RomaSport Spa: il fallimento del municipalismo e la fine della città dei quindici minuti

Dal blog https://www.lafionda.org

24 Lug , 2026|Giuseppe Libutti e Angelica Cavone

L’assessore Alessandro Onorato, già candidato con Alfio Marchini e sostenuto allora dall’intero centrodestra, ha annunciato insieme al sindaco e commissario Roberto Gualtieri la nascita di RomaSport Spa, una nuova società interamente partecipata da Roma Capitale, alla quale sarà affidata la gestione di una parte degli impianti sportivi comunali.

L’operazione viene presentata come la risposta ai numerosi problemi che attraversano da anni lo sport romano, dalle concessioni scadute agli impianti degradati, dalle morosità alle strutture abbandonate, fino alle profonde diseguaglianze che continuano a separare il centro dalle periferie. La questione che dovremmo porci, tuttavia, è perché ogni volta che l’amministrazione incontra una difficoltà la soluzione proposta consista nella creazione di una nuova società per azioni.

Non si tratta soltanto di una questione giuridica o organizzativa, ma di una scelta profondamente politica. RomaSport rappresenta infatti un ulteriore passo verso un modello nel quale le decisioni vengono progressivamente sottratte alle istituzioni democratiche e trasferite all’interno dei consigli di amministrazione. Il patrimonio rimane formalmente pubblico, ma il governo della città si allontana sempre di più dai cittadini, dai territori e dai luoghi nei quali il conflitto sociale, i bisogni e le domande collettive dovrebbero trovare rappresentanza.

È proprio su questo terreno che emerge la prima grande contraddizione. Per anni l’amministrazione ha costruito la propria narrazione intorno alla cosiddetta città dei quindici minuti, una città policentrica fondata sul decentramento amministrativo, sulla partecipazione e sulla capacità dei Municipi di garantire servizi di prossimità. In quella prospettiva gli impianti sportivi, come gli altri servizi essenziali, avrebbero dovuto essere governati il più vicino possibile ai territori e alle comunità locali.

Se quella fosse stata davvero la direzione politica scelta, oggi discuteremmo del trasferimento della gestione degli impianti ai Municipi, del rafforzamento delle loro competenze e della necessità di dotarli di personale, risorse e autonomia amministrativa. Accade invece l’esatto contrario. Il decentramento non viene rafforzato, ma sostituito dalla creazione di una nuova società. Le decisioni non vengono avvicinate ai quartieri, ma concentrate all’interno di una governance aziendale.

Il municipalismo tanto evocato si rivela così, ancora una volta, uno slogan elettorale destinato a lasciare il posto a una progressiva centralizzazione delle decisioni. È una trasformazione culturale prima ancora che amministrativa, perché la città non viene più governata attraverso le sue istituzioni territoriali, ma mediante organismi societari chiamati a gestire funzioni e servizi sempre più ampi.

Non cambiano soltanto gli strumenti, cambia soprattutto l’idea stessa di pubblico. La politica arretra mentre avanzano logiche manageriali che affidano a un consiglio di amministrazione scelte che dovrebbero appartenere alla discussione democratica, al confronto tra interessi diversi e alla responsabilità delle istituzioni elette.

RomaSport, del resto, non è un episodio isolato, ma l’ultimo tassello di un percorso iniziato da tempo, come dimostra con particolare chiarezza la Delibera n. 104 sul patrimonio indisponibile di Roma Capitale. Anche quella venne presentata come una riforma destinata a rendere più trasparente e moderna la gestione del patrimonio pubblico, mentre in realtà ha segnato una rottura con una parte importante della storia amministrativa e sociale della città.

La Delibera 104 è infatti l’erede della storica Delibera n. 26 del 1995, il provvedimento che aveva consentito la nascita e il consolidamento di molte esperienze di autogestione, comprese le palestre popolari romane. Eppure, nel nuovo regolamento, le associazioni sportive dilettantistiche scompaiono e, per la prima volta, non rientrano più tra i soggetti destinatari delle procedure dedicate al patrimonio pubblico.

Non è un dettaglio tecnico, ma una precisa scelta politica, perché significa affermare che lo sport popolare, costruito quotidianamente nei quartieri da migliaia di volontari, non rappresenta più una componente strutturale delle politiche pubbliche cittadine. Nel silenzio di molti e, spesso, nel tentativo di delegittimare o isolare chi denunciava questa scelta, si è così chiusa una stagione importante della città.

Le palestre popolari hanno rappresentato per decenni uno strumento di inclusione sociale, educazione, integrazione e presidio territoriale. Hanno garantito l’accesso allo sport a chi non avrebbe potuto permetterselo, costruito relazioni e comunità nei quartieri più fragili e restituito a spazi abbandonati una funzione collettiva. Oggi quella esperienza viene sostanzialmente espunta dalla disciplina del patrimonio pubblico.

Questo non significa che Roma Capitale abbia smesso di finanziare lo sport di base. Periodicamente vengono infatti assegnati contributi ad alcune associazioni sportive dilettantistiche, ma proprio qui emerge un’altra differenza sostanziale. Una politica pubblica costruisce regole, diritti e strumenti permanenti, mentre le elargizioni selettive dipendono dalla discrezionalità dell’amministrazione.

Si tratta di interventi occasionali che possono certamente aiutare alcune realtà, ma che non costruiscono una visione complessiva dello sport cittadino. Spesso finiscono per diventare iniziative funzionali soprattutto alla comunicazione istituzionale, utili ad alimentare la rappresentazione di un’amministrazione vicina alle palestre popolari mentre, sul piano normativo, quelle stesse esperienze vengono progressivamente escluse dagli strumenti attraverso i quali si governa il patrimonio pubblico.

È difficile non cogliere la contraddizione. Da una parte si celebra lo sport come diritto costituzionale, dall’altra si cancellano proprio quei soggetti che quel diritto lo hanno concretamente garantito nei quartieri più difficili della città.

Lo stesso schema si ripete oggi con RomaSport. L’amministrazione non sceglie di rafforzare la macchina comunale, non investe sul ruolo dei Municipi e non costruisce nuove forme di partecipazione, ma preferisce creare una società di capitali chiamata a svolgere funzioni che dovrebbero appartenere direttamente all’amministrazione pubblica.

Nessuno mette in discussione la necessità di affrontare le irregolarità, le concessioni scadute, le morosità o le rendite costruite negli anni. Proprio per questo, però, servirebbe una pubblica amministrazione forte, competente, trasparente e presente nei territori, non un ulteriore livello societario. Una città come Roma non ha bisogno di moltiplicare le partecipate, ma di rafforzare le istituzioni democratiche e la loro capacità di programmare, controllare e intervenire.

Il problema, infatti, non riguarda soltanto la proprietà degli impianti, ma chi decide, chi controlla, chi può partecipare alle scelte e, soprattutto, chi rischia di restarne escluso.

RomaSport rischia così di diventare il simbolo di una trasformazione molto più ampia, quella di una città nella quale il patrimonio resta formalmente pubblico mentre le decisioni vengono affidate a strutture sempre più lontane dai cittadini. Una città nella quale il decentramento viene evocato nei programmi elettorali e sostituito, nella pratica, dall’accentramento, mentre il municipalismo viene celebrato nei convegni e il governo dei servizi passa dai Municipi ai consigli di amministrazione.

Per questa ragione RomaSport non può essere considerata una semplice riforma organizzativa. È una scelta di modello, che mette di fronte due idee radicalmente diverse di città.

Da una parte vi è una Roma costruita sui territori, sui Municipi, sulla partecipazione delle comunità e sul rafforzamento dell’amministrazione pubblica. Dall’altra vi è una città nella quale ogni problema amministrativo riceve la medesima risposta, fatta di una nuova società, un nuovo consiglio di amministrazione e una nuova governance.

La domanda decisiva, allora, non è soltanto se RomaSport funzionerà meglio o peggio, ma quale idea di città stiamo costruendo. Una città non diventa più pubblica per il semplice fatto che il suo socio unico è il Comune. È pubblica quando le decisioni restano nelle istituzioni democratiche, quando i Municipi vengono rafforzati invece di essere svuotati, quando le comunità territoriali partecipano alle scelte e quando il patrimonio collettivo viene governato attraverso la politica, anziché essere delegato all’ennesima società.

La vera alternativa non è tra inefficienza e azienda, ma tra una città governata democraticamente e una città amministrata attraverso consigli di amministrazione. È una differenza che non riguarda soltanto lo sport, ma il futuro stesso di Roma.

Di: Giuseppe Libutti e Angelica Cavone

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