È PIÙ BELLO PENSARE NON SIA VERO

Dal blog alessandramaffilippi@substack.com

M.Alessandra Maf Filippi 5 luglio 26

Il genocidio continua perché una parte del mondo preferisce convincersi che non sia vero. Parlare genericamente di pace senza nominare occupazione, diritto e responsabilità contribuisce alla rimozione

«È difficile trovare le parole per dirlo. Difficilissimo. Non sai come farai a raccontare quello che Primo Levi definì l’indicibile: perché uno tenta di dire quello che è stato, ma è talmente difficile da raccontare che è quasi impossibile pensare come fosse stato preparato a tavolino anni prima nei minimi particolari, come se regnasse un ordine perfetto (…). Ed ecco che trovi qualcuno che scrive che non è vero, perché è più facile negare una cosa di questo genere piuttosto che crederci. È più bello pensare che non sia vero.»

Sembra un commento scritto oggi. Invece sono parole pronunciate da Liliana Segre il 18 febbraio 2019, durante un convegno dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Segre stava parlando di Auschwitz. Producono un effetto perturbante. Se non sapessimo chi le ha dette, potremmo pensare a un’introduzione di un libro su Gaza.

La storia non si ripete mai identica. Ma esistono meccanismi che possono ripresentarsi: la pianificazione, la disumanizzazione e, infine, il rifiuto di credere che l’orrore possa davvero essere davanti ai nostri occhi. È il passaggio che colpisce di più. Quando Segre osserva che “è più bello pensare che non sia vero”, sembra descrivere un meccanismo umano che va oltre il tempo e oltre quel luogo specifico.

È anche attraverso questo meccanismo che molte persone oggi rifiutano la qualificazione di genocidio per ciò che sta accadendo a Gaza. Soprattutto l’ultima fase: quella che coincide con il rifiuto di credere che tutto questo possa davvero accadere. È il rifiuto di molti degli indifferenti di oggi. Quelli che negano che a Gaza sia in corso un genocidio.

La morte arriva ogni giorno

Eppure, dalla cosiddetta tregua, entrata in vigore il 10 ottobre 2025, Israele non ha mai smesso di bombardare Gaza. Luglio è stato il mese più letale dall’inizio della tregua: 152 palestinesi sono stati uccisi. Il bilancio complessivo ha ormai superato le 1.200 vittime e continua a crescere. Sono i morti registrati, provocati direttamente dagli attacchi, dalle ferite e dai crolli.

Non sappiamo invece quanti siano morti – e continuino a morire – per fame, infezioni, mancanza di medicinali, dialisi interrotte, tumori non curati, parti senza assistenza e ferite che, in condizioni normali, sarebbero state curabili. Il sistema sanitario e quello anagrafico sono stati fra i primi ad essere distrutti, insieme alle persone che avrebbero dovuto curare, registrare e certificare quelle morti.

Ogni giorno si aggiungono nomi a un elenco che ormai nessuno riesce più a leggere fino in fondo. Ogni giorno una famiglia scompare. Un presidio medico viene bombardato. Un deposito di medicinali viene distrutto. Un bambino perde una gamba. Un altro perde entrambi i genitori. Ieri notte è toccato a un’intera famiglia. Fra i morti c’era anche una giovane donna incinta. Erano tutti di Hamas? Anche il bambino che portava in grembo, trovato fra le macerie, e che non nascerà mai?

La Maratona degli orfani

Venerdì 31 luglio, a Khan Younis, è stata organizzata una “Maratona degli orfani” per richiamare l’attenzione sul numero crescente di bambini rimasti senza uno o entrambi i genitori. È difficile immaginare un’immagine più paradossale: una corsa non per celebrare la vita, ma per ricordare al mondo che decine di migliaia di bambini hanno perso la propria famiglia. In qualsiasi altro luogo sarebbe una notizia destinata ad aprire i telegiornali. Invece scivola via, come se nulla fosse.

Secondo il Palestinian Central Bureau of Statistics, nel luglio 2026 circa 58.000 bambini avevano perduto almeno uno dei genitori. Già nel 2025 lo stesso istituto stimava che, fra i 39.384 bambini rimasti senza uno o entrambi i genitori, circa 17.000 li avessero perduti entrambi. Un’intera generazione è stata mutilata, resa invalida, privata dei genitori, della casa, della scuola e, spesso, di qualunque adulto capace di proteggerla.

Nei primi tre mesi di guerra, secondo Save the Children, più di dieci bambini al giorno perdevano uno o entrambi gli arti. L’UNICEF parlava già allora di circa mille bambini amputati. Oggi l’OMS stima siano oltre 43.000 i palestinesi con lesioni destinate a cambiare permanentemente la loro vita, un terzo dei quali sono bambini, anche neonati. Quasi 14.000 pazienti sono stati inseriti nei programmi di ricostruzione degli arti, ma dei 2.300 amputati già valutati soltanto 500 hanno ricevuto una protesi permanente.

Oggi, rispetto ai primi mesi del conflitto, non è diminuito il numero dei bambini amputati, è diventato sempre più difficile misurarlo a causa del progressivo collasso del sistema sanitario, della distruzione degli ospedali, carenza di personale e annientamento delle strutture amministrative in grado di registrare e documentare ogni nuovo caso.

Gli “escursionisti” della Cisgiordania

E mentre la Striscia viene sbriciolata e la sua popolazione annientata nell’indifferenza della maggior parte dell’Occicdente, la Cisgiordania viene raccontata con un linguaggio che contribuisce alla normalizzazione della violenza. Nel raccontare l’assalto al villaggio palestinese di Tell del 26 luglio, costato la vita a quattro palestinesi e a due membri del commando di coloni israeliani, l’inviato del TG1 da Gerusalemme, Giovan Battista Brunori, ha definito quei criminali armati “escursionisti”. Una parola apparentemente innocua che trasforma un’aggressione armata in una gita fuori porta, con gli M16 che prendono il posto del cestino da picnic.

La realtà, però, è un’altra. Gli insediamenti illegali continuano a espandersi, i villaggi palestinesi vengono attaccati ogni giorno, le espulsioni proseguono, la distruzione di case, uliveti, condutture dell’acqua e infrastrutture è sistematica. Intere porzioni di territorio vengono incorporate di fatto in un processo di annessione sempre più esplicito e veloce. Non c’è più nemmeno il tentativo di dissimularlo. Guidati dai ministri estremisti Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, i settori più radicali del governo israeliano rivendicano apertamente queste politiche, forti di un senso di impunità ormai totale e sempre più sconcertante.

L’elefante nella stanza

Nel frattempo, proliferano board, tavoli permanenti, conferenze e “cammini della pace” diretti niente di meno che a Gerusalemme. Invocano dialogo, riconciliazione e ascolto reciproco. L’aspetto più inquietante di molte di queste iniziative è il linguaggio. Alle parole che dovrebbero precedere ogni discorso — occupazione, colonizzazione, giustizia, verità, diritto internazionale, responsabilità — preferiscono formule che evitano accuratamente di nominare le cause del conflitto; così l’elefante nella stanza continua a restare fuori dall’inquadratura e non si problematizza nulla.

Ma la pace non è il punto di partenza, è quello di arrivo. Pretendere di costruirla senza affrontare le cause del conflitto significa chiedere alle vittime di abitare un futuro che il presente continua a negare. Un paradosso insopportabile. Una pace senza giustizia non è pace. È maquillage.

Per questo oggi il problema non è solo chi nega il genocidio, ma anche chi parla incessantemente di pace senza trovare mai il coraggio di nominare le reali condizioni necessarie a renderla possibile. Trasformare la pace in una performance, in un concerto o in un pellegrinaggio laico rischia di spostare l’attenzione dal conflitto alle emozioni di chi vi partecipa. Si mobilitano le coscienze di chi osserva da lontano, mentre si evita di interrogarsi sulle condizioni politiche e giuridiche che la rendono impossibile.

Ma chi quel conflitto lo vive ogni giorno, costretto a fare lo slalom fra la morte per trovare acqua, cibo o un riparo, non ha bisogno di assistere a una marcia della pace. Ha bisogno che cessino l’occupazione, l’assedio e la violenza che gli impediscono di esercitare il diritto all’autodeterminazione e di vivere finalmente in una patria libera.

Quanti sono?

Fino a poco tempo fa, quando ci si riferiva agli abitanti di Gaza, si parlava di oltre 2,3 milioni di persone. Oggi, sempre più spesso, nei servizi televisivi e nei reportage internazionali ricorrono cifre come un milione o un milione e quattrocentomila persone. Anche il TG1, in un servizio di Giovanni Marino andato in onda lo scorso 1 agosto, ha parlato di “1,4 milioni di palestinesi costretti a vivere nelle tende”, soggetti a continue evacuazioni, “che vagano in cerca di cibo, schiacciati tra l’oppressione di Hamas e l’assedio israeliano, oltre la linea di blocchi gialli che taglia in due la Striscia”.

Che, peraltro, non è più soltanto una linea di blocchi gialli, ma una lunga barriera di terra e sabbia alta tre metri, costruita per comprimere ulteriormente la popolazione palestinese.

La domanda non è marginale: se oggi si parla abitualmente di un milione o di un milione e quattrocentomila persone, che fine hanno fatto tutti gli altri? E a chi ci si riferisce esattamente quando si fa riferimento a quel numero: agli sfollati, ai sopravvissuti presenti in una determinata area, alle persone raggiunte dagli aiuti? Oppure alla popolazione effettivamente rimasta nella Striscia? Non è una provocazione. È una domanda che merita una risposta.

È più bello pensare non sia vero

A Gaza, poi, non esiste più nemmeno un’anagrafe con la quale stabilire con certezza quanti siano vivi, morti, dispersi, espatriati o irraggiungibili. È stata bombardata, fra i primi edifici pubblici a essere colpiti, insieme all’archivio del catasto. Il fatto che siano stati distrutti produce un effetto preciso: rende infinitamente più difficile ricostruire identità, genealogie e proprietà. È una conseguenza che oggi pesa enormemente sul lavoro di chi tenta di documentare le vittime e ricostruire la verità dei fatti.

La chiarezza sui numeri, in una tragedia di queste dimensioni, non è un dettaglio statistico. È parte della verità. Cancellarla significa rendere più difficile l’accertamento delle responsabilità. Lo Stato di Israele e il suo primo ministro sono oggi sottoposti a procedimenti davanti alla giustizia internazionale. In una situazione come questa, l’aver distrutto gli strumenti che consentono di identificare le vittime, ricostruire le famiglie e documentare ciò che è accaduto significa rendere molto difficile stabilire, un giorno, non soltanto chi è morto, ma anche chi dovrà risponderne.

Ogni genocidio è diverso dall’altro. Tutti, però, cominciano allo stesso modo: con la disumanizzazione, la pianificazione, la rimozione della realtà. E continuano finché c’è qualcuno disposto a convincersi che sia più bello pensare che non sia vero.

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