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07.08.26 – AsSIS
(Foto di medicalizzazione_LaChiave-di-Sophia-01-01)
Che cosa è cambiato nella cultura della sinistra davanti alla medicina? Per anni la critica ai conflitti di interesse, alla medicalizzazione e al potere delle grandi industrie era considerata un patrimonio della cultura progressista. Dalla critica del potere alla fede nelle tecnocrazie sanitarie: come una parte della cultura progressista ha smarrito la lezione di Giulio Alfredo Maccacaro.
Indice
- Il caso Fauci, la trasparenza e il controllo democratico
- Maccacaro e la critica del potere medico
- Medicalizzazione e prevenzione quaternaria
- La grande inversione della cultura progressista
- Obblighi vaccinali e polarizzazione morale
- Green Pass, coercizione e consenso informato
- Il significato politico della vicenda Fauci
- La fiducia nella scienza richiede trasparenza
- Recuperare la lezione di Maccacaro
Il caso Fauci, la trasparenza e il controllo democratico
Per decenni una parte della cultura progressista ha considerato la medicina uno dei terreni decisivi sui quali esercitare il controllo democratico del potere economico e istituzionale. Oggi, mentre il caso Fauci riporta al centro del dibattito la trasparenza, i conflitti di interesse e il rapporto sempre più stretto tra ricerca pubblica e industria privata, rimane ben poco di quella tradizione.
Le vicende che coinvolgono Anthony Fauci negli Stati Uniti, con le commissioni parlamentari impegnate ad acquisire documenti, ricostruire finanziamenti federali, pubblicare corrispondenze private e interrogare uno dei protagonisti della gestione sanitaria della pandemia, dovrebbero interessare chiunque abbia ancora a cuore il delicato rapporto tra scienza, politica e democrazia.
Non perché il destino personale o giudiziario dell’ex direttore del NIAID possa, da solo, modificare il giudizio storico sulla più grave crisi sanitaria globale dell’ultimo secolo, ma perché nessuna società che si definisca libera dovrebbe temere di conoscere le modalità, gli intrecci e le logiche attraverso cui furono assunte decisioni che incisero sulle libertà fondamentali, sull’economia, sulla scuola, sul lavoro e sulla salute di miliardi di persone.
A provocare un profondo senso di smarrimento non è tanto il conflitto istituzionale che si sta svolgendo negli Stati Uniti, dove maggioranza e opposizione utilizzano inevitabilmente anche le commissioni d’inchiesta come terreno di scontro politico, quanto il silenzio ostinato di una parte molto ampia della sinistra italiana ed europea sul principio stesso della trasparenza.
La pubblicazione degli atti, la ricostruzione dei flussi finanziari, l’analisi dei conflitti di interesse e il controllo parlamentare sulle istituzioni sanitarie avrebbero dovuto rappresentare il terreno naturale di una cultura politica che aveva fatto della critica ai poteri economici e istituzionali uno dei tratti più nobili della propria identità. È avvenuto l’opposto.
La richiesta di conoscere, verificare e discutere è stata accolta con fastidio, squalificata come strumentalizzazione politica o archiviata come cedimento al complottismo, quasi che rivolgere domande al potere tecnoscientifico significasse indebolire la scienza anziché difenderne l’integrità e la credibilità pubblica. Sul ricorso di Fauci al Quinto Emendamento, cioè sulla scelta di non rispondere a domande le cui risposte avrebbero potuto essere utilizzate contro di lui in un procedimento penale, è calato un silenzio quasi totale.
Maccacaro e la critica del potere medico
La portata di questa trasformazione si comprende meglio tornando alla lezione di Giulio Alfredo Maccacaro, non per celebrarlo con la retorica innocua delle commemorazioni, ma per utilizzare il suo pensiero come misura della distanza che separa la medicina democratica dalla cultura sanitaria oggi dominante.
Maccacaro continua a essere ricordato come medico, epidemiologo e intellettuale impegnato, mentre viene progressivamente rimossa la parte più scomoda della sua eredità: la denuncia di una medicina divenuta strumento di controllo sociale e mezzo di espansione economica, dopo aver rinunciato alla propria autonomia e accettato che fossero il mercato, l’industria e gli apparati burocratici a definirne priorità, linguaggio e obiettivi.
Aveva compreso, con sorprendente anticipo, che il pericolo maggiore per la medicina moderna non risiedeva soltanto nell’insufficienza delle cure, ma nella loro progressiva centralità ideologica. L’industria farmaceutica non andava giudicata ricorrendo alle categorie infantili del bene e del male, perché era e rimane un’impresa economica, tenuta a produrre utili, ampliare i mercati e accrescere il consumo dei propri prodotti.
Il suo obiettivo strutturale non può coincidere con la riduzione della domanda di medicinali, con il miglioramento delle condizioni ambientali e lavorative o con la rimozione delle cause sociali della malattia, perché una società più sana, meno dipendente da trattamenti continuativi e maggiormente capace di prevenzione autonoma non rappresenta necessariamente il modello più redditizio. Per questa ragione Maccacaro considerava pericoloso attribuire all’industria un ruolo dominante nella definizione delle priorità sanitarie, nell’orientamento della ricerca, nella formazione dei medici e nella costruzione delle politiche pubbliche.
Medicalizzazione e prevenzione quaternaria
La sua critica investiva il processo più vasto di medicalizzazione della società, destinato a modificare il modo stesso di interpretare la vita, la sofferenza e la normalità. Sotto la pressione di una ricerca sempre più dipendente dagli interessi economici, la salute cessava di essere un equilibrio dinamico, legato alle condizioni di vita, di lavoro, di alimentazione, di ambiente e di relazione, per trasformarsi in un mercato potenzialmente illimitato.
Non più soltanto la malattia, ma anche i fattori di rischio, l’invecchiamento fisiologico, la fragilità emotiva, il disagio sociale, la stanchezza, il dolore, il lutto, la paura e molti passaggi naturali dell’esistenza potevano essere ricondotti entro categorie cliniche sempre più ampie, ciascuna accompagnata da controlli, protocolli, trattamenti, farmaci e nuovi profitti.
La medicina smetteva così di occuparsi soltanto della cura e cominciava a trasformare ogni cittadino in un malato potenziale, sorvegliato lungo l’intero arco della vita attraverso parametri, soglie, screening, prescrizioni presentate come preventive e trattamenti destinati a durare indefinitamente. La prevenzione, che avrebbe dovuto agire sulle cause ambientali e sociali delle patologie, veniva ricondotta alla somministrazione anticipata di un prodotto, allargando il mercato sanitario senza modificare le condizioni che producono malattia.
Non è un caso che, alcuni decenni dopo, il medico di famiglia belga Marc Jamoulle abbia elaborato il concetto di prevenzione quaternaria, definendolo come la necessità di proteggere le persone dagli eccessi della medicina stessa. L’idea è semplice quanto rivoluzionaria: non ogni fattore di rischio richiede un trattamento, non ogni alterazione di un parametro biologico rappresenta una malattia, non ogni possibilità di intervento costituisce un beneficio.
Anche l’eccesso di diagnosi, screening, prescrizioni e terapie può produrre danni, e la prima responsabilità della medicina è evitare interventi inutili o sproporzionati. È lo stesso filo che attraversava il pensiero di Maccacaro: una medicina che perde il senso del limite rischia di trasformare la salute in un mercato e i cittadini in pazienti permanenti.
Da questa trasformazione nasceva l’espropriazione della salute. Il cittadino perdeva la capacità di interpretare il proprio corpo, distinguere tra fisiologia e patologia e comprendere il peso degli stili di vita, delle relazioni, dell’ambiente e delle condizioni sociali, venendo educato a considerare ogni difficoltà biologica o esistenziale come un problema tecnico da affidare a uno specialista e, molto spesso, a una soluzione farmacologica.
La risposta diventava verticale, iperspecialistica e dipendente da un apparato economico che traeva dalla medicalizzazione permanente la propria possibilità di crescita. La persona non veniva emancipata attraverso la conoscenza, ma resa più dipendente dall’autorità sanitaria, più fragile di fronte all’incertezza e meno capace di partecipare alle decisioni sul proprio corpo.
Per decenni questa critica non appartenne a una minoranza eccentrica, ma costituì uno dei riferimenti più importanti della cultura progressista e della sinistra italiana. La denuncia dei conflitti di interesse, la diffidenza verso i rapporti opachi tra multinazionali, governi e autorità regolatorie, la richiesta di trasparenza, la difesa del consenso informato e la partecipazione dei cittadini alle scelte sanitarie erano elementi essenziali di un progetto politico che pretendeva di liberare la scienza dalla subordinazione agli interessi economici e dall’uso autoritario della competenza.
La medicina democratica non voleva sostituire un’autorità con un’altra, ma ridurre la distanza tra chi decideva e chi subiva le conseguenze di quelle decisioni.
La grande inversione della cultura progressista
Negli ultimi anni questo patrimonio si è dissolto con una rapidità impressionante. La pandemia non si è limitata a imporre scelte difficili in una condizione di emergenza, ma ha reso visibile una metamorfosi politica già iniziata da tempo.
Una parte maggioritaria della sinistra istituzionale e intellettuale ha guardato alle grandi organizzazioni sanitarie internazionali, alle agenzie regolatorie e alle multinazionali farmaceutiche con una deferenza che avrebbe giudicato inaccettabile se fosse stata rivolta a un gruppo bancario, a un’industria petrolifera, a una corporation militare o a qualsiasi altro centro di potere economico. Il linguaggio della critica sociale è stato sostituito dal lessico della fiducia.
La parola “precauzione”, per decenni vessillo della cultura ambientalista e della sinistra di fronte agli interessi industriali, cambiò improvvisamente significato. Non venne più invocata per chiedere maggiore prudenza verso nuovi prodotti sanitari o nuove tecnologie, ma per giustificarne l’adozione rapida, mentre chi domandava dati più solidi veniva accusato di ostacolare la salute pubblica.
La trasparenza diventò un fastidio, i conflitti di interesse una conseguenza inevitabile della collaborazione pubblico-privato, il dissenso scientifico una minaccia da contenere. La richiesta di accesso ai dati, di confronto tra ipotesi differenti e di valutazione rigorosa del rapporto tra rischi e benefici venne interpretata come irresponsabilità, ignoranza o sabotaggio della salute collettiva. La sinistra che aveva insegnato a diffidare di ogni autorità incontrollata cominciò a presentare l’obbedienza alle autorità sanitarie come una virtù civile, rinunciando a distinguere la fiducia nella scienza dalla deferenza verso le istituzioni che pretendevano di rappresentarla.
La legge 119 del 2017 aveva già mostrato con chiarezza questa trasformazione. L’introduzione di un sistema esteso di obblighi vaccinali pediatrici avrebbe richiesto, proprio da parte di una cultura politica attenta ai diritti e alla proporzionalità delle misure, una discussione rigorosa sulla diversa funzione epidemiologica dei vaccini, sulla capacità di ridurre la trasmissione delle singole malattie, sul rapporto tra beneficio individuale e collettivo, sulle sanzioni, sull’esclusione dai servizi educativi e sulla necessità di sottoporre periodicamente l’impianto normativo a verifica parlamentare.
Le vaccinazioni comprese nella legge non sono epidemiologicamente sovrapponibili: alcune contribuiscono alla riduzione della circolazione dell’agente infettivo, altre proteggono prevalentemente il soggetto vaccinato, mentre il tetano non si trasmette da persona a persona. Un regime obbligatorio unico applicato a interventi tanto diversi avrebbe dovuto suscitare proprio nella sinistra una riflessione particolarmente esigente sul fondamento scientifico e giuridico della coercizione.
Obblighi vaccinali e polarizzazione morale
Quel confronto venne quasi immediatamente soffocato dalla polarizzazione morale. La discussione non oppose interpretazioni scientifiche e giuridiche differenti, ma cittadini responsabili e irresponsabili, progressisti e oscurantisti, amici e nemici della scienza, vaccinati e non vaccinati. La complessità fu sostituita dalla classificazione delle persone, mentre le domande sul rapporto tra corpo, libertà, interesse collettivo e trasparenza dei dati venivano considerate sospette prima ancora di essere ascoltate.
Durante la pandemia lo stesso schema assunse dimensioni infinitamente maggiori. Il Green Pass venne trasformato da strumento sanitario in dispositivo di accesso al lavoro, ai trasporti e alla vita sociale; gli obblighi vaccinali furono imposti a intere categorie professionali con la sospensione dal lavoro e dallo stipendio; medici e ricercatori che esprimevano dubbi sulla proporzionalità delle misure, sulla durata della protezione, sulla capacità dei vaccini di impedire la trasmissione o sul rapporto rischio-beneficio nelle diverse fasce di età furono ricondotti alla categoria indistinta dei “no-vax”, cancellando curricula, competenze e argomentazioni.
Una parte consistente della sinistra non si limitò a sostenere quelle politiche, ma contribuì a costruire il linguaggio punitivo che le accompagnò, accettando l’emarginazione sociale e professionale di una minoranza con un entusiasmo difficilmente conciliabile con la propria storia.
Green Pass, coercizione e consenso informato
La cultura politica che aveva fatto della difesa delle minoranze uno dei propri principi fondativi si mostrò insofferente verso cittadini, lavoratori e professionisti che chiedevano di discutere la proporzionalità di misure destinate a incidere sul corpo e sulla libertà personale.
La tradizione che aveva contestato il paternalismo medico finì per sostenere una delle sue espressioni più radicali, mentre il consenso informato veniva svuotato del proprio significato e ridotto all’accettazione di una scelta resa obbligatoria attraverso la privazione del lavoro, del reddito e della partecipazione sociale.
La buona fede di chi adottò o sostenne quelle decisioni non cancella la gravità del rovesciamento culturale. L’emergenza può spiegare l’errore, ma non giustifica la rinuncia permanente agli strumenti della democrazia. Proprio nei momenti di maggiore paura sarebbe stato necessario esigere più trasparenza, discussione e controllo; prevalse invece la convinzione che il dissenso dovesse essere compresso per non indebolire la risposta collettiva. La tutela della salute divenne il terreno sul quale rendere accettabili limitazioni che, in qualsiasi altro ambito, la sinistra avrebbe denunciato come autoritarie.
La vicenda di Anthony Fauci acquista dentro questo quadro un significato che supera largamente la biografia del medico americano. Quando emergono email, finanziamenti, collaborazioni tra istituzioni pubbliche e soggetti privati, ricerche condotte in laboratori stranieri e decisioni sanitarie presentate al mondo come indiscutibili, una cultura ancora fedele alla propria tradizione dovrebbe pretendere di conoscere ogni dettaglio: la pubblicazione integrale dei documenti, la tracciabilità dei finanziamenti, l’indipendenza delle commissioni e l’accertamento di ogni eventuale responsabilità. Invece prevalgono il silenzio, l’imbarazzo o il tentativo di ridurre tutto a vendetta politica, come se il controllo parlamentare fosse diventato illegittimo nel momento in cui riguarda figure celebrate dal sistema scientifico e mediatico.
Il significato politico della vicenda Fauci
La trasparenza non è una concessione benevola del potere tecnocratico, ma la condizione che rende possibile la fiducia. Quando i contratti di acquisto rimangono coperti da clausole di riservatezza, i conflitti di interesse dei consulenti vengono minimizzati, le decisioni vengono giustificate con formule d’autorità e le istituzioni reagiscono alle domande classificandole come disinformazione, non difendono la scienza: consumano la fiducia sulla quale la scienza pubblica dovrebbe reggersi.
La fiducia nella scienza richiede trasparenza
La perdita più grave della sinistra contemporanea non consiste nell’avere sostenuto un vaccino, un farmaco o una misura emergenziale. Le scelte possono cambiare e devono essere riviste quando cambiano le prove. La frattura riguarda il metodo: l’abbandono della critica al potere economico, la rinuncia a esaminare i conflitti di interesse, l’accettazione della coercizione come strumento ordinario di politica sanitaria e la sostituzione della partecipazione con l’obbedienza. È la rinuncia a quella cultura che aveva insegnato a non confondere la medicina con il mercato, la scienza con l’autorità e la tutela della salute con la disponibilità illimitata del corpo dei cittadini.
Maccacaro continua a essere celebrato, citato e ricordato, ma la parte più viva del suo pensiero è stata neutralizzata. È diventato un’icona innocua di una medicina democratica che molti omaggiano proprio mentre sostengono un modello fondato sulla centralizzazione delle decisioni, sulla dipendenza dall’industria e sulla medicalizzazione crescente della vita. Non è una marginale incoerenza storiografica, ma una perdita politica che priva la democrazia di uno dei suoi più importanti strumenti di difesa.
Recuperare la lezione di Maccacaro
Recuperare la lezione di Maccacaro, pretendere trasparenza sul caso Fauci e interrogare ogni intreccio tra potere economico e salute pubblica significa restituire alla medicina la libertà che perde quando diventa funzione del mercato, alla politica la dignità che abbandona quando rinuncia al controllo e ai cittadini il diritto di non essere trattati come destinatari passivi di decisioni assunte altrove. Oggi il potere utilizza sempre più spesso la scienza e la sanità per costruire una società più medicalizzata, più sorvegliata e meno libera, con la complicità politica di chi aveva promesso di contrastare proprio questa deriva e ha finito, invece, per diventarne uno dei più zelanti custodi.
Riferimenti bibliografici
- Giulio A. Maccacaro, Per una medicina da rinnovare, Feltrinelli.
- Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute.
- Marc Jamoulle, Quaternary Prevention: First, Do No Harm.
- Giovanni Berlinguer, La salute. Lorenzo Tomatis, Il fuoriuscito.