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A cura di Redazione CDC – 15 luglio 2026 – Di AlphaRegulus per ComeDonChisciotte.org
Ormai è opinione comune associare le origini di Internet ad un progetto sviluppato dall’agenzia americana ARPA (Advanced Reaserch Projects Agency) che, per imprecisati o oscuri motivi militari, sarà brillantemente realizzato nel 1969, successivamente battezzato ARPANET, con un prototipo di connessione tra calcolatori disposti nelle tre Università della West Coast americana: Santa Barbara, Los Angeles, Salt Lake City ed il Centro di Ricerca di Stanford.
In realtà la genesi di Internet ha avuto un percorso storico, sociale, psicologico, finanziario, militare più vasto, complesso e tortuoso di quanto si possa pensare, che indubbiamente parte da tempi più remoti di quanto comunemente stabilito; inoltre, la travagliata nascita è composta da un complesso intreccio di drammatici eventi storici, sviluppi e strategie militari, progetti e ricerche di istituti pubblici ed aziende, movimenti socio – politici, brillanti ed efficaci teorie fisico – matematiche, visioni futuriste del mondo, esigenze di sicurezza nazionale, predominio tecnologico e militare sugli assetti geopolitici mondiali, la Guerra Fredda; insomma, eventi, uomini ed idee che hanno contribuito a far nascere l’embrione di quella che oggi è considerata la rete delle reti.
Per capire quali sono state le motivazioni e le ragioni per le quali una serie di studi, ricerche, progetti si sono concentrati su determinate idee, che conseguentemente hanno permesso lo sviluppo di determinate aree e settori tecnologici, è indispensabile avere ben chiara l’evoluzione geopolitica del mondo a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Infatti, anche se dal punto di vista temporale potrà sembrare un evento remoto e anacronistico, è determinante l’evento dello scoppio delle due bombe termonucleari il 6 Agosto e 9 Agosto 1945, rispettivamente su Hiroshima e Nagasaki.
Con lo scoppio della “bomba”, the bomb, come veniva comunemente chiamata in gergo, gli Stati Uniti dichiarano e dimostrano al mondo intero il loro predominio strategico e militare; inoltre, il fatto stesso di essere gli unici ad avere sviluppato una tecnologia simile, avente un potenziale distruttivo mai raggiunto dall’uomo fino a quel momento, permette loro di dormire sonni tranquilli, ciò dovuto al pericolosissimo e micidiale deterrente bellico di cui solo loro sono i padroni assoluti.
A riprova di quanto detto, negli anni successivi lo scoppio delle due suddette bombe termonucleari, gli Stati uniti a livello strategico si limiteranno ad organizzare e coordinare una serie di basi militari distribuite per il mondo, nelle quali saranno presenti dei particolari bombardieri strategici, in stato d’allerta continuo, capaci di trasportare bombe nucleari e in grado di raggiungere in poco tempo qualsiasi angolo del pianeta.
Sono talmente convinti di questa supremazia militare, che si preoccupano seriamente dell’idea di un’eventuale minaccia interna, in grado di squilibrare l’assetto geopolitico mondiale che si stava assestando. Infatti, il principale pensiero di allora era che un generale pazzoide o schizofrenico potesse scatenare, di sua personale e non autorizzata iniziativa, un attacco atomico alle Repubbliche Sovietiche; per scongiurare una simile e realistica ipotesi, sarà deciso di riorganizzare la catena di controllo e di comando del potenziale atomico, istituendo un’apposita commissione: la AEC (Atomic Energy Commission), che in un’eventuale crisi nucleare, lavorerà fianco a fianco con i quartieri generali militari dell’ASC (Air Strategic Command).
Tuttavia, nonostante la comune euforia, alcuni analisti militari e centri di ricerca americani non erano molto convinti di questo enorme gap tecnologico che gli Stati Uniti pensavano di vantare nei confronti dell’Unione Sovietica; infatti, molti ipotizzavano che l’Unione Sovietica avesse le risorse tecnologiche ed intellettuali in grado di colmare il presunto vantaggio militare degli Stati Uniti.
La bomba termonucleare fatta esplodere il 29 Agosto 1949, nel poligono sovietico Semipalatinsk in Kazakistan, che diventerà in futuro il più grande poligono nucleare al mondo, lascia letteralmente sconcertati i responsabili della sicurezza degli Stati Uniti, in quanto il loro paese, oltre a non avere più il predominio assoluto del potenziale atomico, risultava anche pericolosamente vulnerabile, in caso di un attacco nucleare da parte di bombardieri atomici della C.C.C.P. (acronimo di Unione Repubbliche Socialiste Sovietiche tradotto in russo).
Lo scoppio della prima bomba nucleare sovietica, oltre a produrre l’idioma “il gatto fuori dal sacco” (cat out of the bag), porterà le due antagoniste potenze militari ad iniziare dei mastodontici programmi d’investimento, finalizzati alla proliferazione di tecnologie ed armamenti nucleari, ai quali vedranno successivamente associarsi l’Inghilterra (1952), la Francia (1960) e la Cina (1964), tutti membri permanenti del Consiglio delle Nazioni Unite. La suddetta rincorsa al riarmo atomico avrà una battuta d’arresto con l’adesione delle suddette nazioni (Nuclear Weapons States ) al trattato di non proliferazione nucleare, iniziato nel 1968 e concluso ufficialmente nel 1992.
Nel periodo di tempo immediatamente successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nella US Air Force entrarono in servizio gli aerei militari a reazione, capaci di prestazioni e velocità inimmaginabili per gli aerei militari ad elica; da tenere inoltre presente che su tutto il territorio americano erano presenti oltre un centinaio di centri di controllo radar, capaci di avvistare e segnalare in tempi relativamente sicuri l’avvicinarsi di eventuali formazioni nemiche aventi intenzioni ostili ed offensive, come il bombardamento nucleare del territorio americano.
Il fatto di possedere due tecnologie sulla carta superiori e strategicamente vincenti, quella degli aerei caccia intercettori a reazione e la tecnologia radar, quest’ultima giudicata come il vantaggio tecnologico posseduto dagli Alleati che ha determinato le sorti della Seconda Guerra Mondiale, danno nuovamente una falsa sicurezza agli analisti militari americani.
Tuttavia, uno studio del 1950 della RCAF (Royal Canadian Air Force) dimostra che, nonostante la velocità degli aerei e dei bombardieri avesse avuto un sostanziale incremento, il tempo necessario per indirizzare un aereo intercettore sull’obiettivo ostile rimaneva largamente costante.
La causa di tutto questo sostanzialmente era stata individuata nell’enorme mole di lavoro, in un lasso di tempo troppo esiguo, che doveva essere eseguita dal personale addetto al controllo radar.
Effettivamente il lavoro da smaltire dagli uomini radar, aggravato dal fattore dell’altissimo grado di perfezione e di precisione richiesti, era veramente impressionante: acquisizione delle informazioni dell’aereo in avvicinamento, tracciatura dello spostamento per predire gli obiettivi del nemico, scelta e decisione di quali risorse aeree nazionali disponibili impiegare per l’intercettamento, allertare tutti i centri di comando interessati, controllare, tracciare e dirigere in tempo reale le operazioni, in modo che bombardieri nemici e aerei intercettori si trovassero nel punto aereo di contatto previsto.
In sostanza, lo studio sosteneva che ogni intercettazione di un aereo nemico avvistato dai radar, con un ipotetico volo di un ulteriore ora dal momento della scoperta, richiedeva mediamente un minuto per attivare tutto il programma di intercettazione; risultava peraltro abbastanza chiaro che, nel caso in cui questa operazione fosse stata eseguita in un realistico attacco del nemico, nel quale venivano impiegati contemporaneamente diverse centinaia di bombardieri, la situazione si faceva veramente critica e questo determinava con certezza matematica che molti bombardieri avrebbero passato indenni le difese aeree americane, cosa strategicamente improponibile, se questi avessero avuto a bordo delle testate nucleari.
Conseguentemente, tutto questo ragionamento evidenziava in modo chiaro e tangibile la vulnerabilità e la criticità del sistema di intercettazione, nel caso in cui gli aerei attaccanti avessero volato a bassa quota per eludere l’avvistamento radar; in tale circostanza i centri di controllo e coordinamento non avrebbero avuto neanche la condizione dell’ora di volo riportata nella prima ipotesi.
Pertanto, questo studio evidenziava e dimostrava in modo incontrovertibile che il punto debole ed estremamente critico di tutta la catena di avvistamento – decisione – comando – controllo delle operazioni era rappresentato dall’uomo, che, oggettivamente e fisicamente, non riusciva ad elaborare e smaltire in tempi concisi l’immenso flusso d’informazioni.
Questa problematica venne studiata a fondo dal Prof. George Valley, professore di Fisica al MIT (Massachusetts Institute of Technology), il quale risolse concettualmente la questione, ipotizzando che tutti i centri di controllo radar fossero collegati ad un “calcolatore” (computer) capace di elaborare in tempo reale tutto il flusso di informazioni transitanti in ingresso ed in uscita ai centri di controllo.
Questa enorme mole di lavoro smaltita dall’ipotetico calcolatore, doveva essere sintetizzata fornendo delle opportune icone su un monitor, tramite il quale l’operatore poteva comodamente seguire in tempo reale la traiettoria dell’aereo e decidere quale risorsa aerea utilizzare per la difesa e, conseguentemente, coordinarla al punto di intercettazione presunto.
Concettualmente il problema era brillantemente risolto, mancava solamente la realizzazione della tecnologia necessaria per mettere a punto un sistema così complesso e avveniristico che, comunque, rappresenterà il punto di partenza metodologico e funzionale del moderno controllo del traffico aereo.
In realtà l’idea di costruire un calcolatore capace di elaborare una mole impressionante di informazioni e di aggiornare gli operatori addetti in tempo reale venne approfondita dallo stesso Valley nel 1948, lavorando all’interno del progetto Whirlwind della US Navy, la quale aveva commissionato al MIT lo studio, la progettazione e la realizzazione di un calcolatore capace di aiutare il coordinamento ed il controllo, sempre in tempo reale, delle squadre di bombardieri in volo.
Nonostante la brillante idea teorica del progetto Whirlwind, questa trovò non poche difficoltà di attuazione pratica negli anni a seguire, tanto che sarà abbandonata dal suo committente iniziale (US Navy).
Una volta sospeso l’avveniristico progetto da parte della US Navy, il Prof. George Valley e Jay Forrester, responsabile del progetto Whirlwind, stilarono congiuntamente una relazione del suddetto e la proposero alla US Air Force, come la soluzione tecnologica per la difesa aerea del territorio nazionale americano.
Fin dall’inizio (1949) la US Air Force si dimostrò fortemente interessata al progetto, tanto che al MIT Lincoln Laboratory venne fondato il programma di difesa nazionale del continente americano, con l’acronimo S.A.G.E. (Semi – Automatic Ground Environment).
Il suddetto sistema di difesa aerea nazionale, conseguenza del progetto SAGE, sarà perfettamente operativo ed efficiente fino al 1983.
Il progetto S.A.G.E., oltre ad essere una vera e propria pietra miliare della moderna Scienza del Calcolo (Computer Science), riuscirà a tradurre in termini operativi molti concetti, principii computazionali, metodologie e funzionalità, presenti negli attuali e comuni sistemi di calcolo; ma, soprattutto, una cosa che molti ne sottovalutano l’importanza, affascinerà, influenzerà, condizionerà e stimolerà tutti coloro che a vario titolo, ingegneri, fisici, matematici, ricercatori, militari, analisti, saranno gli ideatori ed i protagonisti della moderna rete delle reti.
In buona sostanza, non accennare al contributo ed al forte impatto a livello teorico e tecnologico che ha avuto S.A.G.E. per lo sviluppo della moderna Internet è come fare la storia delle radiocomunicazioni, senza accennare al radio telegrafo di Guglielmo Marconi!
Il sistema S.A.G.E., da molti considerato una vera e propria meraviglia tecnologica, iniziò a prendere consistenza nel 1963; sostanzialmente la sua infrastruttura tecnologica consisteva in 24 Direction Centers, di cui uno disposto in Canada e 3 Combat Centers, opportunamente distribuiti nei punti strategici del territorio degli Stati Uniti, tutti interconnessi tra loro e contemporaneamente con le oltre cento postazioni di avvistamento radar, a loro volta disposte in altri punti strategici del paese, tramite un sofisticatissimo sistema di collegamento radio e di linee telefoniche a lunga distanza.
A questa titanica impresa sotto tutti i punti di vista, in particolar modo quello finanziario, hanno contribuito la Western Digital per la costruzione delle infrastrutture elettriche e di comunicazione, la Bell System per le linee telefoniche, la SDC una nuova società della RAND Corporation, per il programma software costituito da oltre 500.000 linee di codice Assembler, il quale fornirà la base strutturale del linguaggio di programmazione COBOL.
Già questo sarebbe sufficiente per spiegare la portata del progetto, ma chiaramente la faccenda non si esaurisce qui.
Come anticipato, ogni centro disponeva di un calcolatore, soprannominato Whirlwind I, costruito da IBM, il cui vero nome in codice era AN/FSQ-7, che come vedremo dalle sue caratteristiche, è stato, e probabilmente sarà, il più grande calcolatore, inteso come estensione dell’area occupata dalla macchina, mai costruito nella storia dell’uomo.
Il suddetto computer era costituito da circa 55.000 valvole, occupava una superficie di 2.000 mq, pesava approssimativamente 275 tonnellate, erano necessari più di 80 camion per il trasporto ed aveva bisogno di una fornitura di potenza di 3 MegaWatt.
Ogni centro di controllo disponeva di una seconda unità di calcolo tenuta in “stand by“, in modo da poter garantire al 99% una disponibilità ed una continuità delle risorse di calcolo del sistema (concetto di fault tolerance, failover e business continuity); inoltre, tutti i centri disponevano di speciali squadre di manutenzione, attive 24 ore su 24, le quali provvedevano a cambiare le centinaia di valvole che quotidianamente si danneggiavano. Per il grande calore che il computer sprigionava, i locali dove alloggiava erano soggetti ad impianto di condizionamento forzato; a tale proposito, era stato stimato che un’eventuale avaria di tale impianto avrebbe distrutto il computer in meno di 60 secondi.
Ma vediamo adesso quali vantaggi e benefici era in grado di fornire agli utilizzatori questa imponente struttura tecnologica. Innanzitutto ogni centro era capace di tenere aggiornate le tracce di 300 voli simultanei e di gestire contemporaneamente i 100 operatori addetti al controllo radar. Ognuno di essi disponeva di un monitor a raggi catodici (Cathod Ray Tube) interattivo, sul cui schermo erano riportate delle icone rappresentanti i target, ovvero: gli eventuali aerei o missilida tenere sotto controllo; tramite una speciale pistola (light gun), gli operatori puntavano sulle icone ed automaticamente venivano fornite tutte le informazioni relative al target selezionato, compresa la tracciatura del percorso effettuato.
A questo punto, qualora il target individuato fosse stato di interesse per il centro di controllo, l’operatore disponeva, sempre aggiornate in tempo reale ed in base alle caratteristiche del target (velocità, dimensioni, posizione, altezza, ecc..), delle informazioni e delle risorse necessarie all’intercettamento (disponibilità e stato dei missili e/o degli aerei intercettori di tutte le basi aeree e missilistiche), nonché, una volta che l’operatore sceglieva la risorsa per intercettare il target, automaticamente l’ordine veniva trasferito via teletype (sistema di trasmissione dei caratteri alfanumerici ai dispositivi remoti) ai comandi locali prescelti e contemporaneamente era inoltrato un messaggio ai comandi generali ed agli altri centri S.A.G.E.
Come accennato, anche se in termini di investimento finanziario, il progetto S.A.G.E. supererà di gran lunga quello del progetto Manhattan. Indubbiamente, il sistema S.A.G.E. ha rappresentato il primo esempio di WAN (Wide Area Network), vale a dire di una funzionante ed efficiente rete di comunicazione tra calcolatori disposti su una vasta area, concepita e progettata nell’intento di sopravvivere e garantire le comunicazioni, nell’ipotesi di un attacco nucleare nemico.
Inoltre, da un punto di vista ingegneristico S.A.G.E. riesce a definire concetti, metodologie e tecnologie computazionali che saranno ampiamente riprese nella moderna elaborazione, come: l’uso dei modem nelle comunicazioni, il mouse (light gun), i monitor interattivi, la grafica con le icone, i processi multi tasking, la condivisione delle risorse in rete, la disponibilità delle informazioni condivise in tempo reale (real time), le memorie magnetiche, l’individuazione dei guasti (fault detection), la tolleranza ai guasti (fault tolerance), la disponibilità delle risorse in caso di avaria (failover) dei sistemi di comunicazione e dei dispositivi elettronici.
Ma tornando agli eventi socio – politici che si sono avvicendati nel mondo, la nostra analisi era rimasta allo scoppio delle bomba atomica russa del 1949, mentre agli inizi degli anni 50, la guerra in Corea rivede protagonisti a vario titolo, ma questa volta su posizioni completamente antagoniste, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.
In questi anni le ricerche e gli esperimenti delle due superpotenze si intensificano sui razzi vettori e sulla potenziale capacità di lanciare testate nucleari, non più mediante i soliti bombardieri più o meno veloci, ma con missili appositamente studiati, comunemente chiamati missili balistici intercontinentali (ICBM – Inter Continental Ballistic Missiles), capaci di trasportare le testate e colpire obiettivi, con una precisione certa, distanti fino a 3.000 miglia dal punto di lancio.
A riprova di quanto scritto, nel 1955 il presidente Eisenhower dichiarò pubblicamente che, in occasione dell’Anno Internazionale della Geofisica (1 Luglio 1957 – 31 dicembre 1958), durante il quale erano state previste delle straordinarie e particolari attività solari, per studiare da vicino questo eccezionale fenomeno naturale gli Stati Uniti avrebbero mandato un satellite artificiale in orbita; lo stesso anno e per le stesse motivazioni seguirà un annuncio, da parte del Kremlino, di un’iniziativa simile a quella americana.
Dalla metà degli anni ’50 gli organismi militari statunitensi nutrivano il forte sospetto che le ricerche missilistiche sovietiche fossero ad uno stato molto progredito dal punto di vista pratico; infatti, alcune immagini aeree scattate da aerei spia americani, provavano in qualche modo molta attività e dinamismo in determinate rampe di lancio missilistiche, disposte nel territorio dell’Unione Sovietica.
Con l’invasione dell’Ungheria nel 1956 da parte dell’Armata Rossa, la minaccia dell’Unione Sovietica inizia seriamente a preoccupare gli analisti militari statunitensi ed i loro alleati europei, oltre ad inasprire ulteriormente gli animi tra le due superpotenze, provocare un ulteriore incremento degli studi strategici ed il potenziamento esasperato dei rispettivi arsenali nucleari.
Il fenomeno che destò scalpore e fece sprofondare gli Stati Uniti nell’incubo di una reale minaccia nucleare sul proprio territorio fu indubbiamente determinato da un secondo episodio significativo, che confermò appieno le percezioni di alcuni analisti militari americani: il lancio in orbita del primo satellite artificiale Sputnik (traduzione russa di satellite), il 4 Ottobre 1957.
Il suddetto evento fu salutato dall’opinione pubblica con sincero entusiasmo come il primo passo dell’uomo per la conquista della luna e dello spazio. Si trattava in effetti di un oggetto poco più grande di un pallone da basket dal peso di circa 80 Kg che, in soli 98 minuti, dalla base di lancio di Baikonur in Kazakistan, si posizionerà a 250 Km di distanza dalla Terra (perigeo) e traccerà un’orbita ellittica, trasmettendo a terra i dati geofisici rilevati per tre settimane, fino all’esaurimento delle batterie.
Dopo poco tempo, seguirà il lancio del secondo Sputink, che sarà capace di trasportare in orbita un carico (payload) poco più grande e pesante di un Maggiolino Volkswagen, al cui interno sarà messo il primo essere vivente: il cane di nome Laika.
Gli Stati Uniti, come previsto nel 1955, il 1 Febbraio 1958, lanceranno in orbita il satellite artificiale Explorer 1, con un carico (payload) di soli 14 Kg, lo posizioneranno a 358 Km (perigeo) di distanza dalla Terra e rimarrà attivo per ben 111 giorni.
Mentre l’umanità salutava il lancio dello Sputnik come un grandioso passo tecnologico compiuto dall’uomo, proiettato alla conquista della spazio, gli analisti militari ed i responsabili della sicurezza nazionale americani, rimasero letteralmente allibiti e costernati dallo stesso evento, in quanto lo interpretarono in tutt’altro modo: l’Unione Sovietica dimostrava di possedere realmente una tecnologia missilistica capace di armare i missili con testate atomiche e colpire, improvvisamente e con estrema precisione, qualsiasi zona del territorio degli Stati Uniti; l’utilizzo di razzi vettori avrebbe posto l’Unione Sovietica su un piano strategico estremamente avvantaggiato, in quanto la velocità, le dimensioni e l’altezza che i razzi vettori potevano assumere, erano tutti elementi che, di fatto, avrebbero annullato di colpo i vantaggi della difesa aerea, in fase di realizzazione con il progetto S.A.G.E.
La situazione era talmente preoccupante e sconcertante, per l’improvviso ed inatteso vantaggio tecnologico e strategico assunto dall’Unione Sovietica, che stava diventando una vera e propria emergenza nazionale, tanto che la reazione immediata dell’amministrazione americana fu la creazione, nel Gennaio 1958, in accordo con il Ministero della Difesa, dell’agenzia ARPA (Advanced Reaserch Projects Agency), la cui missione era quella di tenere sempre aggiornato lo stato dell’arte della tecnologia legata alla difesa aerea e del territorio nazionale, conoscere con esattezza l’avanzamento tecnologico del nemico, in modo tale da evitare brutte e imprevedibili sorprese, infine, il controllo ad interim dei programmi spaziali, che passerà alla N.A.S.A. (National Aeronautics and Space Administration), quando sarà fondata nell’Ottobre dello stesso anno.
Nel crescendo degli avvenimenti storici, che a livello geopolitico hanno determinato precise scelte strategiche da parte delle superpotenze in questione e l’accelerarsi di determinate ricerche e tecnologie nel campo militare, tralasciando per il momento la Guerra del Vietnam, che ancora una volta vedrà protagonisti, ma sempre su fronti opposti, le due superpotenze, indubbiamente, un evento cardine riguarda la Rivoluzione Cubana (1959) ed i 14 giorni di Ottobre del 1962, durante i quali si ebbe la crisi missilistica di Cuba ed il mondo non fu mai così vicino ad un’apocalisse nucleare.
Nel 1959 la Rivoluzione Cubana portò alla caduta del potere dittatoriale di Fulgiencio Batista e nell’anno successivo (1960) Fidel Castro annunciò la nazionalizzazione di tutte le industrie americane presenti sul territorio cubano; conseguentemente gli Stati Uniti risposero con un rigido embargo nei confronti di Cuba.
Nonostante l’invasione della Baia dei Porci del 1961 sia stata completamente fallimentare e non abbia raggiunto nessuno degli obiettivi che i controrivoluzionari si erano posti, questo evento indusse Castro a sospettare che, a breve, gli Stati Uniti avrebbero provato nuovamente ad invadere Cuba.
La paura di un imminente e definitivo attacco di Cuba da parte degli americani, persuase Castro ad accettare la proposta di Khrushchev, riguardante l’installazione sul territorio cubano di missili sovietici balistici a medio raggio, armati con testata atomica (Medium-Range Ballistic Missiles – MRBM).
Questa mossa, inizialmente tenuta segretissima, ancora una volta spiazzò gli analisti militari americani che, improvvisamente, da alcune foto aeree scattate da aerei spia, si accorsero di postazioni di siti missilistici di lancio sul territorio cubano; in sostanza, gli Stati Uniti si trovavano seriamente e pericolosamente minacciati da missili balistici piazzati a ridosso del loro territorio.
Fortunatamente la crisi missilistica di Cuba si risolse, dopo un primo inasprimento dei rapporti tra le due superpotenze, con un saggio ravvedimento da parte di entrambe, arrivando ad un accordo multilaterale, il quale prevedeva lo smantellamento dei siti missilistici di lancio sul territorio cubano, il ritiro dei missili balistici da parte della Russia e la garanzia che in futuro gli Stati Uniti non avrebbero invaso il territorio di Cuba.
Tuttavia, ai fini della presente trattazione, questo episodio è molto importante, perché, a livello strategico, segna un’ulteriore e fondamentale passo in avanti. Infatti, a seguito di questo evento, iniziarono a svilupparsi specifiche teorie e metodologie che, successivamente, condurranno alla realizzazione del modello di rete precursore della moderna Internet.
A tale proposito, è essenziale riportare due importanti concetti della dottrina della strategia nucleare riguardati quello del “first strike” e del M.A.D. (Mutual Assured Destruction).
Sostanzialmente il “first strike“, come la parola stessa indica, significa la capacità potenziale del primo attacco atomico di annullare e distruggere il potenziale offensivo atomico della potenza antagonista.
Sulla base di questa considerazione, il concetto di M.A.D. è una diretta conseguenza del “first strike”, ovvero l’indice di deterrenza raggiunto dal proprio potenziale atomico, o meglio, la potenziale capacità teorica delle proprie risorse, strutture, sistemi e tecnologie militari di distruggere il nemico al primo attacco atomico.
Tuttavia, per correttezza nei confronti del lettore, è bene comunque sottolineare che, nonostante il clima attuale sia completamente cambiato e sia più disteso, i suddetti concetti sono sempre e comunque attuali, in quanto fine della Guerra Fredda non significa assolutamente che si siano svuotati gli arsenali nucleari, diminuita la loro potenza distruttrice e, soprattutto, dismessi i programmi di lancio, quelli di attacco tattico strategico, ideati e perfezionati nel periodo della Guerra Fredda.
Risulta inoltre abbastanza chiaro che questi due fattori sono stati gli elementi che hanno portato ad una continua ed esasperata evoluzione delle tecnologie e dei potenziali atomici tra le due superpotenze; ciò sostanzialmente era reso inevitabilmente necessario per poter mantenere un reciproco equilibrio strategico, che era il mutuo deterrente ed il reale elemento che ha più volte scongiurato una Guerra Nucleare nei momenti di crisi tra le due superpotenze.
Tanto per fare un esempio di cosa si stia realmente parlando, negli anni ’60 il Segretario alla Difesa Robert Mc Namara pubblica un saggio nel quale sono riportati i concetti di “first strike” e M.A.D. ed è importante riportarne in tal senso un significativo passaggio: ” … Le nostre forze strategiche offensive sono immense: 1.000 missili Minuteam, opportunamente protette sotto terra, 41 sottomarini di classe Polaris, capaci di trasportare in totale 656 missili, per la maggioranza del tempo nascosti sotto il mare e circa 600 bombardieri atomici ad ampio raggio d’azione, approssimativamente il 40% di essi sempre in stato d’allerta massimo. La sola forza d’allerta è costituita da più di 2.200 testate atomiche, che mediamente hanno una potenza detonante di un Megaton di TNT. Quattrocento di questi missili spediti in Unione Sovietica, sarebbero più che sufficienti per distruggere un terzo della sua popolazione e la metà delle sue industrie ….“
Tuttavia, sulla base delle suddette considerazioni, un altro punto importantissimo di valutazione e considerazione degli analisti riguardava anche il fattore, certamente non indifferente dal punto di vista strategico, della realizzazione di un’infrastruttura militare capace sia di reggere all’eventuale “first strike” atomico del nemico che di reagire, nonostante i danni provocati dal suddetto attacco.
A questo punto sono maturate le condizioni, le motivazioni, le esigenze affinché gli studi e gli investimenti convergano nel progetto di costituzione di un’infrastruttura di telecomunicazioni, in grado di assicurare il contatto tra i vari comandi militari, ma soprattutto di sopravvivere e di resistere ad una serie di attacchi nucleari da parte del nemico.
Ma adesso facciamo qualche passo indietro, per conoscere a fondo le figure e gli attori principali, le idee, le visioni, i fondamenti teorici, le applicazioni pratiche che hanno contribuito a formare e costituire le fondamenta dell’infrastruttura di rete, i protocolli di rete, le interfacce, i programmi, i concetti e le metodologie che a loro volta genereranno Internet.
Nel 1937 la brillante tesi di laurea di Claude Shannon, dal titolo “A symbolic analysis of relay and switching circuits“, riesce a tradurre in modo pratico e funzionale, tramite l’opportuna interconnessione elettrica di dispositivi elettromeccanici, come relay e commutatori, la teoria dell’algebra booleana; con la suddetta tesi saranno saldamente impostate le basi teoriche e progettuali della moderna elettronica digitale e permetteranno a Shannon di vincere il Premio Nobel nel 1940.
Successivamente, nel 1948 Shannon pubblica un interessantissimo trattato scientifico intitolato “A Mathematical Theory of Communication“, nel quale si sviluppano le basi teoriche e matematiche, i limiti fisici e le grandi potenzialità della comunicazione digitale; non a caso, per questo trattato Shannon viene considerato il padre della moderna Teoria dell’Informazione.
Infatti, queste affascinanti e rivoluzionarie teorie concettualmente si basano sull’ipotesi di scomporre qualsiasi informazione da trasmettere in una combinazione sequenziale di elementi binari, chiamati Bit, che possono assumere uno stato non ambiguo e fisicamente definito: alto – basso, acceso – spento, positivo – negativo, ecc.., la cui traduzione matematica di tali stati assume i valori di 0 oppure di 1.
Sulla base di queste considerazioni, Shannon formula un teorema molto importante, ovvero: con un parametro, espresso in numero di Bit al secondo, definisce la capacità massima dei dati transitanti in un canale di trasmissione e lo mette in relazione con un valore stabilito ed arbitrario di errori di trasmissione, il rumore presente nel canale di trasmissione e la risposta del canale attraversato da segnali elettrici aventi determinate frequenze.
Questa teoria, che sarà la base della moderna comunicazione digitale, nel 1961 viene ulteriormente arricchita da un secondo illuminante trattato scientifico, pubblicato dall’allora studente Leonard Kleinrock, il quale pubblica un saggio dal titolo “Information Flow in Large Communication Nets” che, sostanzialmente, ipotizza la possibilità di flussi d’informazioni digitali tra le grandi infrastrutture di rete di comunicazioni.
Sono stati portati questi due esempi perché rappresentano gli elementi portanti della moderna teoria dell’informazione e della comunicazione digitale. In buona sostanza, questi due studi dimostrano che a livello teorico è possibile stabilire delle comunicazioni digitali perfettamente funzionali tra dispositivi distribuiti su area vastissime, come quella del territorio degli Stati Uniti.
La cosa indubbiamente interessante dello studio di Kleinrock è che sfrutta un’originale e rivoluzionaria metodologia di trasmissione dati, basata sulla commutazione di pacchetto (packet switching), sostituendo l’allora attuale metodologia di commutazione di circuito.
In buona sostanza, a differenza delle comunicazioni analogiche allora utilizzate, le quali sfruttavano la commutazione dei circuiti, ovvero, tramite una serie di commutazioni fisiche dei circuiti, avveniva un contatto diretto tra l’apparato ricevente e quello di trasmissione. Kleinrock teorizza e dimostra la possibilità di una trasmissione corretta, efficiente e con un numero di errori limitato, utilizzando le informazioni opportunamente digitalizzate, impacchettate e successivamente trasmesse su una rete di comunicazione fissa, nella quale i pacchetti, opportunamente instradati sulla rete, sono capaci di scegliere un percorso arbitrario e raggiungere il punto di destinazione stabilito, anche percorrendo strade diverse. Una volta arrivati a destinazione, i pacchetti saranno adeguatamente ricomposti, affinché le informazioni trasmesse siano utilizzabili dal ricevente.
A questo punto della storia è importante presentare J.C.R. Licklider, in quanto l’esperienza professionale, le idee e la visione del futuro hanno indubbiamente contribuito a catalizzare e a generare in maniera determinante l’orientamento e le scelte che porteranno allo stato embrionale della moderna rete Internet.
Licklider inizia la carriera scientifica come psicologo sperimentale e professore di psicoacustica al MIT, studiando le interazioni tra udito e cervello, in particolare i meccanismi elettroacustici e le relative percezioni da parte del cervello umano.
Durante questi studi Licklider raccolse una notevole quantità d’informazioni, le quali dovevano essere elaborate per poter sviluppare dei modelli matematici e dei grafici; inoltre, l’analisi incrociata delle informazioni acquisite poteva portare a delle conclusioni molto interessanti.
Tuttavia, la difficoltà che notò dal primo momento della ricerca stava nel grande dispendio di tempo e di energie che richiedeva l’analisi delle informazioni acquisite e la reale complessità dei calcoli da effettuare da parte del ricercatore; inoltre molte delle informazioni che dovevano essere eseguite potevano essere automatizzate, in quanto presentavano la caratteristica di essere continue e ripetitive.
A riprova di questo, nel 1957 Licklider dimostrò, con delle prove fatte personalmente, che l’85% del tempo impiegato dall’operatore riguardava le operazioni di raccolta, catalogazione, ordinamento ed elaborazione dei dati, mentre la decisione da parte dell’operatore era pressoché immediata, una volta che quest’ultimo fosse in grado di avere i risultati derivanti dell’elaborazione delle suddette informazioni. Questa prova persuase Licklider, che la presenza di un calcolatore capace di assolvere velocemente le funzioni di elaborazione dei dati avrebbe consentito di arrivare in tempi immediati a dedurre conclusioni e prendere le conseguenti decisioni.
Questa sua convinzione si concretizzò quando fu chiamato come esperto di fattori umani nel progetto S.A.G.E., poiché, come abbiamo visto, gli operatori addetti erano afflitti dall’incapacità di elaborazione e smaltimento di una quantità impressionante di scambio d’informazioni con gli oltre cento centri di controllo radar.
Successivamente Licklider eseguì delle ricerche di psicoacustica presso l’azienda BBN (Bolt, Beranek & Newman), la quale gli mise a disposizione il primo minicomputer PDP-1 della Digital Equipment Company, dal costo di 250.000 $ e con la potenza di un calcolatore mainframe di allora, capace di elaborare in tempo reale le informazioni riportate su una scheda perforata.
Le esperienze professionali maturate e la possibilità di disporre di una determinata tecnologia di calcolo, nel 1959, fanno maturare in Licklider la prima teoria, raccolta nel saggio intitolato: “Libraries of the Future“, nella quale riprende l’idea, inizialmente ipotizzata da Vannevar Bush, della gestione automatizzata di una libreria da parte di un opportuno calcolatore, capace di consentire anche l’accesso ad utenti remoti alla biblioteca ed in grado di permettere la consultazione di un comune data base.
Tuttavia Licklider si spinge oltre l’idea originaria di Bush, perché prevede che il calcolatore sia interattivo e provveda ad una molteplicità di funzioni di supporto all’ordinario lavoro bibliotecario.
Quest’ultima tesi infatti viene ripresa ed ampliata nel secondo saggio pubblicato nel 1960, dal titolo “Man-Computer Symbiosis“, nel quale si idealizza un calcolatore, avente le caratteristiche di un assistente speciale: capace cioè di rispondere alle domande, elaborare sofisticati modelli di simulazione, evidenziare i risultati su un monitor, elaborare dati e situazioni accadute in passato per poter estrapolare soluzioni per nuove situazioni; insomma, Licklider è un convinto sostenitore della possibilità di costruire una simbiosi tra l’uomo ed il calcolatore, ottenuta da un’adeguata interfaccia capace di far comunicare il cervello umano con la macchina.
Licklider, inoltre, è persuaso dell’enorme potenzialità di una tecnologia distribuita, collegata da un’opportuna rete di trasmissione, capace di incrementare la potenza di calcolo complessiva del sistema, sfruttare le risorse condivise, come programmi e informazioni; insomma, creare una rete capace di fare interagire un sistema distribuito di calcolo talmente potente ed esteso, che nessuna singola azienda sarebbe mai stata in grado di costruire individualmente; tutti questi concetti sono espressi in “On-Line Man Computer Communication”, in “Members and Affiliates of the Intergalactic Computer Network“, entrambi pubblicati da Licklider nel 1962 e “The Computer as a Communication Device” (1968), che anticiperà, come vedremo più avanti, la soluzione proposta dal gruppo di lavoro dell’Università UCLA, diretto da Kleinrock.
Le intuizioni e la visione di un sistema distribuito, inteso come un bene universale, capace di fornire possibilità enormi di calcolo, risorse e informazioni, fruibili da tutti coloro vi accedono, sono sintetizzate da Licklider nel concetto di Netizen – Network Citizen e rappresenterà la sfida e la molla scatenante della tecnologia che porterà alla nascita della rete ARPANET nel 1969.
Ma, continuando a seguire il filo conduttore degli avvenimenti storici, nel 1962 Licklider venne chiamato a dirigere l’ufficio ricerche IPTO (Information Processing Techniques Office), all’interno dell’agenzia ARPA, con la finalità di sviluppare un sistema capace di far interagire la nascente struttura di difesa e intercettamento aereo S.A.G.E. con le altre strutture strategiche militari di controllo e di comando del DoD (Department of Defense), come: Pentagono, Cheyenne Montain, Strategic Air Command.
Una prerogativa molto importante, che il sistema in oggetto doveva possedere, riguardava la capacità di sopravvivere ad un eventuale forza d’urto devastante del “first strike“, provocato da un attacco nucleare da parte del nemico sul territorio nazionale americano e di garantire le comunicazioni tra i suddetti centri militari.
In questo particolare e specifico contesto, gli studi e le ricerche di Paul Baran, in un certo senso chiudono il cerchio concettuale a questa prima fase embrionale di Internet. Infatti, grazie agli approfondimenti di quest’ultimo sulla reale possibilità di sopravvivenza ad un attacco nucleare delle reti di comunicazioni su vasta scala, nel 1961 Baran pubblicò una serie di articoli, nei quali erano presenti risultati e soluzioni relativi alla ricerca commissionata.
Inoltre, nel 1964, Baran pubblicò un importante saggio, nel quale viene illustrato in modo dettagliato il sistema di comunicazione di sopravvivenza ad un attacco nucleare, che sostanzialmente era rappresentato da un’architettura della rete distribuita, in grado di far comunicare i suddetti centri, schematizzati come nodi della rete, tramite il metodo di commutazione a pacchetto teorizzato da Kleinrock.
In sostanza, il grande vantaggio di questa nuova infrastruttura di rete era presentato da un nuovo e rivoluzionario paradigma concettuale delle comunicazioni ovvero: tutti i centri collegati in rete non avevano più una scala gerarchica, ma erano funzionalmente allo stesso livello, inoltre, tutti i suddetti centri dovevano essere connessi tra di loro, in modo da generare una fitta rete di comunicazione. Nel caso in cui un centro fosse stato attaccato e reso fuori uso, la metodologia di trasmissione digitale delle informazioni a commutazione di pacchetto sarebbe stata in grado di garantire le comunicazioni tra gli altri centri sopravvissuti, ricalcolando automaticamente il percorso, evitando il centro danneggiato e indirizzando i pacchetti su altre linee non danneggiate, in modo tale che le informazioni potessero arrivare, comunque, a destinazione.
La brillante idea di una siffatta struttura di rete avrebbe convinto il DoD (Department of Defense) delle effettive potenzialità della tecnologia a commutazione di pacchetto e nel 1964 persuaderà i responsabili dell’agenzia I.P.T.O., Licklider e Roberts, per l’adozione di questa promettente tecnologia per la nuova ARPANET.
Tuttavia, una volta stabilito come fare a veicolare le informazioni, rimaneva ancora un problema non indifferente da risolvere, dovuto all’incompatibilità, sia dal punto di vista funzionale che strutturale, dei programmi, delle metodologie di elaborazione e calcolo, dei sistemi operativi, dei calcolatori in servizio tra le varie strutture interessate.
Questo problema nasceva dalla constatazione che non esisteva un sistema comune di calcolo, in quanto le Università, Centri di Ricerca, Centri di Controllo, strutture militari, disponevano di elaboratori e sistemi di calcolo spesso progettati e costruiti per soddisfare specifiche, determinate ed esclusive esigenze e/o problematiche dei centri ai quali erano destinati.
Il problema fu ancora una volta brillantemente risolto a livello concettuale, ipotizzando delle opportune interfacce, capaci di rispettare le realtà, le specifiche strutturali e funzionali dei sistemi di calcolo locali, ma, contemporaneamente, permetteranno di scambiare le informazioni in rete in un linguaggio comune tra le varie realtà informatiche. A tale proposito, il 30 Agosto 1969 la BBN spedì il primo prototipo di I.M.P. (Interface Message Processor) a Kleinrock in UCLA, un DDP 516 Honeywell con 12 Kbyte di memoria.
Il team UCLA di Kleinrock era composto da promettenti studenti, come Vinton Cerf, Steve Crocker, Jon Postel (che successivamente saranno gli sviluppatori del protocollo Internet meglio conosciuto come TCP/IP) e Mike Wingfield.
Wingfield si mise immediatamente alla progettazione ed allo sviluppo dell’interfaccia hardware del primo IMP, infatti, dopo appena 12 giorni dal suo arrivo in UCLA, avviene il primo scambio di messaggi digitali tra IMP ed il calcolatore SDS Sigma 7, con sistema operativo SEX.
Successivamente, la prima connessione di rete digitale WAN fu realizzata con il calcolatore SDS-940, attivo presso lo Stanford Research Institute, avente Genie come sistema operativo e IMP come interfaccia di rete. Alle ore 10:30 PM del 29 Ottobre 1969 fu stabilita la suddetta connessione WAN, tramite una linea telefonica a 50 kbps fornita dalla AT&T.
Kleinrock commenterà nel seguente modo lo storico avvenimento di comunicazione digitale tra differenti calcolatori connessi tramite una rete WAN: “In UCLA digitammo il carattere ‘l’ e chiedemmo se SRI lo aveva ricevuto, la risposta fu “l ottenuto”, successivamente digitammo ‘o’ e chiedemmo se era stato ricevuto, la risposta fu “o ottenuto”, a questo punto digitammo il carattere ‘g’, ma il sistema andò in crash, subito rincominciammo la suddetta procedura e questa volta andò tutto bene”.
La terza connessione di rete avvenne con il Centro Culler-Fried Interactive Mathematics dell’Università di Santa Barbara in California, con un calcolatore IBM 360/75, avente OS/MVT come sistema operativo, mentre la quarta connessione avvenne nel Dicembre 1969, con il Dipartimento di Grafica dell’Università UTAH, che disponeva di un calcolatore DEC PDP-10 e sistema operativo Tenex.
La connessione in rete di tre Università americane ed un centro di ricerca del 1969, segna la nascita di ARPANET, le quattro postazioni progenitrici della futura Internet furono personalmente individuate e scelte da Roberts, in quanto in possesso delle capacità teoriche e tecniche per sviluppare l’interfaccia IMP.
Effettivamente ARPANET rappresenta la pietra miliare di una complicatissima struttura che negli anni successivi al 1969 si svilupperà con ritmi esponenziali e si perfezionerà nelle tecnologie, nei protocolli di comunicazione e nelle metodologie di connessione, tutti elementi che genereranno la moderna Internet; tuttavia è importante sottolineare che tutti gli sforzi compiuti in questi anni presentano una convergenza ed un obiettivo concettuale di fondo, sono tutte iniziative che mirano alla realizzazione pratica e funzionale della teoria di rete universale ipotizzata da Licklider.
Di AlphaRegulus per ComeDonChisciotte.org14.07.2026
BIBLIOGRAFIA PRINCIPALE
Internet History: http://www.livinginternet.com
History. ARPAnet 1957-1990: http://www.jmusheneaux.com/21bb.htm
SAGE Air Defense: http://www.history.acusd.edu/gen/20th/sage.html
Internet History and Growth. September 1969-September 2002. Vinto Cerf
In Memoriam: J C R Licklider (1915-1990). Published by Digital System Research Center, 7 August 1990.
http://www.atomicarchive.com/Docs/Deterrence.shtml. “Mutual Dterrence,” speech by Secretary of Defense Robert McNamara