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06.07.26 – don Marco Bassani – Redazione Italia
Lunedì 29 giugno ho potuto continuare questa Via Crucis tra i dannati della Storia. Sempre con l’aiuto prezioso della Caritas ho potuto visitare questa senzala moderna in salsa italiana: Borgo Mezzanone; ma anche questo termine, legato agli schiavi delle fazendas brasiliane, non rende ragione di questo mondo a parte nel cuore del grande e democratico Occidente. Un altro termine utile a descriverlo potrebbe essere lazzaretto, perché, come quelli della peste e dei lebbrosi, anche questo deve tenere lontano dalla gente per bene, magari anche devotissima, il frutto maturo della nostra disumanità.
Infatti, quale legge umana, o quale principio morale, può giustificare, che si lascino dalle 4 alle 6 mila persone in un campo d’aviazione abbandonato, sotto i 40° di questi giorni, o immersi nelle inondazioni autunnali e primaverili? Eppure, tutto ciò e altro ancora avviene da ormai trent’anni a Borgo Mezzanone in provincia di Foggia.
Questo brillante esperimento sociologico iniziò negli anni novanta con le ormai dimenticate “invasioni” albanesi. La nostra democrazia li relegò in quel campo, in attesa di assimilarli come muratori, idraulici, elettricisti ecc… Col tempo vennero sostituiti da raccoglitori stagionali, provenienti soprattutto dal nord Africa. All’aumento degli sbarchi nei primi anni duemila, la base fu trasformata in un CAS per richiedenti asilo. Con la chiusura di buona parte dei CAS nel sud Italia, a seguito di una delle tante scelte irrazionali dei nostri governi, anche questo venne chiuso.
Per una sorta di eterogenesi dei fini, man mano che si svuotava il CAS aumentava a poche centinaia di metri questo ghetto, che ospita normalmente attorno alle quattromila persone, ma può arrivare fino alle seimila nei mesi della raccolta dei pomodori e delle olive.
La struttura sociale e urbanistica di questo slum è la stessa di Rignano Garganico; semmai aumentata e peggiorata.
Subito all’arrivo si materializza la scandalosa ipocrisia di questo modello di falsa accoglienza. All’entrata del ghetto è stazionata una pattuglia della Guardia di Finanza. Khady e Vincenzo si allarmano un po’: potrebbe essere successo qualche casino. In realtà, più tardi sarebbero arrivate le famose autobotti della Regione con non meno di 50 mila litri di acqua teoricamente potabile. Siccome l’acqua è un bene di prima necessità, soprattutto in questi giorni torridi, la sua comparsa genera spesso tumulti e conflitti per il suo approvvigionamento.
Al seguito delle autobotti compare anche un gruppetto della CGIL per uno dei suoi attendimenti periodici. Va detto, che oltre loro e alla Caritas, altre realtà umanitarie frequentano la baraccopoli, nell’intento di alleviare le sofferenze di questi dannati della Terra; ma tutte ripetono sempre lo stesso ritornello: il problema è sistemico e noi possiamo fare poco per risolvere i problemi dei singoli.
A costo di ripetermi fino all’esaurimento, il peccato mortale è sempre lo stesso: dietro un linguaggio formalmente accogliente e giuridicamente impeccabile, l’intenzione di fondo è lo sfruttamento di questa mano d’opera a buon mercato, intenzione che nega radicalmente la dignità umana di queste persone ed i diritti conseguenti.
Ci servono così per produrre pomodori e melanzane al minor prezzo possibile. Se teniamo come termine di paragone le conquiste del Diritto umanitario nell’ultimo secolo, la condizione giuridica di questi esseri umani non è migliore di quella degli schiavi impiegati nelle piantagioni nord e sudamericane dopo la conquista delle Americhe.
Purtroppo la visita è molto rapida. Vincenzo e soprattutto Khady sono molto nervosi. Mi limitano molto nelle mie domande un po’ spregiudicate. Riesco a fare solo qualche foto furtivamente. Mi dicono che qualche settimana fa un ghanese ha ucciso altri due migranti e per un nonnulla, la violenza, subita e repressa per anni, può esplodere.
Eppure, passando tra le baracche non si può non cogliere la Vita tipica e rigogliosa di tutte le bidonville della Terra. È quell’attaccamento alla Vita e la capacità di farla fiorire anche dal letame, come diceva il grande De André. Pur nella condizione limite di quella gente, è possibile notare tutto un rifiorire di soluzioni e di adattamenti, per poter sopravvivere. Nonostante siamo gli osservati speciali, per la mia faccia sconosciuta, le persone interpellate non si sottraggono ad un dialogo veritiero, seppur minimale.
Vedo solo due, o tre donne; ma pare che diverse siano all’interno delle baracche e non sono mogli… Mi vengono alla mente i racconti degli uomini di Dom Pedro, quando tornavano dai garimpos della Guyana francese. Tutto il mondo è paese…
Mentre noi usciamo da quell’inferno, incrociamo una BMW di grossa cilindrata. All’interno una coppia bianca sulla quarantina ben conservata dal climatizzatore. Osservano attentamente e passano… Poco fuori dal ghetto ci sorpassa un Peugeot 3008, che prese le debite distanze, “ci scorta” fino all’imbocco della statale per Foggia. Chissà perché?!
Sarà stato qualche funzionario dello Stato italiano, che sempre si “prende cura” dei suoi figli legittimi…
(foto dell’autore)