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17 Giugno 2026 Piero Orteca
La politica estera di Trump ha messo in piedi l’ennesimo baraccone diplomatico fatto di molte chiacchiere e poche certezze. I problemi di fondo della regione del Golfo Persico restano irrisolti. Lui guadagna solo tempo e scappa dopo avere rotto i vetri con una pallonata tirata a casaccio, mentre gli ayatollah ora si fanno pagare i danni. E ancora non abbiamo visto niente
È solo un ‘cessate il fuoco’
Chiamiamo le cose per quelle che sono, e non per come le vogliamo fare apparire: il Memorandum of Understanding (MoU) di Islamabad, come tecnicamente viene definito nello slang diplomatico l’accordo Usa-Iran, sulla carta è solo un “cessate il fuoco” di 60 giorni. Sul modello (assai discutibile) che abbiamo già visto per Gaza.
Solo che, questa volta, dall’altro lato della barricata non ci sono torme di profughi palestinesi, laceri, affamati e disperati. No. C’è invece un regime vivo e vegeto, duro, sottovalutato, che per certi versi esce addirittura rinforzato grazie al successo della sua ostinata resistenza. Un regime armato fino ai denti, arroccato su una posizione strategica che, dominando il collo di bottiglia di Hormuz, gli consente di tenere in pugno persino un energumeno come Trump.
Quella generata dalla crisi iraniana è una situazione di stallo insostenibile, prima di tutto per gli Stati Uniti e, a seguire, per l’intero mondo occidentale, le cui economie stanno già pagando un prezzo salatissimo. Intendiamoci, anche Teheran è in ginocchio. Ma là il regime non ha problemi di controllo del consenso e può permettersi di continuare a stringere la cinghia.
Il “gioco” infatti era: chi crolla per primo?
Beh, basta guardare i sondaggi di RealClearPolitics sul “job approval” di Trump e il bollettino di guerra sull’inflazione americana, per capire chi ha vinto e chi ha perso. E, non a caso, la trattativa chiusa in quattro e quattr’otto dimostra in modo eloquente chi aveva più premura. Trump voleva scappare dal Golfo Persico ed era pronto a firmare qualsiasi cosa, concedendo (o quasi) di tutto e di più. Infatti, è finita proprio così e ora spetta ai suoi vari “press officers” e “ghost writers” abbellire il rospo, per farlo ingoiare a tutti i suoi stralunati compatrioti e alleati europei.
L’accordo visto da Teheran
Illazioni, spifferi, ipotesi, vaticinazioni: il misterioso contenuto del “MoU” sembra uscito da un antico codice benedettino. Tutti l’hanno visto, ma nessuno lo sa descrivere “esattamente”. Forse perché alcuni passaggi potrebbero sembrare paradossali, se è vero che si è fatta una guerra per ottenere cotanti risultati.
Si, perché di sicuro con l’Iran si stava meglio quando si stava peggio, ai tempi di Obama. Poi Netanyahu costrinse Trump (al suo primo mandato) a rimangiarsi il Trattato sul nucleare, compresi carta e inchiostro, e da lì in poi non si è avuta più pace.
Dunque, adesso, come un pugile suonato, il Presidente cerca di abbandonare il ring con un “no contest”. Ecco cosa sarebbe disposto a concedere, secondo Teheran Times, pur di non vedere più il Golfo Persico nemmeno in cartolina: “Sebbene i dettagli del protocollo d’intesa non siano stati pubblicati – scrive il giornale degli ayatollah – il ritiro delle forze statunitensi dalle vicinanze dell’Iran, la revoca delle sanzioni contro l’Iran, i risarcimenti per i danni causati dalla guerra tra Stati Uniti e Israele e la futura gestione dello Stretto di Hormuz saranno oggetto di discussione nei prossimi colloqui”.
Dall’uranio a Hormuz
“Per quanto riguarda il nucleare – prosegue Teheran Times – sebbene le scorte iraniane di uranio arricchito al 60% possano essere diluite a livelli inferiori, adatti all’uso civile, all’interno del Paese per favorire la buona volontà, il materiale stesso non verrà mai trasferito al di fuori del territorio iraniano e le principali infrastrutture di arricchimento del Paese rimarranno interamente intatte sul suolo sovrano.
Il destino dello Stretto di Hormuz, poi, è nelle mani della sola sovranità territoriale di Iran e Oman, le cui acque territoriali, sovrapposte, abbracciano l’intera via navigabile, non lasciando spazio ad acque internazionali o a diktat stranieri.
L’Iran e l’Oman detengono il diritto legale esclusivo di gestire e proteggere questo vitale punto strategico, compreso il diritto di riscuotere tariffe per i servizi marittimi dalle navi in transito, a titolo di compenso per i servizi di ricerca e soccorso, protezione ambientale e infrastrutture di navigazione.
Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato lunedì che potrebbero essere applicate delle ‘tariffe’ alle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz. Secondo il quadro di accordo in 14 punti recentemente finalizzato da Pakistan e Qatar – ricorda infine il quotidiano – il Libano è esplicitamente incluso nell’intesa, con entrambe le parti che dichiarano la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti”.
Teheran canta vittoria e precisa
La firma ufficiale del “MoU” di Islamabad, fissata per venerdì a Ginevra, è stata confermata ieri anche da parte iraniana, con il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi che ha messo già le mani avanti. In sostanza, ha detto il diplomatico, quello di Ginevra sarà solo l’apertura di una cornice negoziale che dovrà proseguire “mentre noi non abbasseremo la guardia, memori delle passate esperienze nelle quali Washington non ha onorato i suoi impegni, per questo continueremo a trattare senza fidarci troppo”.
Grande soddisfazione, come riportato dall’agenzia Fars, è stata espressa dal Presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, il quale ha voluto sottolineare che proprio le reazioni negative suscitate in Israele dalla notizia dell’accordo, ne testimoniano il suo successo per l’Iran. Di particolare importanza è stata un’altra precisazione del Presidente sciita: Pezeshkian ha ricordato che la chiusura del “MoU” è frutto della collaborazione tra tutti i poteri dello Stato, comprese le forze armate.
Ma, soprattutto, che la stesura del memorandum è stata supervisionata (ricevendo la relativa autorizzazione) dalla Guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Una precisazione non di poco conto, che testimonia la preoccupazione di Pezeshkian di dimostrare come la trattativa abbia avuto l’avallo di tutte le componenti del regime, dai “moderati” agli “intransigenti”. Anche se non sembra sia proprio così.
Libano: la svolta cruciale
Ma come si è sbloccata la trattativa che, a un certo punto, stava per saltare dopo l’attacco su Beirut deciso da Netanyahu? Ecco quello che scrive Teheran Times: “Secondo il Pakistan, che ha contribuito a mediare la tregua dell’8 aprile tra Iran e Usa, l’accordo prevedeva la cessazione degli attacchi israeliani in Libano.
In seguito al bombardamento della zona a maggioranza sciita di Beirut, l’Iran ha minacciato di effettuare rappresaglie contro Israele. Citando una fonte vicina al team negoziale iraniano, il rapporto afferma che il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha approvato sabato la struttura generale del memorandum d’intesa.
La fonte ha affermato, tuttavia, che gli attacchi israeliani nella zona di Dahiyeh, che hanno oltrepassato le linee rosse iraniane, hanno cambiato la situazione. L’agenzia di stampa Fars ha aggiunto che l’Iran si stava preparando ad attacchi su larga scala contro Israele da più fronti e che i negoziati si stavano avviando verso la sospensione.
A questo punto – afferma Teheran Times – Il Presidente Donald Trump ha offerto delle concessioni in cambio della promessa da parte dell’Iran di astenersi dall’attaccare Israele, convincendo così la squadra negoziale che l’accordo avrebbe servito sia gli interessi nazionali dell’Iran sia quelli del popolo libanese.
Secondo il rapporto, le concessioni includevano la revoca immediata del blocco navale statunitense – in sostituzione del precedente accordo di 30 giorni – la fine della guerra e delle operazioni militari su tutti i fronti in Libano e il rispetto dell’integrità territoriale del Paese, eliminando così gli ostacoli rimanenti alla firma del Memorandum d’intesa”.
Un vero colpo di teatro dell’ultimo minuto, che ha vanificato (per ora) gli sforzi di Netanyahu di sabotare i negoziati.