Comprendere la potenza nell’età della guerra economica

Dal blog https://www.lafionda.org

11 Ago , 2026|Marco Baldassari

Il libro di Giuseppe Gagliano, Guerre et intelligence économique dans la pensée de Christian Harbulot, pubblicato da VA Éditions nel 2026, ha il merito di affrontare una questione decisiva del nostro tempo: il ritorno della potenza economica come elemento centrale delle relazioni internazionali. Attraverso una ricostruzione organica del pensiero di Christian Harbulot, l’autore mostra come la competizione tra Stati, imprese e sistemi nazionali non possa più essere interpretata attraverso le sole categorie del mercato, della concorrenza e della cooperazione internazionale.

Il volume nasce dalla consapevolezza che l’economia non costituisce uno spazio neutrale, governato esclusivamente dall’efficienza e dall’iniziativa privata. Essa è anche un campo di confronto nel quale vengono impiegati strumenti finanziari, giuridici, tecnologici, informativi e cognitivi. Le sanzioni, il controllo delle materie prime, la dipendenza energetica, l’imposizione di norme, l’extraterritorialità del diritto, le acquisizioni industriali e le campagne reputazionali appartengono a un’unica dinamica: la ricerca della superiorità attraverso mezzi diversi dall’impiego diretto della forza militare.

La scelta di concentrare l’analisi su Christian Harbulot è particolarmente significativa. Il fondatore dell’École de guerre économique ha contribuito a sottrarre l’intelligence economica a una concezione puramente aziendale, presentandola come una componente della strategia nazionale. Nella prospettiva ricostruita da Gagliano, raccogliere e interpretare informazioni non significa soltanto conoscere meglio un mercato. Significa comprendere le intenzioni degli avversari, individuare le vulnerabilità di un sistema produttivo, proteggere il patrimonio scientifico e anticipare le trasformazioni capaci di modificare gli equilibri di potenza.

Uno dei principali pregi del libro consiste nella chiarezza con cui viene spiegato il rapporto tra intelligence economica e guerra economica. I due concetti sono spesso confusi oppure artificialmente separati. L’intelligence economica è talvolta ridotta alla sorveglianza della concorrenza, mentre la guerra economica viene descritta come una semplice metafora. Il pensiero di Harbulot permette di superare entrambe le semplificazioni: l’intelligence economica rappresenta lo strumento operativo attraverso il quale un attore raccoglie, protegge e utilizza l’informazione; la guerra economica costituisce invece il quadro strategico nel quale tale attività acquista significato.

Questa distinzione permette di comprendere perché le imprese non agiscano mai in un vuoto politico. Anche quando gli Stati dichiarano di voler lasciare spazio al mercato, essi continuano a sostenere i propri campioni industriali, a proteggere le tecnologie sensibili e a utilizzare il diritto per favorire gli interessi nazionali. La competizione economica appare quindi come un confronto tra sistemi nei quali governi, banche, industrie, università, centri di ricerca e servizi di informazione possono collaborare secondo modalità differenti.

Gagliano dedica giustamente attenzione alla cultura strategica. Non tutte le potenze affrontano la competizione nello stesso modo. La storia, le istituzioni e la percezione dell’interesse nazionale influenzano profondamente le strategie economiche. Gli Stati Uniti hanno costruito un dispositivo fondato sulla centralità del dollaro, sulla superiorità tecnologica, sulla capacità normativa e sull’estensione internazionale del proprio diritto. La Cina ha sviluppato una stretta collaborazione tra pianificazione pubblica, credito, imprese, infrastrutture e acquisizione delle conoscenze. Il Giappone ha elaborato forme di coordinamento tra Stato, sistema bancario e industria. La Francia, invece, ha alternato momenti di ambizione strategica a fasi nelle quali ha accettato una lettura prevalentemente liberale della competizione.

Il riferimento all’esperienza francese rende il volume particolarmente utile anche per il lettore italiano. Francia e Italia condividono alcune vulnerabilità: perdita di capacità industriali, dipendenza tecnologica, difficoltà nel proteggere le aziende strategiche e insufficiente coordinamento tra istituzioni pubbliche e sistema produttivo. Entrambi i Paesi possiedono competenze scientifiche e industriali importanti, ma faticano talvolta a trasformarle in una politica di potenza coerente.

Da questo punto di vista, il libro non è soltanto uno studio sul pensiero di Harbulot. È anche un invito a osservare criticamente la posizione dell’Europa. L’Unione europea dispone di un grande mercato, di notevoli capacità normative e di una base industriale ancora significativa. Tuttavia, queste risorse non si traducono automaticamente in autonomia. La dipendenza energetica, digitale, finanziaria e militare limita la libertà di decisione del continente. Una potenza regolatrice che non controlla le infrastrutture necessarie alla propria sicurezza rischia di produrre norme destinate a essere applicate all’interno, mentre altri attori determinano gli equilibri mondiali.

Un altro aspetto rilevante riguarda la guerra cognitiva. Nel confronto contemporaneo non basta controllare risorse e tecnologie: occorre influenzare il modo nel quale gli avversari interpretano la realtà. L’informazione diventa una risorsa offensiva quando orienta le decisioni, modifica la reputazione di un’impresa, delegittima una politica industriale o trasforma un interesse nazionale in una posizione apparentemente inaccettabile.

La guerra cognitiva non coincide semplicemente con la diffusione di notizie false. È una lotta per l’elaborazione delle categorie attraverso le quali vengono interpretati gli avvenimenti. Chi riesce a imporre il proprio linguaggio può circoscrivere il dibattito e stabilire quali politiche siano considerate legittime. Un Paese che utilizza esclusivamente concetti prodotti da altri rischia di non riconoscere più le proprie dipendenze e di accettare come universali scelte funzionali agli interessi dei concorrenti.

L’insistenza sul capitale informativo è dunque uno degli elementi più attuali dell’opera. Le informazioni non acquistano valore soltanto grazie alla loro quantità, ma attraverso la capacità di selezionarle, collegarle e trasformarle in decisioni. Un sistema può disporre di enormi banche dati e rimanere strategicamente cieco se le sue istituzioni non comunicano tra loro o se i responsabili politici non possiedono una cultura del rapporto di forza.

Per questa ragione, la formazione occupa una posizione centrale. L’École de guerre économique non ha rappresentato soltanto un’esperienza accademica, ma il tentativo di costruire una comunità capace di collegare ricerca, amministrazione, impresa e sicurezza nazionale. La conoscenza della competizione non deve rimanere confinata in circoli specialistici: deve diventare parte della preparazione di dirigenti pubblici, imprenditori, militari, diplomatici e responsabili della comunicazione.

Il volume affronta anche il problema della sovranità economica, evitando di identificarla con l’autarchia. Nessun Paese può eliminare tutte le interdipendenze. La questione strategica consiste nel distinguere quelle accettabili da quelle che possono trasformarsi in strumenti di pressione. Essere sovrani non significa produrre tutto all’interno dei propri confini, ma conservare la capacità di scegliere, diversificare le fonti di approvvigionamento e impedire che un singolo attore controlli risorse essenziali.

Questa impostazione è particolarmente convincente perché evita sia l’ingenuità del mercato autoregolato sia la tentazione di un protezionismo privo di strategia. Difendere un’impresa soltanto quando è ormai minacciata da un’acquisizione straniera non basta. Occorrono finanziamenti di lungo periodo, ricerca, sicurezza informatica, protezione dei brevetti, controllo degli investimenti e una politica capace di individuare in anticipo i settori destinati a diventare decisivi.

Gagliano sottolinea inoltre la continuità tra dimensione economica e sicurezza nazionale. La perdita di un’azienda non comporta soltanto una diminuzione dell’occupazione o del fatturato. Può determinare il trasferimento di conoscenze, l’indebolimento di una filiera, la dipendenza da fornitori esterni e la riduzione della libertà diplomatica. La potenza militare stessa dipende da industrie, reti digitali, energia e materie prime. Un Paese dotato di forze armate moderne, ma incapace di controllare le tecnologie indispensabili al loro funzionamento, possiede un’autonomia soltanto parziale.

La forza complessiva del libro risiede nella capacità di collegare teoria e realtà. Il pensiero di Harbulot non viene presentato come un sistema astratto, ma come uno strumento per leggere fenomeni concreti: il declino industriale, le rivalità tecnologiche, la lotta per le risorse, le strategie d’influenza e l’impiego politico delle dipendenze.

Guerre et intelligence économique dans la pensée de Christian Harbulot è quindi un’opera utile non soltanto agli studiosi di geopolitica e intelligence economica, ma anche a chiunque voglia comprendere la trasformazione dell’ordine internazionale. Il libro dimostra che la pace apparente degli scambi può nascondere conflitti profondi e che la cooperazione non elimina il rapporto di forza.

La lezione conclusiva è netta: una comunità politica che rinuncia a pensare strategicamente l’economia finisce per affidare ad altri le condizioni della propria prosperità e della propria indipendenza. Il volume di Giuseppe Gagliano contribuisce a restituire visibilità a questa realtà e offre al lettore gli strumenti concettuali necessari per riconoscere una guerra che raramente viene dichiarata, ma che viene combattuta ogni giorno. Di: Marco Baldassari

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