Melonellum: la maggioranza fabbricata

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/

Un’analisi di Mario Sommella. 2 Luglio 2026

Riprendiamo dal blog di Mario Sommella il trittico “La maggioranza fabbricata”, dedicata alla riforma elettorale (melonellum), pubblicata in tre parti.

Qui sotto la prima parte e i link alle altre due.

Il Melonellum non ripara una democrazia ferita: ne completa lo svuotamento. Cronaca e anatomia di una legge che trasforma il voto in plebiscito, consegna lo Stato a chi non rappresenta nemmeno metà del Paese e corona trent’anni di guerra silenziosa contro la sovranità popolare.

La maggioranza fabbricata (parte prima)

1. Il colpo a freddo

Il 26 giugno, mentre il Paese si avvicinava all’ottantesimo anniversario della Repubblica, la nuova legge elettorale è approdata in aula alla Camera. Non vi è arrivata attraverso il confronto, ma a dispetto del confronto. La commissione Affari costituzionali ha licenziato il testo facendo scattare la tagliola, cioè rinunciando a esaminare gli emendamenti e trasmettendo il provvedimento all’assemblea per pura imposizione dei numeri.

Quando il segretario di un piccolo partito ha sollevato un cartello con la scritta che riassumeva l’intera operazione, “Il tuo voto non conta”, è stato espulso dall’aula. L’immagine è perfetta nella sua brutalità: si discute di come si vota e si caccia chi ricorda che il voto sta per essere svuotato di senso.

La fretta non è un dettaglio procedurale: è la sostanza politica del provvedimento. La maggioranza punta all’approvazione entro l’estate, con un primo via libera atteso nei primi giorni di luglio, per blindare le regole con oltre un anno di anticipo sul voto e mettersi al riparo da ogni eventualità, compreso uno scioglimento anticipato.

Si cambiano le regole del gioco a partita quasi conclusa, quando chi le scrive conosce già le proprie debolezze e prova a trasformarle, per via normativa, in punti di forza. Il primo firmatario del testo è un esponente di Fratelli d’Italia, ma la regìa è dichiaratamente di Palazzo Chigi: come per la riforma della giustizia, l’architettura arriva blindata dall’alto, e al Parlamento si chiede solo di ratificare.

2. L’anatomia di un congegno

Conviene smontare la macchina pezzo per pezzo, perché è nei dettagli tecnici che si nasconde la torsione politica. Il sistema diventa interamente proporzionale: spariscono i collegi uninominali, dove almeno il cittadino poteva riconoscere un nome e un volto. Al loro posto, un premio di maggioranza assegna settanta seggi aggiuntivi alla Camera e trentacinque al Senato alla lista o alla coalizione che superi il 42 per cento dei voti e arrivi prima in entrambi i rami del Parlamento.

Per evitare l’accusa più scomoda, quella di consegnare al vincitore il 60 per cento dei seggi, e con esso il potere di riscrivere la Costituzione senza passare dal referendum, è stato introdotto un tetto: 220 deputati e 113 senatori, poco più del 55 per cento. Una clausola che gli estensori esibiscono come garanzia e che i critici, con buone ragioni, considerano una foglia di fico, perché il premio resta comunque abnorme e capace di gonfiare ben oltre il consenso reale la forza della coalizione premiata.

Il resto dell’impianto completa il disegno. È stato cancellato il ballottaggio, l’unico meccanismo che avrebbe almeno costretto il vincitore a cercare un consenso di maggioranza effettiva. Restano le liste bloccate, con candidati nominati dalle segreterie e schierati in ordine deciso a tavolino, e con la possibilità di pluricandidature in più collegi: l’elettore vota un simbolo e ratifica nomi che non ha scelto e che spesso nemmeno conosce.

Sparisce ogni ipotesi di preferenza, terreno divisivo persino dentro la maggioranza. Compare invece l’obbligo, pena l’inammissibilità della lista, di indicare preventivamente il candidato alla guida del governo.

E c’è perfino una norma che esonera dalla raccolta delle firme soltanto le forze già dotate di un gruppo parlamentare costituito entro il 31 dicembre 2025: una data scelta con il bilancino per tenere fuori i concorrenti scomodi e regolare, per via di regolamento, anche le tensioni interne al campo della destra. Nulla è casuale. Ogni clausola risponde a un calcolo di potere.

3. La grande menzogna della governabilità

Su tutto questo veglia una parola d’ordine che da trent’anni viene spacciata come neutra verità tecnica: governabilità. È il grimaldello ideologico con cui si è abituato il Paese a considerare normale che una minoranza si trasformi in maggioranza assoluta, che l’efficienza del comando valga più della rappresentanza, che la stabilità del governo conti più della libertà dell’elettore. Ma la stabilità di una Repubblica non nasce dal monocolore: nasce dalle regole condivise, dai contrappesi, dalla possibilità reale dell’alternanza. Spacciare la velocità della decisione per valore supremo significa rovesciare la gerarchia dei principi democratici e subordinare il pluralismo all’obbedienza.

I numeri smascherano la retorica. Alle ultime elezioni politiche l’astensione ha superato il 36 per cento: in quel contesto, una soglia del 42 per cento dei voti validi corrisponde a circa un quarto dell’intero corpo elettorale. Tradotto: settanta seggi di premio possono finire a una forza scelta da una minoranza del Paese reale, mentre la maggioranza vera, fatta di chi non vota più perché non si sente rappresentato, scompare dal conteggio.

È ciò che la scienza politica chiama da decenni maggioranza fabbricata, una sovra-rappresentazione che eccede la consistenza effettiva del consenso. Il Melonellum non combatte l’astensione: la sfrutta. Meno cittadini votano, più conviene a chi vuole vincere con poco e governare su tutto.

4. Trent’anni di pozzi avvelenati

Questa legge non cade dal cielo. È l’ultimo anello di una catena che parte dalle macerie di Tangentopoli.

Allora, all’inizio degli anni Novanta, si volle reagire al collasso del vecchio sistema dei partiti con una scorciatoia: invece di rigenerare la partecipazione, si scelse di personalizzare il comando e di ridurre i corpi intermedi a comitati elettorali del capo. Da quel bivio è discesa una sequenza ininterrotta di leggi pessime, quasi tutte concepite per blindare chi era al potere e quasi tutte bocciate o ridimensionate dalla Corte costituzionale: il sistema del 2005, poi cancellato nel 2014 perché premiava una minoranza calpestando l’eguaglianza del voto; quello del 2015, anch’esso colpito dalla Consulta nel 2017; infine il Rosatellum, maggioritario di facciata e proporzionale nella sostanza, che già consegnava agli elettori liste blindate e candidati paracadutati.

È la lunga deriva di una democrazia che, nel pieno della stagione neoliberista, ha smesso di credere nella propria sovranità popolare. Più il mercato veniva eretto a unico orizzonte possibile, più la politica si convinceva che la decisione dovesse essere sottratta al conflitto sociale, blindata, resa irreversibile.

Il leaderismo, le liste bloccate, la corsa al premio non sono incidenti di percorso: sono i sintomi coerenti di un sistema che ha progressivamente espropriato i cittadini per consegnare il potere a oligarchie sempre più ristrette. Il Melonellum porta a compimento questa parabola. Non rompe con il passato: lo perfeziona, lo radicalizza, lo rende cinicamente esplicito.

5. Il premierato di contrabbando

C’è poi il punto più insidioso, quello che trasforma una pessima legge elettorale in un’operazione di regime. L’obbligo di indicare in anticipo il candidato premier, combinato con il premio di maggioranza, configura un premierato di fatto: introduce per via di legge ordinaria ciò che la maggioranza non è riuscita a imporre per via costituzionale. È un contrabbando istituzionale.

La Costituzione affida al Presidente della Repubblica la nomina del capo del governo, e fonda la legittimità dell’esecutivo sul rapporto di fiducia con il Parlamento, non su un’investitura plebiscitaria. Trasformare le elezioni nell’incoronazione personale di un capo significa stravolgere in silenzio la forma di governo parlamentare scelta dai costituenti, segnati dall’esperienza del fascismo e perciò diffidenti di ogni concentrazione di potere.

Va letto così, in filigrana, l’intero disegno di questi anni: l’elezione diretta del vertice dell’esecutivo, la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti, ora la mutilazione del voto. Sono tessere di uno stesso mosaico, che mira a smontare uno per uno i contrappesi: l’autonomia della magistratura, la terzietà degli organi di garanzia, l’equilibrio tra i poteri.

Dopo aver incassato una battuta d’arresto sul terreno costituzionale, dove i cittadini hanno potuto ancora pronunciarsi, si torna a perseguire lo stesso obiettivo aggirando l’ostacolo: là dove non basta cambiare la Costituzione, si cambia la legge che decide chi la Costituzione potrà applicarla o riscriverla.

6. Chi vince si prende tutto

La posta in gioco non è la composizione di un’assemblea, ma il controllo dell’intero perimetro delle istituzioni di garanzia. Una maggioranza gonfiata artificialmente non si limita a governare: elegge da sola, o quasi, i giudici costituzionali di sua spettanza, i componenti laici del Consiglio superiore della magistratura, i vertici delle autorità indipendenti, e pesa in modo decisivo sull’elezione del Capo dello Stato.

Chi ottiene poco più del 40 per cento dei voti si prende, di fatto, lo Stato: il legislativo, gli arbitri, le regole future. Al popolo sovrano, evocato nella retorica e calpestato nella sostanza, non resta nulla.

Ed è qui che la questione mostra il suo volto di classe. Una democrazia svuotata di rappresentanza è una democrazia che non deve più rispondere a nessuno. Sottrarre ai cittadini la scelta dei propri rappresentanti significa mettere al riparo i poteri economici e finanziari da ogni vero controllo democratico, blindare gli equilibri di ricchezza esistenti, sterilizzare il conflitto sociale prima ancora che possa tradursi in voto.

Non è la stabilità del Paese a essere protetta, ma la stabilità di un ordine: quello che concentra risorse e impunità nelle mani di pochi e scarica precarietà e rinuncia sui molti. La domanda da porre, sempre, è la più antica: a chi giova. E la risposta, qui, è una sola.

7. Le conseguenze sul corpo vivo del Paese

Si dirà che è materia per costituzionalisti, lontana dalla vita concreta. È vero il contrario. In un Paese dove milioni di persone rinunciano a curarsi perché non possono permetterselo, dove i salari reali sono tra i più bassi del continente e arretrano da decenni, dove la povertà energetica spaventa la maggioranza delle famiglie, togliere ai cittadini il potere di scegliere chi li governa non è un’astrazione: è l’ultimo atto di un’espropriazione che è prima di tutto materiale.

Chi non conta nulla nell’economia rischia ora di non contare nulla nemmeno nelle istituzioni. Il disincanto democratico e la crescente diserzione dalle urne non sono, per chi ha scritto questa legge, un problema da risolvere: sono un’opportunità da capitalizzare.

È la saldatura perfetta tra dominio economico e dominio politico. Più la sofferenza sociale cresce, più diventa pericolosa per chi governa la possibilità che quella sofferenza trovi una rappresentanza, una voce, un peso elettorale.

Allora si interviene a monte: si blinda il sistema, si svuota il voto, si trasforma l’elezione in un rituale a esito predeterminato. La rinuncia alle cure e la rinuncia al voto non sono fenomeni separati: sono due facce della stessa esclusione, due modi di dire alla parte più fragile del Paese che il suo destino è già stato deciso altrove, senza di lei.

8. Ribellarsi diventa un dovere

Non sorprende che contro questo progetto si sia schierata gran parte del costituzionalismo italiano. Centinaia di docenti di diritto costituzionale, raccolti attorno all’appello “Per un voto uguale — Torniamo alla Costituzione” e sostenuti da oltre diecimila firme, hanno denunciato i tre nodi insostenibili: il premio abnorme, le liste bloccate, il premierato di contrabbando.

Hanno ricordato che la legge elettorale non è una legge come le altre, perché incide sul rapporto tra cittadini e Parlamento, sull’eguaglianza del voto, sull’intero equilibrio dei poteri. E hanno usato parole che pesano: questa riforma è una forzatura inaccettabile delle regole democratiche.

L’opposizione parlamentare, che pure protesta, porta una sua responsabilità: per anni non ha saputo opporre a queste leggi una proposta organica, e in più di un’occasione ha condiviso la stessa logica delle liste bloccate e del comando senza contrappesi. Ma il punto vero è che la difesa della sovranità popolare non può essere delegata soltanto ai giuristi e ai partiti.

È compito di chiunque rifiuti l’idea di una cittadinanza ridotta a spettatrice. Ottant’anni fa, dalle rovine del fascismo e della guerra, donne e uomini molto diversi tra loro seppero riconoscersi in una comune comunità di destino e scrivere una Costituzione che metteva il potere al servizio della persona, e non la persona al servizio del potere. Difenderla oggi non è nostalgia: è resistenza.

Quando i pochi pretendono di decidere per i molti scrivendosi le regole su misura, la disobbedienza civile e la mobilitazione non sono un’opzione, ma un obbligo morale. Perché una democrazia che ti toglie il voto, prima ancora di averti tolto le cure e il salario, ti sta dicendo che hai smesso di esistere. E a chi prova a cancellarci dalla storia, la risposta non può che essere una sola: esserci, comunque, e non smettere di ribellarsi.

Fonti

Appello “Per un voto uguale — Torniamo alla Costituzione”, promosso da Articolo 21 e dal gruppo Costituzione e Democrazia, prime firme di Enzo Cheli e Ugo De Siervo, maggio-giugno 2026, con oltre diecimila adesioni.

Camera dei deputati, disegno di legge AC 2822 (primo firmatario Galeazzo Bignami) e dossier del Servizio Studi sulla riforma del sistema elettorale, giugno 2026.

il manifesto, “Legge elettorale, Melonellum per blindare la leadership”, 12 maggio 2026.

il Fatto Quotidiano, “Melonellum: un’altra legge elettorale contro gli elettori”, 29 maggio 2026.

L’Espresso, “Cosa prevede il Melonellum e quali sono le differenze con il Rosatellum”, 25 giugno 2026.

Libertà e Giustizia, “Melonellum: una legge pessima che va respinta”, 5 giugno 2026.

Corte costituzionale, sentenze n. 1 del 2014 e n. 35 del 2017.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.

da qui  https://mariosommella.com/2026/06/28/la-maggioranza-fabbricata/

Parte seconda. la-maggioranza-fabbricata-parte-seconda

Parte terza. la-maggioranza-fabbricata-parte-te

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