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Riccardo Taddei 24 Giugno 2026
Chiamiamola con il suo nome, senza girarci attorno: quella pubblicata dal Corriere della Sera martedì 23 giugno non è un’intervista a Isaac Herzog. Esce mentre la Commissione ONU dichiara che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira da Israele. È un’operazione di propaganda istituzionale confezionata nella forma dell’intervista. Il presidente israeliano non viene interrogato: viene accompagnato.
Gli viene offerto uno spazio protetto in cui depositare i propri messaggi — l’Iran, Hezbollah, l’amicizia mediterranea, il turbamento per una petizione letteraria — senza che nessuno gli chieda conto di nulla che conti davvero. Le regole del genere giornalistico prevedono che l’intervistatore eserciti pressione, che verifichi le affermazioni, che segnali le contraddizioni. Qui non accade nulla di tutto questo. Il risultato è un testo che avrebbe potuto scrivere l’ufficio comunicazione della presidenza israeliana: formalmente dialogico, sostanzialmente monologico.

Il momento più rivelatore è quando Herzog dice agli italiani: “Siamo vicini nel Mediterraneo, siamo amici, i problemi dobbiamo discuterli come si fa tra amici”. Bella formula. Peccato che l’amico in questione presieda istituzionalmente uno Stato che da anni blocca sistematicamente l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza — cibo, medicine, carburante — condannando la popolazione civile a morire non solo sotto le bombe ma per fame e per sete. Un assedio che organizzazioni internazionali, relatori ONU e la stessa Corte Internazionale di Giustizia hanno definito in termini che non lasciano spazio all’ambiguità. Di questo, nell’intervista, non c’è traccia. Nessuna domanda sulle condizioni dei palestinesi. Nessuna domanda sugli aiuti bloccati. Nessuna domanda sulla carestia indotta. Settanta mila morti. Zero domande.
Ma quel lessico dell’amicizia non è innocente: è uno strumento. Israele ha sviluppato negli anni una dottrina sofisticata di lawfare diplomatico, l’uso sistematico del linguaggio della moderazione, del dialogo, della vicinanza tra popoli per neutralizzare preventivamente la pressione legale e politica internazionale.
Quando Herzog parla da amico, non sta cercando un confronto: sta costruendo un perimetro discorsivo dentro cui le domande scomode non trovano posto. L’intervistatore che accetta quella cornice senza interrogarla non è un giornalista neutrale: è un compartecipe di quella strategia. Il Corriere ha accettato la cornice. Senza una domanda di riserva.
Il profilo in box lo presenta come ex leader laburista, quasi a rassicurare il lettore: ecco un uomo di sinistra, un moderato, una voce ragionevole. Quello che il box non dice è che Herzog, da presidente, ha firmato ogni decreto militare, ha legittimato ogni operazione, ha coperto istituzionalmente ogni fase di una campagna che ha raso al suolo Gaza e ucciso 70.000 persone.
Parlare da amico agli italiani mentre si firmavano le bombe non è moderazione. È cinismo con una buona conferenza stampa.
Il giornalista non gli chiede nulla che conti. Cosa risponde alle misure cautelari della Corte Internazionale di Giustizia che ha riconosciuto il rischio plausibile di genocidio? Cosa pensa del mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per Netanyahu e Gallant? Come giudica l’assedio sistematico degli aiuti umanitari, configurabile come crimine di guerra? Perché Israele continua a bombardare ospedali, scuole, campi profughi? Niente. Silenzio. Cambio di argomento.
Il momento più oltraggioso arriva quando Herzog liquida la violenza dei coloni in Cisgiordania come opera di “un piccolo gruppo ai margini della società”. Piccolo gruppo. I coloni sono circa 700.000. Gli insediamenti sono illegali ai sensi del diritto internazionale — articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, ribadito da decine di risoluzioni ONU e dalla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024. La violenza dei coloni contro i palestinesi è documentata, sistematica, spesso coperta e armata dall’esercito israeliano. Chiamarla “margini” non è un’opinione politica: è una bugia. E il Corriere non la corregge, non la contesta, non la segnala nemmeno con una nota.
Questa è la “permission to narrate” teorizzata da Edward Said: il privilegio di presentarsi come interlocutore ragionevole, di fissare i termini del discorso, di essere intervistati anziché interrogati. Herzog non è un moderato della pace. È il presidente costituzionale di uno Stato sotto procedimento per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, il cui primo ministro è ricercato dalla Corte Penale Internazionale. Un uomo che firmava le bombe con la stessa mano con cui oggi parla di amicizia mediterranea e si dice turbato per una petizione letteraria.
Il Corriere gli ha offerto una tribuna. Non ha fatto giornalismo. Ha semplicemente fornito una comoda opportunità di propaganda, in un giorno che avrebbe meritato ben altre domande.