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5 Agosto 2026 Dario Lucisano
Si chiama “Digital Vault Sulcis” e vale 1,49 miliardi di euro. È il nuovo progetto per la costruzione di un data center in Sardegna, che verrebbe realizzato dalla società svizzera Energy Vault. L’azienda ha chiesto al governo il riconoscimento di interesse strategico nazionale per l’opera, arrivato ieri, 4 agosto, dal Consiglio dei Ministri.
L’infrastruttura sorgerebbe nell’ex miniera di carbone di Monte Sinni, a Nuraxi Figus, e promette di riqualificare l’area e il personale. Una volta a pieno regime, dovrebbe dedicare 100 MW all’intelligenza artificiale e alle tecnologie cloud e di calcolo ad alte prestazioni.
L’opera arriva in un territorio già interessato da numerosi interventi giudicati strategici dal governo italiano, contro i quali si è sollevata un’ampia fetta della popolazione sarda. Insieme a questo progetto, il governo ha riconosciuto l’interesse strategico nazionale anche a un data center che verrebbe costruito nel milanese e prevedrebbe un investimento di 5,3 miliardi di euro.
Il progetto per la riqualificazione dell’ex miniera Carbosulcis di Nuraxi Figus ha iniziato a comparire sulle pagine dei media locali e nazionali lo scorso autunno. A luglio, Energy Vault ha poi rilasciato i primi dettagli dell’intervento e chiesto al ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, il riconoscimento di interesse strategico nazionale per accelerare l’iter autorizzativo; ieri, in Consiglio dei Ministri, è arrivata l’approvazione.
Il piano, riportano i media locali, è quello di costruire un campus da 100 MW dedicato all’intelligenza artificiale, alle energie rinnovabili e al recupero delle competenze minerarie; a pieno regime, l’impianto dovrebbe impiegare 400 operai, già attivi nell’area.
Il sito interessato è infatti ancora in attività nell’ambito dell’estrazione mineraria, che dovrebbe essere definitivamente dismessa entro la fine dell’anno. «Il piano industriale di Energy Vault punta a svuotare i pozzi dal combustibile fossile per riempirli di energia pulita e dati», si legge su Cagliari Today. Lo sviluppo dell’impianto sarebbe modulare e dovrebbe svilupparsi nell’arco di dieci anni; partirebbe con una prima fase da circa 20MW.
L’impianto dovrebbe essere alimentato «prevalentemente da un mix di fonti di energia rinnovabile, tra cui impianti fotovoltaici, integrati con sistemi ibridi di accumulo energetico e tecnologie di raffreddamento sviluppate da Energy Vault».
Proprio il sistema di raffreddamento rappresenta uno dei principali temi sollevati da chi si oppone alla costruzione di data center: queste infrastrutture richiedono spesso ingenti quantità di acqua per evitare il surriscaldamento dei server, contribuendo così al consumo delle risorse idriche. Per quanto riguarda il progetto sardo, Energy Vault sostiene che il raffreddamento sarebbe garantito dalle caratteristiche naturali del sottosuolo minerario.
Sul piano energetico, invece, non è ancora chiaro da dove proverrà concretamente l’energia necessaria ad alimentare il data center; con ogni probabilità, tuttavia, l’infrastruttura si inserirà nel più ampio piano di sviluppo degli impianti alimentati da fonti di energia rinnovabile previsto per la Sardegna.
Contro la costruzione di alcuni degli impianti rinnovabili si è mossa un’ampia fetta della popolazione sarda, che ritiene questi piani frutto di operazioni speculative. Nel 2024 è nata la cosiddetta “rivolta degli ulivi“, contro gli espropri legati al Tyrrhenian Link, il cavo sottomarino che collegherà la Sardegna alla penisola per trasportare l’energia elettrica prodotta sull’isola.
I lavori per l’infrastruttura sono iniziati all’inizio dello stesso anno, mentre a novembre è stato sgomberato il presidio organizzato dai cittadini nelle aree interessate dagli espropri. La mobilitazione si è spostata anche sul piano giuridico: a gennaio 2025 è stata presentata una proposta di legge di iniziativa popolare per bloccare definitivamente la realizzazione degli impianti non ancora autorizzati o completati, il cui iter è tuttora sospeso.
Per ora non sembra che i cittadini sardi si siano espressi sul data center in programma. Il progetto entrerà ora nella fase attuativa e verranno aperti i tavoli tecnici necessari alla realizzazione dei primi interventi e al rilascio dell’autorizzazione unica.
L’impianto milanese, invece, avrebbe una capacità complessiva fino a 400 megawatt. Esso sarebbe realizzato da K2 Strategic Infrastructure Italy e impiegherebbe 1.500 persone. Il progetto si colloca in una regione già sede di almeno due interventi analoghi: a Lacchiarella, nell’area metropolitana di Milano, è prevista un’opera da 3 miliardi di euro che andrebbe a occupare una superficie pari a trenta campi da calcio; a Travagliato, in provincia di Brescia, verrebbe costruito un impianto da 120 megawatt, con 648 parcheggi per auto e Tir e 60 generatori di emergenza, per un progetto dal valore di 11 milioni di euro.
Se in generale il governo sta provando ad accelerare sulla realizzazione di data center, proprio la Lombardia è stata la prima regione in Italia ad approvare una legge dedicata a queste infrastrutture e, nell’ultimo mese, ha ospitato le prime proteste contro la loro realizzazione. I cittadini sollevano dubbi sull’utilizzo delle risorse idriche e sui possibili impatti climatici di questi interventi.

Dario Lucisano
Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.