Starmer se ne va,  il Labour cambia (solo un po’)

Dal blog https://jacobinitalia.it

Lorenzo ZamponiSalvatore Cannavò 23 Giugno 2026

Il premier laburista rassegna le dimissioni. Aveva promesso una svolta che non c’è stata e ora si prepara Andy Burnham con un programma di compromesso sociale che chissà se avrà i margini per reggere. Un’ulteriore conferma delle ambiguità della socialdemocrazia europea che parla anche all’Italia

La fine ingloriosa di Keir Starmer, che lunedì 22 giugno ha annunciato le sue dimissioni dopo un tracollo di consensi senza precedenti nella storia politica britannica, dovrebbe insegnare molto alla sinistra europea e internazionale.

Perché Starmer non è un Blair né un Renzi. Non è un esponente della destra laburista, l’ultraliberista che prende la socialdemocrazia tradizionale e la vuole trasformare in qualcosa di completamente diverso. Starmer era un esponente della cosiddetta «soft left», la sinistra moderata del Labour.

Fu eletto nel 2020 alla leadership del partito e nel 2024 al governo del paese con una linea che prometteva di mantenere l’ancoraggio a sinistra e gli assi politici principali dell’era di Jeremy Corbyn, correggendone gli eccessi e rendendoli più digeribili all’elettorato e all’establishment. Se volessimo fare un paragone italiano, si parva licet, potremmo dire che è stato il Nicola Zingaretti inglese, colui cioè che dopo la gestione di Matteo Renzi e dopo la dannosa segreteria di Enrico Letta, ha leggermente spostato a sinistra il Pd finendo travolto dalla sua scarsa audacia.

Rispetto al corbynismo, Starmer prometteva di andare «adelante, con juicio», di cercare una «Quarta Via» (titolo del libro con cui i parlamentari post-renziani del Pd Filippo Sensi e Lia Quartapelle ne celebrarono la vittoria), a metà tra la socialdemocrazia radicale di Corbyn e il liberismo blariano.

Non è andata per nulla così, com’era ampiamente prevedibile e previsto.

Il governo Starmer si è comodamente adagiato sul blairismo fuori tempo, superandolo a destra su temi come sicurezza, immigrazione, repressione, e non mostrando sostanzialmente nulla degli avanzamenti sul piano del welfare e delle opportunità economiche che i governi Blair, pur nell’impostazione generalmente liberista, avevano portato.

Il punto è che quello blairiano era un patto sociale neoliberista: competere per arricchirsi.

Ora che non esiste alcuna promessa di crescita nella competizione interna ed esterna, ora che il neoliberismo non ha più alcun dividendo da distribuire, ne è rimasta solo la faccia peggiore. L’idea che fosse necessaria una correzione di rotta e non un ripensamento di fondo.

Il peso della Brexit

Questa osservazione viene declinata sempre più frequentemente con il peso della Brexit sulla politica britannica. E questo è un dato di cui tenere conto perché molti rapporti, sondaggi e analisi concordano sul fatto che l’economia del Regno Unito sia rimasta ferma a seguito dell’abbandono dell’Europa.

Tra i punti maggiormente sottolineati il fatto che il Pil britannico nel 2025 sia del 6-8% inferiore a quanto stimato se fosse rimasta dentro l’Ue (Nicolas Bloom, 2025): il crollo delle micro-esportazioni in Europa non compensato da guadagni adeguati nelle esportazioni nel resto del mondo mentre invece l’Ue assorbe ancora il 41% delle esportazioni britanniche.

Di fatto, il progetto della Global Britain non si è affermato, nemmeno sul fronte finanziario dove la City non è stata svuotata, ma ha mantenuto il suo peso specializzandosi, ad esempio, sui derivati. Sul piano finanziario complessivo, però, la Brexit ha aiutato al rafforzamento degli Stati uniti che hanno potuto maggiormente competere con l’Ue nonostante la loro già rilevante forza. 

Tutto questo non significa però che la causa della crisi a sinistra sia stata la Brexit, per quanto dall’anno della sua deliberazione mediante referendum la Gran Bretagna abbia visto succedersi sette premier in dieci anni. E questo nonostante il tanto osannato sistema elettorale più stabile al mondo: l’uninominale maggioritario in cui il primo che arriva nel collegio elettorale viene eletto.

Ma i problemi erano presenti anche prima: deindustrializzazione, riduzione delle esportazioni di servizi, costo della vita, temi che avevano messo in difficoltà l’alleanza tra i Conservatori di David Cameron e i liberali con cui aveva dato vita al primo governo di coalizione britannico. Proprio per ovviare alla sua incapacità di affrontare i problemi di fondo, Cameron aveva deciso, da ostile alla Brexit, a dare il via al referendum che ne ha poi decretato la scomparsa politica. 

Il punto risale quindi alle politiche di fondo, e da questo punto di vista sembra chiaro che il capitalismo britannico fatica a trovare un suo equilibrio nello scontro globale in corso – abbandonare l’Ue per non accasarsi con gli Usa, per dirla schematicamente – e i partiti politici vengono sollecitati dall’establishment finanziario a farsi carico di questo problema perseguendo politiche pro-imprese e insensibili alle condizioni di vita più disagiate.

Un chiaro esempio di questo scontro è visibile nella polemica ingaggiata dal Financial Times contro le pur blande innovazioni promesse dal probabile futuro leader del Labour Andy Burhnam, che nella stessa giornata delle dimissioni di Starmer ha giurato come parlamentare dopo essere stato eletto il 18 giugno alle elezioni suppletive del collegio di Makerfield. 

Il futuro con Burnham

A essere preso di mira di Burnham è un articolo apparso a maggio sul Times in cui l’ex sindaco della Grande Manchester, scorrendo una serie di osservazioni sulla campagna elettorale di Makerfield da parte dell’ex premier, sostiene che si sarebbe aspettato «che emergesse il tema principale delle conversazioni porta a porta a Makerfield.

Il calo del tenore di vita di milioni di persone e la realtà che la vita si è fatta più difficile per la maggior parte di loro di anno in anno dal crollo finanziario del 2008, è, a mio avviso, la grave lacuna nella sua analisi».

Aggiungendo poi che «questo è stato il principale fattore scatenante della turbolenza politica che descrive e del crollo del sostegno ai partiti tradizionali di destra e di sinistra, qui e nel resto del mondo». Un inquadramento molto lucido, e si potrebbe dire scontato, dell’impennata costante che hanno avuto le forze dell’estrema destra, siano esse il Reform di Nigel Farage o le squadre anti-sistema e para-fasciste organizzate da Tommy Robinson

E così viene fuori la critica principale: «Il governo laburista [di Tony Blair, ndt] di cui sono stato orgoglioso di far parte, ha compiuto molte cose positive. Tuttavia, non ci ha allontanato dalla direzione tracciata da Thatcher».

Il punto, continua Burnham, è che «La teoria economica del “trickle-down” (gocciolamento) alla fine non ha avuto un grande effetto» mentre la lezione che egli trae dalla sua esperienza decennale alla guida della Grande Manchester «è che non ci si può semplicemente affidare al mercato, come sembra suggerire il saggio di Tony.

Se si desidera una crescita maggiore in aree che ne sono carenti, è necessario un forte controllo e una chiara direzione da parte del settore pubblico sia sulla strategia di investimento sia sui fattori abilitanti di un’economia più produttiva, come i trasporti, l’energia, l’acqua, l’istruzione e gli alloggi»

Qui c’è il succo del pensiero del nuovo, probabile, leader laburista che secondo un articolo di Le Monde di qualche giorno fa, sostanzia il suo socialismo «manchesteriano» con l’idea di un «intervento pubblico che sposa le preoccupazioni pro-crescita e quelle a favore della creazione di posti di lavoro».

Il termine «manchesteriano» deriva dai mentori di Burnham, Richard Leese, leader laburista del consiglio comunale di Manchester tra il 1996 e il 2021, e Howard Bernstein, capo dell’amministrazione cittadina, «che ha lavorato al suo fianco per trent’anni» e da cui è partito un progetto di «rigenerazione» della città basato sullo «sviluppo della cultura, della musica, del calcio, della scena gastronomica, per riportare la gente nel centro città». La scelta della famiglia reale di Abu Dhabi di acquistare il Manchester City ha dato una forte spinta a questo sviluppo e a questa dinamica, non esente da contraddizioni. 

Ecco da dove viene la rivendicazione di Burnham nel rispondere a Blair: «Siamo orgogliosi di essere al primo posto al mondo ad aver ribaltato una delle più grandi eredità di Thatcher: la deregolamentazione del trasporto pubblico su autobus». Sempre in dialogo con Blair ribadisce anche che «Tony ha ragione a dire che abbiamo bisogno di una riforma del welfare e che il numero di giovani che percepiscono sussidi è troppo elevato, ma come si può risolvere questo problema se le persone non possono permettersi di raggiungere corsi di formazione, posti di lavoro e opportunità?».

Ancora: «Abbiamo bisogno di un massiccio trasferimento di potere, risorse e personale alle autorità locali e di quelle regionali per creare maggiore autonomia a livello locale, potenziare il settore comunitario e del volontariato e rendere la crescita sostenibile una realtà ovunque». Infine: «Abbiamo costruito un approccio favorevole alle imprese e una nuova cultura politica che potrebbe far parte del piano per il futuro del paese, una politica più collaborativa a Westminster che crei una piattaforma stabile per alcuni dei cambiamenti strutturali a lungo termine di cui il paese ha bisogno. In altre parole, una nuova politica per costruire una nuova economia».

Come si vede si tratta di un programma di compromesso, neanche del tutto socialdemocratico visto l’ampio spazio occupato dalle politiche per le imprese. Ma questo basta a far lanciare l’allarme al Financial Times con il suo editorialista di punta, Martin Wolf, che, scorrendo la risposta a Tony Blair, così conclude: «Eppure, se Burnham vuole avere successo dove il suo predecessore ha fallito, dovrà costringere sia il suo partito che se stesso ad affrontare scelte difficili.

Il Partito Laburista non crede che gli incentivi contino davvero. Invece contano. Il Partito Laburista non crede che una maggiore spesa pubblica comporti tasse più alte. Invece sì. Lo stesso Burnham sembra pensare che l’intervento statale accelererà facilmente la crescita. Non è così. Burnham sembra anche credere che governare Manchester sia come governare la Gran Bretagna. Non lo è. Starmer ha dimostrato che cedere agli istinti del “Vecchio Partito Laburista” non funziona. Burnham oserebbe davvero essere più coraggioso?».

Laddove Wolf rimprovera a Starmer di aver ceduto al «vecchio Labour», qui si sostiene l’opposto: proprio per non aver seguito con decisione una strada di rottura, e aver invece ceduto alle politiche «pro-businness» per sostenere un’economia claudicante, Starmer non ha offerto quel cambiamento che chi ha perduto potere economico e agibilità dalla globalizzazione, dalla crisi economica del 2007-2008 e poi dalla Brexit, richiede ormai da oltre dieci anni. E lo stesso Burnham, nel momento in cui auspica un primo parziale cambiamento, viene richiamato all’ordine. 

Del resto è quel che abbiamo visto accadere già in Italia, non solo con Zingaretti ma anche con Pierluigi Bersani quando da segretario del Pd fece nascere il governo iper-liberista di Mario Monti. Non basta pensare che il problema sia l’anomalia – i Blair, i Veltroni, i Renzi – e non invece la mutazione profonda della socialdemocrazia europea, che ha abbracciato il neoliberismo quasi all’unanimità.

Il punto è che non basta dire «abbiamo esagerato, non lo faremo più». Il tema non è morale. Il tema è politico e sociale: qual è la lettura della realtà di oggi che la sinistra fa. Qual è il bilancio dei decenni della globalizzazione neoliberista e di quello della crisi economica.

Il punto è che, come ha spesso detto Bernie Sanders, nella fase presente «there is no middle ground». Non si può dire oggi «agenda Monti con un po’ di equità» – per citare appunto il Bersani d’antan – oppure «agenda Draghi» come fece scelleratamente Enrico Letta nelle elezioni del 2022. Oggi serve scegliere. Se non stai, con un minimo di coraggio, da una parte, stai dall’altra. 

*Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra(Piemme, 2023). Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino, 2019).

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.