La campagna elettorale la facciamo noi

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04.08.26 – Roberta Pompili – Redazione Italia

Per una nuova costituzione materiale a partire dalla formazione

Ogni discussione sulla crisi della politica comincia dalla rappresentanza. Si dice che i partiti non rappresentano più la società, che gli elettori non si riconoscono nelle istituzioni, che il rapporto tra cittadini e politica si sia progressivamente spezzato. È un linguaggio ormai familiare, ma forse continua a muoversi dentro il problema invece di metterne in discussione i presupposti. La rappresentanza moderna presuppone infatti un soggetto già costituito.

Un popolo, una classe, un individuo che precedono la mediazione politica e che possono quindi essere rappresentati da un’istituzione esterna. La politica appare così come il luogo nel quale interessi già dati vengono ricomposti nell’unità dello Stato. La rappresentanza non produce il soggetto; lo presuppone. eppure questo presupposto è entrato definitivamente in crisi.

La trasformazione del capitalismo negli ultimi decenni non ha semplicemente modificato l’organizzazione del lavoro. Ha investito il modo stesso in cui si produce la ricchezza. La principale forza produttiva non coincide più con un soggetto unitario né con uno spazio delimitato della produzione. Si forma dentro reti di ricerca, infrastrutture logistiche, piattaforme digitali, processi educativi, lavoro di cura, cooperazione scientifica, produzione culturale e relazioni sociali che attraversano continuamente i confini tra pubblico e privato, produzione e riproduzione, tempo di lavoro e tempo di vita.

Ciò che produce valore è una composizione mobile di singolarità produttive. La cooperazione non è il risultato di un’organizzazione esterna; costituisce ormai la condizione ordinaria della produzione sociale. Il capitale non la crea, la incontra e ne organizza tempi, gerarchie e finalità, traducendo una ricchezza comune in accumulazione privata. La crisi della rappresentanza nasce precisamente qui. Non perché le istituzioni – nate dal precedente patto della produzione fordista del dopoguerra nel nostro paese – abbiano smesso di funzionare, ma perché il soggetto sul quale erano costruite non coincide più con la composizione reale della produzione contemporanea.

Per questo la domanda decisiva non è chi rappresenti meglio la società. 

È se abbia ancora senso immaginare la politica come rappresentazione di un soggetto che esisterebbe prima della mediazione.

Se la cooperazione sociale produce continuamente nuove soggettività, la politica non può più limitarsi a ricondurle all’unità di una forma già data. Deve misurarsi con una composizione che non è mai definitivamente costituita, ma continuamente attraversata da processi di trasformazione, conflitto e invenzione istituzionale.

E d’altra parte questo non significa affatto rinunciare alla mediazione. Significa ridefinirne radicalmente il senso. La mediazione continua a essere necessaria, ma non può più assumere la forma della delega propria della rappresentanza moderna. Deve nascere dentro i processi della cooperazione sociale, condividendone i limiti, le contraddizioni e la capacità costituente. Non può pretendere di parlare al posto delle singolarità produttive; deve piuttosto costruire le condizioni affinché quella cooperazione diventi capace di organizzarsi, durare e trasformarsi in istituzione.

La questione non è quindi scegliere tra autonomia e rappresentanza. È costruire pratiche e istituzioni che operino dentro e contro la rappresentanza: dentro, perché nessuna società complessa può fare a meno di alcune forme di mediazione; contro, perché la delega, l’unità astratta del popolo e la separazione tra rappresentanti e rappresentati non sono più all’altezza della costituzione materiale del presente.

Se questo è il terreno sul quale si ridefinisce la politica, anche il significato delle elezioni cambia radicalmente. Le elezioni non producono rapporti di forza, al contrario li registrano. Arrivano quando una determinata composizione sociale si è già formata, quando nuove forme di cooperazione hanno già costruito linguaggi, istituzioni informali, pratiche di solidarietà e conflitto. La campagna elettorale non coincide allora con il tempo della propaganda. Coincide con il lungo processo attraverso il quale una società organizza la propria forza produttiva, definisce i propri bisogni e sperimenta le istituzioni dentro le quali riconoscersi.

Guerra, governo e formazione

Se la cooperazione sociale costituisce oggi la principale forza produttiva, il problema del capitale non consiste nel crearla, ma nel governarla. La produzione contemporanea dipende sempre meno dal comando esercitato entro il perimetro della fabbrica e sempre più dalla capacità di organizzare reti diffuse di conoscenza, ricerca, logistica, comunicazione, cura e formazione. Il comando non precede la cooperazione: interviene su di essa, ne orienta le direzioni, ne seleziona gli usi, ne frammenta la potenza.

È questa trasformazione che ridefinisce anche il ruolo dello Stato. Per anni il racconto della globalizzazione ha descritto lo Stato come un’istituzione destinata a ritirarsi di fronte all’autonomia dei mercati. Oggi accade il contrario: lo Stato ritorna, ma non come limite al mercato, piuttosto come dispositivo che rende possibile una nuova organizzazione dell’accumulazione.

Politiche industriali, controllo delle infrastrutture, sovranità tecnologica, sicurezza energetica, gestione delle migrazioni, investimento pubblico, controllo delle filiere: tutto indica che il rapporto tra Stato e capitale si sta riorganizzando intorno alla necessità di governare una cooperazione sociale sempre più estesa e sempre meno contenibile entro i confini tradizionali della rappresentanza.

La guerra è il nome di questa trasformazione. Non semplicemente perché i conflitti armati sono tornati al centro della scena internazionale. La guerra diventa una forma di governo. Organizza la produzione, seleziona gli investimenti, ridefinisce le priorità della ricerca, costruisce gerarchie tra territori, disciplina la mobilità delle persone e delle merci, orienta la produzione tecnologica, legittima nuove forme di controllo e di eccezione.

In questo senso la guerra si costruisce dentro l’economia politica del presente e rappresenta una delle razionalità fondamentali. La cooperazione sociale continua infatti a eccedere ogni tentativo di governo. Attraversa confini, mette in relazione territori, produce conoscenza in forme irriducibili alla sovranità nazionale. E l’eccedenza produttiva moltitudinaria che rende necessaria una moltiplicazione dei dispositivi che cercano di organizzarla.

La guerra è uno di questi; non elimina la cooperazione, ma tenta di orientarla verso gli obiettivi della competizione geopolitica.

Lo Stato torna ad essere imprenditore di politiche industriali e belliche. Siamo, di fatto, dentro la costruzione di una nuova costituzione materiale del capitalismo nella quale ricerca, università, scuola, innovazione tecnologica, industria della difesa, energia e infrastrutture vengono progressivamente integrate dentro un medesimo progetto strategico; la produzione della conoscenza diventa immediatamente produzione di potenza.

Da questo punto di vista anche la destra va presa sul serio. Non perché possieda un’analisi più sofisticata della trasformazione in corso, ma perché ha compreso che il conflitto decisivo non riguarda soltanto la distribuzione della ricchezza. Riguarda la produzione delle soggettività. Per questo interviene contemporaneamente sulla scuola, sull’università, sull’informazione, sul linguaggio pubblico, sulle politiche migratorie, sulla sicurezza e sulla cultura.

Gli stessi non rappresentano ambiti distinti, ma sono i luoghi nei quali si organizza la cooperazione sociale e si definiscono le forme della sua governabilità. La costruzione del maranza come figura pubblica, la criminalizzazione del dissenso studentesco, il nazionalismo educativo, la subordinazione crescente della ricerca agli obiettivi dell’industria e della difesa, la retorica delle filiere strategiche rispondono a un’unica razionalità politica.

Lungi dal limitarsi a reprimere solamente il conflitto, producono un determinato tipo di soggettività: adattabile, competitiva, gerarchicamente disciplinata, disponibile a riconoscere nella guerra e nella competizione permanente l’orizzonte naturale della vita sociale.

La scuola in questa fase assume un significato decisivo. Non perché rappresenti un settore tra gli altri, ma perché costituisce uno dei luoghi nei quali si produce la forza produttiva delle società contemporanee. Se la conoscenza è ormai una forza immediatamente produttiva, governarne la formazione significa intervenire direttamente sulla costituzione materiale della cooperazione sociale. La scuola repubblicana nasceva dall’idea che democratizzare il sapere significasse democratizzare la società.

Il neoliberismo l’ha progressivamente trasformata in una macchina di produzione del capitale umano. Oggi questa trasformazione entra in una fase ulteriore. Non basta più produrre lavoratori flessibili. Occorre produrre competenze, comportamenti e forme di vita adeguate a un’economia politica organizzata dalla competizione strategica e dalla guerra.

Per questo la riforma degli istituti tecnici, l’integrazione crescente con le imprese, la subordinazione della ricerca agli obiettivi industriali, la riduzione del tempo della formazione e il rafforzamento dei dispositivi disciplinari non possono essere letti come interventi separati. Costituiscono il tentativo di riorganizzare la cooperazione sociale nel punto stesso in cui essa si forma.

Organizzare le istituzioni del comune

Se la rappresentanza moderna entra in crisi perché viene meno il soggetto che pretendeva di rappresentare, la questione politica non consiste nel sostituirla con un’impossibile immediatezza della cooperazione. Nessuna composizione sociale si organizza spontaneamente. Anche la cooperazione produce continuamente gerarchie, asimmetrie, conflitti, rapporti di forza. Il problema non è quindi abolire la mediazione, ma sottrarla alla forma della delega.

In questo modo si apre lo spazio dell’organizzazione. Organizzare non significa dare forma dall’esterno a una moltitudine informe, intervenendo dentro processi già esistenti di cooperazione: riconoscerne le linee di forza, renderne possibile la durata, costruire istituzioni capaci di accrescere l’autonomia delle singolarità produttive invece di ricondurle all’unità ideologica astratta dello Stato o del mercato. Possiamo cosi immaginare una politica della traduzione che torni ad essere una pratica costituente, che non rappresenti un soggetto già dato, ma partecipi alla sua continua produzione.

Abbiamo imparato dalle grandi lotte che negli ultimi anni hanno attraversato il paese. Le mobilitazioni femministe hanno trasformato la riproduzione sociale in terreno di conflitto politico. I movimenti ecologisti hanno mostrato l’impossibilità di separare produzione e natura. Le lotte studentesche hanno riportato al centro il governo della conoscenza.

Le reti mutualistiche hanno costruito infrastrutture della cooperazione dove lo Stato arretrava. La solidarietà internazionale con la Palestina ha restituito alla guerra il suo carattere di dispositivo globale di organizzazione del capitalismo contemporaneo. La importante vittoria del No al referendum della giustizia ha mostrato il livello alto di consapevolezza che attraversa la cooperazione sociale sui temi del necessario spazio della agibilità democratica.

Queste esperienze non costituiscono un nuovo soggetto politico e sarebbe un errore cercare di ricondurle ad un’identità comune. Esse costituiscono piuttosto un processo di composizione sempre potenzialmente e in atto. Producono linguaggi, pratiche, istituzioni e forme di organizzazione che eccedono continuamente la rappresentanza politica tradizionale.

Per questo la domanda non è chi debba rappresentarle. La domanda è quali istituzioni possano renderle più forti, ne sostengano la durata nel tempo e la potenza, è in questo senso che la campagna elettorale comincia molto prima delle elezioni.

La campagna elettorale la facciamo noi

Lo ripetiamo la campagna elettorale la facciamo noi perché l’agenda politica non nasce dentro i partiti. Nasce dentro la composizione sociale, le lotte sociali, i movimenti. Come abbiamo già detto le elezioni registrano solo i rapporti di forza che si producono altrove, e per questo la politica può scegliere se metterli a valore per se stessa come ceto politico, rincorrerli oppure contribuire a organizzarli. Se questa è la posta in gioco, la discussione non riguarda il programma di una coalizione cieca e distanze dalle istanze sociali. Il programma già c’è, riguarda di spazi, tempi e istituzioni che restituiscano potenza e autonomia alle forze produttive e sociali.

Programma minimo per scuola e formazione

Estendere l’obbligo scolastico fino ai diciannove anni. Non per prolungare la formazione della forza lavoro, ma per sottrarre la conoscenza alla selezione sociale e restituirla alla cittadinanza.

Istituire un reddito di formazione. Perché nessuno sia costretto a scegliere tra apprendere e sopravvivere.

Abrogare l’autonomia differenziata in materia di istruzione, università e ricerca. La conoscenza costituisce un’infrastruttura comune della Repubblica.

Restituire dignità al lavoro della conoscenza. Ridurre il numero di studenti per classe, stabilizzare il personale, aumentare salari e investimenti nella ricerca significa rafforzare la principale infrastruttura democratica del Paese.

Ridurre l’orario di lavoro a parità di salario. Perché il tempo liberato è la prima condizione materiale della cooperazione, della partecipazione politica, della cura e della produzione culturale.

Democratizzare la scuola. Restituire centralità agli organi collegiali, superare il modello aziendale, introdurre stabilmente l’educazione affettiva e sessuale significa riconoscere che la formazione non appartiene al mercato né allo Stato, ma alla cooperazione sociale.

Ripensare radicalmente la valutazione. Valutare non significa classificare la prestazione, ma accompagnare processi di apprendimento che sono sempre collettivi.

Restituire centralità ai saperi. Perché la scuola non serve a produrre capitale umano. Serve a costruire l’intelligenza collettiva di una società capace di governare democraticamente le proprie trasformazioni.

Questa agenda non è stata scritta da una segreteria, non nasce da un tavolo programmatico, non aspetta una leadership che la annunci. È già stata prodotta dalle lotte. Il problema, oggi, non è elaborare un nuovo programma. È decidere da che parte stare nel processo costituente già in corso.

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