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Ghadir AbuMiddain 7 Luglio 2026
Il 26 giugno scorso la Striscia è scesa in piazza per rivendicare il diritto dei palestinesi a scegliere il loro futuro. Anche contro gli oppressori interni
Il 26 giugno 2026 alle ore 16, i palestinesi hanno tentato di organizzare manifestazioni in tutta la Striscia di Gaza sotto lo slogan «No all’oppressione». L’iniziativa non è riuscita a mobilitare il numero di partecipanti che molti organizzatori speravano di vedere. Tuttavia, valutarla esclusivamente in base al numero di persone scese in strada significa non coglierne il significato politico. In mezzo al genocidio, allo sfollamento di massa e alla costante minaccia di repressione – non solo da parte degli attacchi militari israeliani, ma anche dell’apparato di sicurezza di Hamas – la domanda più rivelatrice è perché qualcuno abbia tentato di organizzare tali manifestazioni.
Il dibattito sul movimento si è sviluppato principalmente sui social media, dove molti commentatori lo hanno interpretato semplicemente come una protesta contro Hamas. Questa lettura è incompleta. Il 26 giugno va piuttosto compreso come parte di una storia più lunga di mobilitazione dal basso a Gaza, attraverso la quale i gazawi hanno ripetutamente cercato di chiedere conto a chi governa in loro nome, mentre resistono all’occupazione israeliana.
Il movimento mette in discussione due narrazioni dominanti su Gaza. La prima ritrae i palestinesi esclusivamente come vittime della violenza israeliana, negando loro ogni agency politica. La seconda presume che qualsiasi critica ad Hamas serva necessariamente agende politiche esterne. Gli organizzatori rifiutano entrambe. Essi sostengono che opporsi all’occupazione israeliana e richiedere responsabilità politica siano inseparabili. Il loro obiettivo non è sostituire un sistema di dominio con un altro, ma rivendicare il diritto dei palestinesi a determinare il futuro politico di Gaza.
Dall’inizio di giugno 2026 ho seguito lo sviluppo di questo movimento monitorando le discussioni tra gazawi su Facebook e conducendo un’intervista con Hasan Jamal Aldawoudi, uno degli organizzatori. Come ricercatrice nata e cresciuta a Gaza e attualmente situata in Italia, sostengo che la mobilitazione del 26 giugno non sia stata un’esplosione spontanea di dissenso, ma l’ultima espressione di una lunga tradizione di mobilitazione dal basso. Comprendere il 26 giugno richiede quindi di collocarlo all’interno di questa più ampia storia politica.
Una storia di mobilitazione politica
La mobilitazione del 26 giugno non è emersa in isolamento. È stata preceduta da oltre un decennio di mobilitazioni giovanili. La prima ondata significativa risale al marzo 2011, quando il Movimento del 15 marzo chiese la fine della divisione politica tra Hamas e Fatah. Sebbene non sia riuscito a ottenere la riconciliazione, stabilì un modello di organizzazione indipendente dal basso che avrebbe influenzato le mobilitazioni successive.
Negli anni seguenti, mentre le condizioni politiche ed economiche di Gaza peggioravano, le campagne dal basso si sono concentrate sempre più sul deterioramento dei servizi pubblici, la disoccupazione, la corruzione e la responsabilità politica. I social media, in particolare Facebook, sono diventati la principale piattaforma attraverso cui questi movimenti si organizzavano, mobilitavano e diffondevano le loro rivendicazioni.
La risposta di Hamas al dissenso è stata generalmente caratterizzata dalla repressione di queste mobilitazioni. In diverse ondate di protesta, le autorità hanno fatto ricorso a misure come lo scioglimento delle manifestazioni, l’arresto degli attivisti e la restrizione della libertà di espressione in pubblico. Il discorso ufficiale ha spesso presentato i critici come strumenti di agende esterne o come minacce alla resistenza, trasformando il dissenso in una questione di sicurezza. In questo modo, il discorso della resistenza ha funzionato non solo come fonte di legittimità politica, ma anche come meccanismo per delegittimare l’opposizione interna e giustificarne la repressione.
L’esperienza di Hasan Jamal Aldawoudi illustra bene questo schema. Nel 2017 si presentò da solo davanti al Consiglio Legislativo Palestinese con un foglio bianco e una rosa rossa per protestare contro l’arresto degli attivisti e difendere la libertà di espressione. Per questo gesto simbolico fu arrestato da Hamas. La repressione si è estesa anche oltre gli organizzatori politici. Il rapper Lafi è stato incarcerato dopo aver pubblicato una canzone che incoraggiava le persone a radunarsi in piazza Trens, dando voce alle frustrazioni di una generazione alle prese con crescenti difficoltà economiche:
Siamo tutti uguali in piazza. Non abbiamo un leader. Andiamo tutti. Non abbiamo nulla da perdere. Non abbiamo nemmeno abbastanza soldi per i mezzi di trasporto per arrivare alla piazza.
Questa traiettoria culminò nel marzo 2019 con il movimento «Vogliamo vivere» (Bidna Na’ish), scatenato dall’imposizione di tasse su beni essenziali da parte del governo di Hamas. Il movimento cristallizzò anni di frustrazione per l’assedio, la disoccupazione, la corruzione, il deterioramento dei servizi pubblici e l’assenza di una rappresentanza politica significativa.
Le richieste erano concrete: abolizione delle nuove tasse, opportunità di lavoro per i laureati, protezioni legali per i lavoratori, regolazione dei prezzi da parte del governo e fine della corruzione e dello sfruttamento economico. I manifestanti chiedevano alle autorità di adempiere alle responsabilità più basilari verso la popolazione.
Hamas rispose con il consueto schema repressivo: le forze di sicurezza dispersero violentemente le manifestazioni, giornalisti furono aggrediti e arrestati, le telecamere confiscate e gli attivisti detenuti. Il giorno prima delle proteste previste in piazza Trens, Al-Qassam organizzò una parata militare nello stesso luogo, interpretata da molti come un tentativo di deterrenza delle manifestazioni in programma.
La repressione di «Vogliamo vivere» segnò una svolta: mostrò che Hamas considerava la mobilitazione civica indipendente una sfida diretta alla propria autorità ed era disposta a usare la violenza per impedirla. Tuttavia, il movimento contribuì a creare reti di attivisti e una generazione di organizzatori la cui esperienza di repressione e lotta politica avrebbe influenzato la mobilitazione del 26 giugno.
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26 giugno 2026: mobilitazione e repressione sotto il genocidio
La mobilitazione del 26 giugno non è stata il primo tentativo di organizzarsi durante il genocidio. Nell’aprile 2025, palestinesi nel nord della Striscia di Gaza si sono radunati per chiedere un cessate il fuoco immediato, scandendo lo slogan «Hamas, fuori, fuori». Queste manifestazioni si sono svolte in un contesto segnato dalla carestia, da ripetuti sfollamenti e dalla devastazione diffusa del nord di Gaza. Sebbene entrambe le mobilitazioni abbiano ricevuto un’attenzione limitata e siano state infine oscurate dal genocidio in corso, esse hanno dimostrato che, anche in tali condizioni, i gazawi continuavano a rivendicare il diritto di parlare pubblicamente delle forze politiche che plasmano le loro vite.
Il movimento del 26 giugno ha riunito organizzatori ancora presenti a Gaza e altri evacuati durante il genocidio. Molti di loro erano già stati arrestati da Hamas per il loro attivismo. Ancora una volta, Facebook è diventato la principale piattaforma attraverso cui gli attivisti, dentro e fuori Gaza, hanno coordinato la mobilitazione.
Secondo le dichiarazioni ufficiali del movimento, una delle sue principali richieste era l’attuazione dell’accordo di cessate il fuoco adottato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la Risoluzione 2803, in particolare delle disposizioni riguardanti la governance di Gaza. Il movimento chiedeva inoltre il ritiro israeliano dalla Striscia, una protezione internazionale e l’accertamento delle responsabilità per i crimini di guerra commessi da Israele. In tutte le sue dichiarazioni, il movimento ha posto l’accento sulle catastrofiche condizioni umanitarie dei palestinesi a Gaza, tra cui lo sfollamento di massa, la vita nelle tende e il collasso dei servizi essenziali, come la sanità e l’istruzione.
Nel corso della mia intervista con Hasan Jamal Aldawoudi, ha spiegato che, oltre a queste urgenti richieste umanitarie, il movimento considerava essenziale anche il ripristino della legittimità politica palestinese attraverso elezioni. Come ha affermato:
L’attenzione oggi è concentrata sulla devastante situazione umanitaria di Gaza. Ma chiedendo l’attuazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, chiediamo anche una riconciliazione politica palestinese di lungo periodo. Vogliamo elezioni legislative che restituiscano alle persone il diritto di scegliere i propri rappresentanti.
Il movimento si è trovato ad affrontare tentativi sistematici di impedire lo svolgimento delle manifestazioni già nelle settimane precedenti al 26 giugno. Sebbene ciò rientrasse nella consolidata prassi di Hamas di reprimere le mobilitazioni politiche indipendenti, la mia interpretazione della mobilitazione del 26 giugno è che questa contro-mobilitazione abbia assunto una forma diversa rispetto al passato. Gran parte del confronto si è svolto online, prima ancora che i manifestanti potessero raggiungere le strade. È stata creata una pagina falsa che imitava la pagina Facebook ufficiale del movimento, mentre campagne coordinate sui social media prendevano di mira gli attivisti, le loro vite private e le loro famiglie. Anche figure influenti all’interno di Gaza – tra cui scrittori, giornalisti e alcuni attivisti per i diritti umani – hanno utilizzato i social media per scoraggiare la partecipazione. Pur sostenendo che l’attenzione pubblica dovesse rimanere concentrata sui crimini commessi da Israele, raramente si sono confrontati con le dichiarazioni e le rivendicazioni del movimento.
La campagna è andata ben oltre i social media. Reti familiari e claniche sono state mobilitate per dissuadere la popolazione dal partecipare, sebbene diverse famiglie abbiano successivamente dichiarato pubblicamente che i comunicati loro attribuiti erano stati falsificati. Sui social sono inoltre circolate fatwa religiose che invitavano i gazawi a non prendere parte alle manifestazioni. Rādiʿ, un organismo di intelligence e sicurezza istituito dalle Brigate al-Qassam nel 2025, ha diffuso un comunicato pubblico attraverso i propri canali Telegram e le piattaforme social, accusando gli organizzatori di collaborare con Israele e di tentare di diffondere il caos nella Striscia di Gaza. Tali accuse riproponevano una tattica ben nota: utilizzare il discorso della resistenza per delegittimare ogni forma di mobilitazione politica indipendente. Unite al ricordo della violenta repressione del movimento Vogliamo vivere (Bidna Na’ish) nel 2019, queste minacce hanno reso la partecipazione pubblica un rischio straordinario. A differenza delle mobilitazioni precedenti, tuttavia, Hamas non è ricorsa a una repressione fisica su larga scala, poiché le manifestazioni non hanno infine avuto luogo. Ciononostante, secondo un comunicato diffuso dal movimento nella serata del 26 giugno, membri di Hamas erano stati dislocati attorno a diversi dei punti di ritrovo annunciati.
Considerati nel loro insieme, questi sviluppi riflettevano un contesto profondamente diverso rispetto ai precedenti movimenti di protesta. Sebbene le dichiarazioni del movimento non chiedessero esplicitamente che Hamas lasciasse il potere, esse proponevano comunque un quadro politico che implicava una transizione della governance di Gaza attraverso l’attuazione della Risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Da alcune settimane Hamas si trova infatti ad affrontare segnali di crescente fragilità della propria posizione politica all’interno della Striscia. Nelle elezioni municipali dell’aprile 2026, una lista comunemente ritenuta vicina ad Hamas è stata nettamente sconfitta da una lista indipendente, nonostante la decisione di Hamas di non partecipare ufficialmente al voto. In questo contesto, il movimento ha rappresentato una sfida politica ben più significativa all’autorità di Hamas rispetto alle precedenti mobilitazioni, concentrate soprattutto sulle condizioni di vita e sui servizi pubblici.
Anche le dimensioni regionali e di sicurezza hanno contribuito a distinguere il 26 giugno dalle proteste precedenti. Nelle settimane precedenti la mobilitazione, l’attenzione internazionale si è spostata sulla guerra tra Israele, Stati uniti e Iran, lasciando gli sviluppi a Gaza sostanzialmente assenti dai principali titoli della stampa mondiale. Allo stesso tempo, il genocidio ha creato condizioni tali per cui qualsiasi mobilitazione politica indipendente può essere facilmente presentata come una forma di collaborazione con Israele. Un’ulteriore differenza di contesto ha riguardato la struttura organizzativa del movimento. A differenza delle precedenti mobilitazioni, i cui organizzatori pubblicamente identificabili si trovavano fisicamente all’interno della Striscia, molti dei coordinatori della mobilitazione del 26 giugno hanno operato dall’estero.
Quando ho chiesto a Hasan perché le persone avessero deciso di organizzarsi nonostante queste condizioni, mi ha risposto:
Le persone hanno perso tutto, tranne l’ossigeno che respirano. Abbiamo perso quasi il 70% del territorio di Gaza e siamo ammassati nel restante 29%. La gente vive nelle tende, tra un caldo insopportabile e un freddo gelido. La domanda è: se non ora, quando?
La sua risposta riflette il dilemma affrontato dagli attivisti di Gaza. Essi si sono mobilitati non perché le condizioni siano diventate favorevoli, ma perché attendere non è più possibile. Il genocidio, gli sfollamenti e la repressione rendono la mobilitazione pubblica straordinariamente difficile; al tempo stesso, però, rendono la richiesta di cambiamento politico più urgente che mai.
La rivoluzione continua
Misurata secondo i criteri convenzionali della politica, la mobilitazione del 26 giugno non ha raggiunto i suoi obiettivi immediati. Hamas non ha rinunciato al potere. Il genocidio non è terminato. La comunità internazionale non ha agito con decisione per dare attuazione alle richieste del movimento. Tuttavia, giudicare il movimento esclusivamente sulla base di questi esiti significa fraintenderne il significato.
Nonostante l’occupazione, l’assedio, una governance autoritaria, il collasso economico e, oggi, il genocidio, i gazawi hanno ripetutamente ricostruito movimenti che rivendicano responsabilità politica e il diritto di determinare il proprio futuro. La loro importanza non risiede soltanto nelle vittorie immediate, ma anche nella capacità di preservare, attraverso generazioni successive, la possibilità stessa dell’azione collettiva.
Riflettendo sul movimento, Hasan Jamal Aldawoudi lo ha definito una «rivoluzione continua». Richiamando la protesta del 18 giugno davanti agli ospedali, che ha dato avvio al movimento, ha spiegato:
Il movimento del 26 giugno ha avuto successo già il 18 giugno, quando le persone hanno iniziato a discutere le sue rivendicazioni sui social media. Ha avuto successo quando abbiamo mostrato al mondo che Gaza conta ancora, che il genocidio è ancora in corso. Il successo non si limita al 26 giugno. È una rivoluzione continua, che proseguirà finché i gazawi non otterranno la giustizia e i diritti umani fondamentali che meritano.
Il significato della mobilitazione del 26 giugno va dunque oltre gli eventi di una singola giornata. Essa dimostra che i palestinesi di Gaza continuano ad affermare una voce politica autonoma, nonostante un contesto concepito per soffocarla. Chiedendo responsabilità a coloro che governano Gaza e, al tempo stesso, insistendo sulla necessità di porre fine all’offensiva genocidaria condotta da Israele, gli organizzatori hanno respinto la falsa alternativa tra liberazione nazionale e responsabilità politica, sostenendo che l’autodeterminazione palestinese richiede entrambe.
Per chi si trova al di fuori di Gaza, la responsabilità non è quella di parlare a nome dei palestinesi, bensì di ascoltare e amplificare le voci politiche che emergono dalla Striscia stessa. Ciò significa chiedere conto a Israele per l’occupazione e la distruzione di Gaza, ma anche ritenere responsabili le autorità palestinesi quando reprimono la propria popolazione.
La mobilitazione del 26 giugno non ha trasformato Gaza da un giorno all’altro. Ha però dimostrato che, anche nel pieno del genocidio, degli sfollamenti, della carestia e della repressione, i palestinesi continuano a organizzarsi e a rivendicare che il futuro politico di Gaza debba essere, in ultima istanza, determinato dai gazawi stessi.
*Ghadir AbuMiddain è dottorando presso la Scuola Normale Superiore.