è parte integrante del discorso pubblico, continuano a essere sostenuti o autorizzati interventi che consumano suolo e trasformano gli ecosistemi costieri in rendita immobiliare e turistica.

L’estrattivismo, del resto, non riguarda soltanto l’estrazione di petrolio, minerali o altre risorse naturali. È un paradigma economico e culturale che considera il territorio come un capitale da valorizzare e monetizzare, subordinando il valore ecologico, paesaggistico e sociale dei luoghi alla loro redditività.

Anche il consumo di suolo costiero risponde a questa logica: trasforma il paesaggio in merce, la natura in rendita, il territorio in un bene da sfruttare anziché in una comunità vivente da custodire.

Parlando di classe dirigente non mi riferisco solo ai “politici” ma all’insieme dei soggetti che, attraverso il potere politico, economico, amministrativo, tecnico e culturale, determinano le principali scelte collettive di una società, compresi coloro che avrebbero gli strumenti per orientare il dibattito pubblico ma preferiscono tacere, rinunciando alla funzione critica che il proprio ruolo comporterebbe.

La devastazione del litorale italiano non è stato il risultato esclusivo di decisioni politiche o imprenditoriali ma è anche il prodotto di un lungo silenzio di una parte della classe dirigente – professionale, accademica, culturale e amministrativa – che, pur disponendo delle conoscenze necessarie per comprenderne le conseguenze, ha preferito non mettere in discussione un modello di sviluppo fondato sulla rendita immobiliare e sul consumo di suolo.

Antonio Gramsci sostiene che una classe dirigente non detiene soltanto gli strumenti economici e finanziari e il potere politico ma è anche in grado di costruire una egemonia culturale. Credo però che una classe dirigente non si definisca soltanto per il potere che esercita, ma soprattutto per la capacità di anticipare i problemi collettivi e di assumersi la responsabilità di orientare il futuro.

Se rinuncia a questa funzione critica, limitandosi ad amministrare il presente o a difendere interessi consolidati, cessa di essere dirigente e diventa semplicemente classe dominante, e questo è uno dei punti che mi porta a pensare che in fondo la nostra democrazia stia subdolamente assumendo, sempre più, una connotazione autoritaria.

Le manifestazioni di Tirana di questi giorni, definite La rivoluzione dei fenicotteri

In Albania la rivoluzione dei fenicotteri ha reso evidente un processo di appropriazione neoliberista del territorio determinato da: finanziarizzazione della natura, urbanizzazione turistica di lusso, architettura iconica come costruzione del consenso, rendita come motore dello sviluppo. La rivolta nasce come contrasto al progetto turistico-immobiliare associato alla famiglia Trump lungo la costa di Zvërnec-Narta e sull’isola di Sazan.

In Italia sono emerse situazioni analoghe ma che non hanno stimolato reazioni comparabili.

In Emilia-Romagna, Lido di Dante è diventato uno dei casi più emblematici del dibattito sul futuro delle coste italiane. Con una variante al Piano Urbanistico Attuativo approvata nel 2026 a ridosso della pineta e del Parco del Delta del Po si rianima la cementificazione del lido e del territorio ravennate in una zona delicata interessata da due riserve naturali. Il paradosso è che si applicano nel 2026 previsioni urbanistiche anacronistiche nate venti o trent’anni fa, quando la crisi climatica, l’accelerazione della subsidenza e l’innalzamento dei mari non erano drammaticamente evidenti come oggi.

Nel litorale comacchiese, il progetto tra Porto Garibaldi e il Lido degli Scacchi, ribattezzato da Legambiente “l’ottavo lido”, prevede la trasformazione di un’area verde e agricola di circa 32 ettari in un nuovo comparto turistico-residenziale. Legambiente ha contestato la scelta di cementificare l’ennesimo tratto di litorale in una zona a fortissimo rischio di sussidenza, erosione costiera e cuneo salino.

In Puglia, a Ostuni, è previsto un resort di lusso della catena Four Seasons, promosso dal gruppo Omnam Investment e associato dalla stampa internazionale a Bill Gates; le contestazioni riguardano il consumo di suolo e il ricorso alle procedure semplificate della Zona Economica Speciale.

In Sardegna, il caso di Tavolara (Cala Finanza) ha avuto un esito positivo: dopo un’intensa mobilitazione pubblica, nel luglio 2026 l’Autorizzazione Unica è stata revocata, fermando un intervento di alta gamma prospiciente l’Area Marina Protetta di Tavolara-Punta Coda Cavallo.

Infine, Jesolo, un caso emblematico della progressiva trasformazione della costa in un prodotto immobiliare: negli ultimi vent’anni la città ha affidato la propria rigenerazione a una successione di grandi progetti firmati da archistar internazionali che alimentano la continua espansione immobiliare del litorale.

Presi singolarmente, questi interventi possono apparire come vicende locali con dinamiche tra di loro diverse. Considerati nel loro insieme, delineano invece un modello ricorrente: in tutti i casi la crisi climatica non viene negata, ma formalmente riconosciuta nei documenti strategici e nei discorsi pubblici.

Ciò che viene rinviato è la conseguenza logica di quella consapevolezza: la rinuncia a un modello di sviluppo fondato sulla continua urbanizzazione delle coste. È in questa distanza tra conoscenza e azione che si manifesta l’inattivismo climatico.

Gli “inattivisti climatici” ricordano, almeno in parte, gli ignavi della Divina Commedia.

Non perché siano incapaci di agire, ma perché rifiutano di assumersi fino in fondo la responsabilità delle conseguenze di quanto dichiarano. Conoscono la gravità della crisi climatica, sottoscrivono strategie, piani e dichiarazioni d’intenti, ma quando sono chiamati a tradurre quella consapevolezza in scelte concrete prevalgono il rinvio, la deroga e il compromesso.

Se gli ignavi di Dante inseguivano un’insegna priva di significato, gli inattivisti inseguono la sirena neoliberista, ovvero un paradigma di sviluppo che antepone l’interesse del privato alle ragioni del bene pubblico, pur sapendo che è tra le principali cause della crisi ecologica.

Portogaribaldi, i lavori in corso de l’Ottavo Lido

In homepage: Jesolo Design District, Torre progettata da Richard Meier

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