Il gigante Guccini e il suo album perfetto

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Antonio Montefusco 7 Agosto 2026

«Amerigo», del 1978, è il disco che racchiude la poetica del cantautore di Pavana: l’impasto tra socialismo e fatalismo, gli antenati emigranti, il sogno americano, l’ironia

A guardarlo da sotto il palco, rigorosamente seduti, Guccini sembrava un gigante, una di quelle divinità nordiche che sono buffe e invece dovrebbero far paura. A Bologna si era bevuto Fernet in suo onore, a chiudere il pranzo da Vito, dove lo avevamo visto mangiare un bollito con una ragazza giovane, e ci eravamo detti che era la figlia (solo pochi esperti conoscevano qualcosa della sua vita, al di fuori di quello che aveva raccontato negli album più privati degli anni Ottanta). All’attacco di Amerigo, lunghissima, bisognava respirare profondo; il racconto era preciso, e chi, come lui, aveva fatto le magistrali e l’università di Lettere (senza la tesi), capiva che la cosiddetta canzone «d’autore» era soprattutto uno strumento indispensabile di fotografia del presente, un concentrato di concetti orecchiati dalla cultura cosiddetta alta e di musica liberata dalle alchimie di mercato, semplificata fino a una chitarra solitaria e una voce piena e rauca di sigarette e di vino spunto fino all’aceto. 

La Bologna busona dove Sartre pontificava si faceva calpestare, sul seminato alla veneziana dei portici-loggia, dal passo deciso di Umberto Eco che, con uno sguardo sornione e una barba presto striata, smontava pezzo a pezzo il lego di quella cultura alta, scrivendo di Rita Pavone e del Superuomo di massa. 

Insomma, Eco recensiva le canzonette proprio come il Roland Barthes di Via Paolo Fabbri 43. Ma la cosa che ci impressionava di più era la somiglianza fisica tra i due: quel misto di erudizione e ironia, quei riferimenti buttati lì perché noi ascoltatori, smontato il vinile o il cd, ci mettessimo a leggere, un po’ come con le note alla fine dei libri di saggistica. Dentro l’alba e nel mondo, la storia diventa micro-storia proprio negli anni Ottanta, quando Carlo Ginzburg e Giorgio Levi dirigevano la mitica collana omonima per Einaudi (1981-1991), e Guccini tirava fuori Metropolis (1981), dove appunto troneggiava la storia di Stefania, venditrice di souvenir a Venezia morta di parto, come in un’allegoria della città che sprofonda – la canzone Venezia era una cover (1979), ma è l’esempio di un modo di guardare alla società capace di cogliere nelle vicende minime una chiave per capire il mondo. 

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Che c’è di meglio della storia di Pietro Rigosi, il fuochista della Rete Adriatica che, nel 1893, scagliò una delle carrozze del treno 3541 ad altissima velocità per protestare contro l’ingiustizia del mondo? Diciamo meglio: La locomotiva faceva sfociare in canto tutta la pulsione del lungo ’68 italiano, traducendo quella pulsione in una storia di lunga durata che attendeva un compimento. Senza rinunciare alla scrittura, però: Guccini non sa che viso avesse, ma gli eroi «son tutti giovani e belli». Il verso è una citazione dantesca, ricorda Manfredi, lo sfortunato e ribelle figlio di Federico II «biondo […] bello e di gentile aspetto». Una rivoluzione, con la Commedia citata a memoria dai contadini dell’Appennino sotto il braccio.

La locomotiva era pubblicata nell’album Radici del 1972. Due anni prima era uscito La Buona Novella di Fabrizio De André. I due compagni di strada della contestazione avevano questa capacità di non lusingare il pubblico, ma di provocarlo e spingerlo dalla strada all’antropologia dell’uomo nuovo che ogni rivoluzione che si rispetti dovrebbe porsi l’obiettivo di costruire. Per De André quest’uomo si tesseva sulla carne viva di un Cristo umanizzato che rifiutava ogni giudizio e si apriva alla libertà più radicale. Per Guccini si trattava piuttosto di bilanciare lo slancio in avanti del gesto di Rigosi, il dubbio infantile della Bambina portoghese (contro ogni ortodossia delle sorti progressive) e la durezza di una storia familiare di provincia. 

Sulla copertina seppiata troneggiavano i bisnonni di Francesco Guccini con dietro i quattro figli, due maschi e due femmine. I maschi sono al centro; i cappelli dei due hanno una posa differente, e sembrano giocare con quello del bisnonno, che ha una falda in posizione trasversale. Il nonno di Guccini ha un viso quasi sorpreso, e il cappello con la tesa rovesciata; il prozio ha la testa dritta, e uno sguardo di sfida.

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IMMAGINARIO

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Billy BraggChristopher J. Lee Da che parte state?

Tutti gli amatori di Guccini conoscono il fratello minore del nonno Pietro. Si chiamava Enrico, ma a Pàvana, dove Francesco si è spento oggi, tutti lo chiamavano Merigo o Amerigo. Il destino del nome si disegna con il lungo viaggio nell’America delle Miniere che è raccontato, appunto, nella canzone Amerigo che dà il nome all’album del 1978, che sembra quasi presentarsi come la realizzazione figurale di Radici: lo zio sulla foto che diventa protagonista in carne e ossa, e l’anarchico fuochista della Locomotiva si trasforma nell’ironica nostalgia sessantottarda di Eskimo.

Amerigo diventa così l’album perfetto, che ha dentro tutto Guccini. La lunga storia di Merigo è sviluppata in un gioco di specchi che viene rivelato alla fine della lunga cavalcata. Francesco cerca di ritrovarsi nel volto dello zio, ma soprattutto sfida il sogno americano della sua generazione passandolo al vaglio della storia dell’emigrazione. 

Enrico parte con la rabbia di chi conosce il suo destino solo quando ha vent’anni – un eroe anche lui, «senza rughe» ma forse non giovane e bello. 

Ma quel mattino aveva il viso dei vent’anni senza rughe
E rabbia ed avventura e ancora vaghe idee di socialismo
Parole dure al padre e dietro tradizione di fame e fughe
E per il suo lavoro, quello che schianta e uccide: il fatalismo.

Mettere in rima socialismo e fatalismo è quanto di più gucciniano si possa immaginare, una bomba nell’immaginario del 1978, mentre Bologna, la sua Bologna delle osterie popolari fuori porta, era stata piegata e addormentata dai proiettili dei poliziotti di Cossiga. Merigo parte sbattendo la porta, passa per Le Havre e sente prima l’odore «di olio e mare» – il battello arrugginito al largo del Mare ferroso del Nord – e poi l’odore «della polvere della mina». Da qui il contrasto tra il dream dei «denti bianchi» sulle copertine di Life e degli eroi dei fumetti (con quel Fort Apache pronunciato in maniera infantile, ma corretta, «Fortapàce»…) e gli «anni da prigione, di birra e di puttane» non potrebbe essere più violento. Ma soprattutto più capace di uno svelamento feroce.

La traccia 100, Pennsylvania Ave. è forse la canzone che, più delle altre, mostra come questo album sia un sofferto ripensamento degli anni di Radici. Guccini era partito negli Stati uniti nel 1970, con una ragazza statunitense conosciuta al Dickinson College di Bologna, dove Francesco, che pure aveva avuto i primi successi musicali, insegnava. L’indirizzo è forse inventato, anche se evoca subito la stazione ferroviaria di New York – ma anche il Pennsylvania, stato di miniere ed emigrazione e anche colonia dei Padri Pellegrini, sfuggiti alle persecuzioni religiose dell’Europa sotto la guida dei profeti protestanti più radicali. C’è l’amore alla Guccini, in 100 Pennsylvania Ave.: quella di Farewell e di Incontro (forse anche di Vedi cara), un amore non da canzonetta e da Sanremo, ma fugace, mai fermo, intensamente libero e poi oggetto di strazio e rimorso sottile (Canzone quasi d’amore, un inno straziante, finisce con la parola «grattarsi»). Ma il tema è serio, la canzone inizia dalla strada che va «sempre avanti ad occidente». La sua fidanzata americana si è tenuta fedele ai miti kennediani, e insegna agli indiani nel Maine in maniera quasi gratuita. Ma la «vita quasi pia» dei due figli dei fiori ha una rima di nuovo assai significativa, ed evoca e denuncia non solo l’imperialismo ma anche una forma di inconsapevole collaborazionismo dei buoni: «Fingendo o non sapendo proprio niente di quello che può ancora far la Cia / Santi dell’occidente, per gli Usa, e così sia». 

L’ironia è uno strumento di difesa ed emerge ancora più forte in Eskimo; gli ideali del ’63, la pace e papa Giovanni, diventano «ideali alla cogliona». Però non è un autodafé, né un rinnegamento: Guccini sa che «non è uno scherzo sapere continuare» ma soprattutto non vuole dare soddisfazione a quella vecchia generazione che aveva scambiato la ribellione per una scaramuccia tra borghesi liberali: 

Non voglio far felice proprio adesso tua madre che odiò l’italiano istrione
Quando disse a tuo padre che era un fesso, lui e il liberal-progresso, e urlò rivoluzione
Son cose spero che perdonerai com’io ti ho perdonato ormai a quest’ora
Come se fossi solo un piantaguai il «but i like him» che gli urlasti allora
Così ti canto ancora, in questa casa mia che sai e non sai.

In Amerigo questa riflessione retrospettiva si chiude con una delle canzoni forse più belle e più complesse di Guccini, che è Mondo nuovo, una riscrittura di Huxley che segna anche l’unica collaborazione con il fratello Pietro, autore del brano. Il futuro tecnologico (questi computers con una s ormai vintage) arriva troppo veloce, e Guccini si rifugia nell’impossibilità di capirlo, cambiando un po’ l’idea di Pietro, che invece era più ottimistica. In una mitica notte all’Osteria delle Dame, Pietro fece conoscere al fratello Claudio Lolli. Da questa triangolazione nacque quel capolavoro di Ho visto anche degli zingari felici. Pietro e Claudio cavalcheranno il futuro con quella incoscienza ribelle del ’77, che Guccini forse capì poco ma che accompagnò con un senso di protezione che solo i fratelli maggiori sono capaci di dimostrare.

A Dona, Aurora, e tutte le compagne con le quali ho cantato La Locomotiva.

*Antonio Montefusco insegna letteratura medievale all’Université de Lorraine.

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