Dal blog di mcc43 • 16 giu 2026
Maria Carla Canta
Fu la repressione militare per proteggere colonie e coloni in Cisgiordania a rendere possibile l’Operazione Diluvio al-Aqsa del 7 ottobre 2023 contro 19 kibbutz adiacenti la linea fortificata che blocca Gaza
Molti osservatori hanno sostenuto essere stata intenzione israeliana lasciar accadere l’attacco. Questa supposizione largamente amplificata dai media si avvale del precedente disinteresse collettivo sugli eventi del 2023 e funziona sia come discredito di Israele, sia come sostegno al mito di uno stato i cui servizi segreti non possano mai essere sorpresi.
L’argomentazione forte a sostegno della tesi appare come intenzione diabolica dei vertici politico-militari israeliani, secondo cui lasciar accadere l’aggressione sarebbe stato funzionale a una guerra più violenta e devastante contro Gaza.
Certamente la tragica riuscita dell’invasione del 7 ottobre, in quanto spettacolarmente violenta e amplificata dallo stupore internazionale, ha indotto la leadership israeliana a perseguire l’obiettivo, ormai diventato evidente. di un annichilimento tale da equivalere a una distruzione finale della Striscia.
2023: cosa era accaduto prima di ottobre?
Cisgiordania, villaggio di HUWARA: alla fine di febbraio fu teatro di una strage che ruppe l’apatia generale israeliana nei confronti della violenza dei coloni.
Evento scatenante: l’omicidio di due fratelli della colonia di Har Bracha. L’attentatore fu identificato come Abdel Fattah Hussein Kharousha, 49 anni, definito affiliato ad Hamas. Fuggìto subito dopo l’attacco, venne localizzato nove giorni dopo nel campo profughi di Jenin.
L’immediata violenta rappresaglia dei coloni a Huwara indusse i giornali israeliani a usare nei titoli il termine “pogrom”: centinaia di coloni lanciarono pietre e molotov contro le case palestinesi, uccisero a colpi d’arma da fuoco un uomo e ferirono circa un centinaio di persone.
La vendetta – definita operazione strategica – dell’IDF, invece, si compì a Jenin: nel raid del 7 marzo, oltre al colpevole Kharousha, vennero uccise 5 persone.
A seguire, nel mese di luglio venne lanciata “Casa e Giardino” (ndr. Casa in arabo è Jenin) la più vasta operazione militare dai tempi della Seconda Intifada, ma secondo i vertici militari solo un “raid a livello di brigata”.
Con l’impiego di droni, elicotteri e oltre 1.000 soldati, l’IDF smantellò “centri di comando, laboratori di esplosivi e depositi di armi”; 12 morti tra i palestinesi, centinaia di feriti e gravissimi danni alle infrastrutture del campo profughi. La strategia della punizione collettiva consiste anche nella demolizione delle case di familiari dei “terroristi” e la revoca dei permessi di lavoro per i parenti dei soggetti considerati coinvolti in azioni anti-Occupazione.
Scrive Haaretz lo scorso 7 giugno interrogandosi sul terrorismo: “Huwara è diventata un punto nevralgico di successivi attacchi terroristici e atti di vigilantes da parte dei coloni, al punto che, poco prima del 7 ottobre [2 giorni prima scriveva il Jerusalem Post] le Forze di Difesa Israeliane sono state costrette a ridispiegare unità nella zona togliendole dal confine con Gaza.
Questo parziale sbilanciamento militare e la decisione di considerare prioritaria la repressione in Cisgiordania sono tra i fattori chiave che hanno permesso a Hamas di travolgere rapidamente le difese del confine, provocando il successivo ritardo di molte ore nell’arrivo dei soccorsi dell’esercito nei kibbutz e nelle basi sotto attacco.
I motivi che ingannarono Israele e resero il 7 ottobre una “sorpresa” iniziano con la pacifica Grande Marcia del Ritorno, 2018-2019, per la quale la commissione d’inchiesta istituita dall’ONU accertò che – già alla fine del 2018 – oltre 6.000 palestinesi di Gaza risultavano feriti da proiettili veri e che almeno 122, tra cui 21 minori, avevano subito amputazioni degli arti; il numero totale dei morti fu 189.
Successivamente Hamas assunse un atteggiamento di pragmatismo concentrato sulla governance economica di Gaza, e non su una guerra, prendendo altresì le distanze dalla Jihad Islamica; accettò permessi di lavoro israeliani per i civili e fondi di aiuto dal Qatar.
Ciò diede l’illusione che i benefici economici stessero allontanando la leadership dalla lotta armata, nonostante Hamas organizzasse esercitazioni alla luce del sole.
Rilevate dagli stessi osservatori israeliani, massicce simulazioni militari dal 2020, persino costruendo finti insediamenti israeliani per addestrarsi all’assalto, ma Hamas fece apparire tutto come normali dimostrazioni di propaganda.
Così venne inteso da parte israeliana, all’oscuro delle reali comunicazioni fra membri di Hamas che avvenivano esclusivamente di persona, assoluto il divieto di cellulari e computer, o tramite una rete cablata sotterranea isolata per evitare le intercettazioni dell’IDF.
La situazione al mattino del 7 ottobre
Al mattino del 7 ottobre, il confine era difeso da 400 soldati da combattimento, meno di 1 battaglione, e una dozzina di carri armati, a fronte 21 o 22 battaglioni schierati nella ribollente Cisgiordania.
Il giorno dell’attacco inizia con l’accecamento degli apparati di sorveglianza e rilevamento israeliani, operazione militare fulminea e coordinata che ha neutralizzato in pochi minuti la barriera tecnologica automatizzata (costo 1,1 miliardi di $) nota come “Muro di Ferro”.
Seguirono attacchi con droni commerciali modificati per sganciare piccoli ordigni esplosivi direttamente sulle torrette di guardia automatizzate dislocate lungo il confine.
I droni puntarono specificatamente ai sistemi d’arma a controllo remoto (“See-Shoot”) distruggendo le ottiche e i meccanismi di sparo prima che i soldati dalle basi arretrate potessero attivarli. Cecchini e droni colpirono i ripetitori cellulari e le antenne radio collegate alla recinzione interrompendo istantaneamente il flusso di dati e i segnali video verso i bunker di sorveglianza.
Accecate le sale operative (Hafak), con immediato spegnimento degli schermi che davano visibilità in tempo reale sulla barriera.
L’unità aerea speciale Squadrone Saqr (Falco), istituita dalle Brigate Al-Qassam, entrò in azione per superare la barriera israeliana dall’alto, paramotori e deltaplani a motore capaci di volare basso e sfuggire ai radar della contraerea progettati per intercettare minacce veloci (missili o velivoli ad alta quota).
A quel punto ebbe inizio l’attacco terrestre: infiltrazione e assalto ai nodi di comando. Squadre in motocicletta superarono la recinzione dirigendosi immediatamente verso la base militare di Re’im (sede della Divisione Gaza) paralizzando la catena di comando centrale e impedendo il coordinamento dei soccorsi alla popolazione dei kibbutz.
L’impatto psicologico del blackout informativo sui vertici militari e d’intelligence israeliani nelle prime ore del 7 ottobre fu devastante, provocando una vera e propria paralisi cognitiva e operativa, la cosiddetta Nebbia da guerra, conseguenza della dipendenza da intelligence perfetta.
Nel rapporto ufficiale d’inchiesta pubblicato dall’IDF gli stessi ufficiali hanno ammesso di essere rimasti paralizzati a causa di una vera e propria “dipendenza” da dati tecnologici precisi. Non ricevendo i consueti flussi di coordinate e video dai sensori satellitari o dalla barriera elettronica, i comandanti hanno interpretato l’assenza di dati come “assenza di pericolo grave“.
Il blackout ha impedito di comprendere che l’intera barriera era crollata. Di conseguenza, i vertici non ordinarono il decollo immediato degli elicotteri da combattimento o l’invio delle riserve generali per ore, convinti che le forze locali potessero ancora gestire la situazione.
I vertici erano talmente convinti che Hamas fosse incapace di una simile operazione che nelle prime ore di buio informativo hanno trattato i messaggi d’aiuto disperati provenienti dai kibbutz e dalle postazioni isolate come incidenti minori o provocazioni isolate.
I piani di emergenza su larga scala sono rimasti congelati proprio per l’incapacità psicologica dei generali di concepire il collasso totale del sistema difensivo.
Si può dire che quel giorno, considerato dagli analisti uno dei più grandi fallimenti sistemici della storia militare moderna, la forza determinate in gioco contro Israele fu proprio la hubris israeliana.
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L’Unità Investigativa (I-Unit) di Al Jazeera ha condotto un’analisi forense degli eventi di quel giorno – esaminando sette ore di filmati da CCTV, dashcam, telefoni personali e telecamere frontali dei combattenti di Hamas morti, e redigendo un elenco completo dei caduti.
Il 7 ottobre, l’I-Unit rivela diffuse violazioni dei diritti umani da parte dei combattenti di Hamas e di altri che li hanno seguiti attraverso la recinzione da Gaza fino a Israele, ma l’indagine ha anche rilevato che molte delle storie peggiori emerse nei giorni successivi all’attacco erano false. Questo è stato particolarmente vero per le atrocità usate propagandisticamente da Israele e in Occidente per giustificare la ferocia dei bombardamenti della Striscia di Gaza.
Articolo parziale e non del tutto esaustivo.
Il blocco totale di Gaza da parte di Israele non è solo basato sulla tecnologia, ma anche sull’infiltrazione capillare sia con spie che con virus informatici.
L’estensore dell’articolo dimentica anche che Israele è stato in grado di pianificare la trappola dei cercapersone contro hezbollah. Una trappola che ha richiesto diversi anni di studio. A mio modesto parere facente parte di un piano molto più vasto ed articolato.
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