Il grande inganno dello “sblocca-impianti

I numeri ufficiali mostrano che gli obiettivi del 2030 sono già raggiunti. Perché allora eliminare controlli ambientali, poteri delle Regioni e tutele del territorio?

Dal blog https://www.francescocappello.com/

Luglio 16, 2026 0 Di Francesco Cappello

l’Italia ha già coperto e virtualmente raggiunto l’obiettivo del 2030 senza bisogno di autorizzare un solo singolo pannello industriale in più! Non c’è alcun ritardo da colmare, alcuna emergenza nazionale che giustifichi il taglio dei controlli ambientali e dei pareri delle soprintendenze! Perché continuare a favorire la speculazione energetica con incentivi pubblici che espropria terreni e sovranità a favore di società energetiche, tra l’altro in larghissima misura estere, a danno di popolazioni, territorio, ambiente?

Sul Sole 24 Ore di oggi si parla con grande enfasi del nuovo pacchetto di semplificazioni per l’energia e di un imminente decreto pensato per introdurre corsie preferenziali veloci. Ci viene raccontato che, per sbloccare la costruzione di parchi eolici, distese di pannelli fotovoltaici e parchi di accumulo, lo Stato ha deciso di tagliare ulteriormente i lacci della burocrazia.

In concreto, l’idea è quella di togliere potere decisionale alle Regioni, aggirare i controlli legati alla valutazione di impatto ambientale e superare i veti delle soprintendenze, che sono quegli uffici pubblici che hanno il compito di vigilare sulla tutela del nostro paesaggio e sui nostri beni storici e culturali.

Quella che viene presentata con il termine rassicurante di “semplificazione” è, a tutti gli effetti, una sistematica espropriazione democratica dei territori. I controlli ambientali e i pareri delle soprintendenze non sono semplici ostacoli burocratici o capricci di qualche funzionario pignolo, ma rappresentano gli unici strumenti legali che i cittadini, le comunità locali e le piccole amministrazioni hanno a disposizione per difendere la propria terra, la Cultura ad essa legata, la biodiversità e la vocazione agricola del territorio.

Nel momento in cui elimini questi passaggi per creare una corsia veloce, stai di fatto disarmando i territori di fronte a decisioni verticali, calate dall’alto.

Oltre a spianare la strada burocratica per l’installazione selvaggia di impianti che analizzeremo più avanti, il pacchetto di riforme contiene due tasselli apparentemente tecnici, ma che rappresentano la vera e propria armatura giuridica di questa operazione di speculazione. Parliamo della revisione della responsabilità amministrativa delle società (la riforma del decreto 231) e dell’estensione delle Zone Logistiche Semplificate (ZLS).

Se proviamo a tradurre questi tecnicismi in parole semplici, emerge chiaramente come si tratti di un micidiale “uno-due” pensato per blindare i profitti privati e azzerare le difese legali e democratiche dei territori.

La riforma del Decreto 231. Uno scudo legale per i colossi industriali

Il primo tassello riguarda la modifica della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle società, regolata dal decreto legislativo 231 del 2001.

Questa legge è lo strumento fondamentale che lo Stato usa per punire direttamente le aziende (e non solo i singoli dipendenti o manager) quando vengono commessi reati gravi a vantaggio dell’impresa stessa, come disastri ambientali, corruzione, truffe sui fondi pubblici o gravi violazioni della sicurezza sul lavoro.

Nel nostro contesto di aggressione speculativa, se una multinazionale realizza un mega-campo di batterie che poi va a fuoco avvelenando i terreni circostanti, o se per accelerare i lavori taglia i costi sulla sicurezza idrica e ambientale, oggi rischia sanzioni devastanti che colpiscono direttamente il suo patrimonio e la sua operatività.

La riforma allo studio punta invece a introdurre un sistema “premiale”, a ridefinire legislativamente la “colpa di organizzazione” e a rivedere i tempi di prescrizione dei reati. Tradotto dal gergo legale, significa che se la multinazionale possiede un modello organizzativo di conformità formale (un pezzo di carta firmato in cui dichiara di rispettare le regole), potrà evitare la condanna o cavarsela con poco.

È una sorta di scudo penale e amministrativo preventivo, pensato per deresponsabilizzare i colossi finanziari e lasciare l’intera responsabilità dei disastri ambientali e termici solo sulle spalle di qualche prestanome (presumibilmente le Società Veicolo) e delle singole amministrazioni locali colpite.

L’estensione delle ZLS. Creare “zone franche” per l’invasione del suolo

Il secondo tassello è l’estensione delle Zone Logistiche Semplificate (ZLS). Le ZLS sono nate originariamente come aree speciali limitate esclusivamente alle zone portuali del Centro-Nord per favorire i commerci attraverso crediti d’imposta e, soprattutto, procedure autorizzative super-veloci. Ora, il Governo sta valutando di estendere questo regime eccezionale a tutto il territorio del Centro-Nord, spingendosi anche nelle aree interne e agricole lontane dai porti.

Il cuore di questa estensione è l’applicazione dello strumento dellautorizzazione unica, modellato sulla centralizzazione già sperimentata con la Zes unica nel Mezzogiorno. In pratica, ampi territori del Centro-Nord verrebbero trasformati in una gigantesca “zona franca” in cui le multinazionali dell’energia possono ottenere un unico via libera centralizzato direttamente da Roma, bypassando del tutto i piani regolatori dei Comuni, le tutele paesaggistiche delle Regioni e il diritto dei cittadini di esprimersi sul proprio territorio.

Il disegno speculativo si chiude

Mettendo insieme le due misure, il cerchio si chiude in modo perfetto e agghiacciante. Con l’estensione delle zone semplificate si creano dei corridoi normativi dove i grandi speculatori possono calare dall’alto i loro mega-impianti industriali e le loro distese di batterie senza dover chiedere il permesso a chi quella terra la vive e la coltiva. E se qualcosa va storto – se si innesca un incendio chimico da instabilità termica, se si avvelena una falda con sostanze tossiche o se i lavori deturpano irreversibilmente un’area protetta – la riforma del decreto 231 interviene come un ombrello legale per assicurare che la casa madre e i grandi fondi esteri non debbano mai rispondere finanziariamente o legalmente dei danni compiuti. Si tratta, in definitiva, della legalizzazione del saccheggio territoriale senza alcun rischio d’impresa.

Ma c’è un dettaglio fondamentale che la propaganda dello “sblocco” omette deliberatamente, ed è qui che si nasconde l’altra grossa beffa. Per comprendere quanto sia ingannevole questa narrazione dell’emergenza burocratica, dobbiamo fare un confronto fondamentale: dobbiamo mettere sui piatti della bilancia, da un lato, gli obiettivi ufficiali che l’Italia si è impegnata a raggiungere entro il 2030 con il suo Piano Nazionale per l’Energia e il Clima (il PNIEC) e, dall’altro, quello che in Italia è già installato sommato a ciò che lo Stato ha già definitivamente autorizzato e che è pronto a partire.

Nel caso del fotovoltaico l’obiettivo è già virtualmente raggiunto

Facciamo parlare i dati del fotovoltaico. L’obiettivo nazionale fissato al 2030 richiede di raggiungere circa 79 gigawatt di potenza solare complessiva. Poiché attualmente in Italia abbiamo già circa 43,5 gigawatt di fotovoltaico installato, il divario reale per raggiungere il target dei prossimi anni è di soli 35,5 gigawatt.

Ebbene, sapete quanti gigawatt di progetti di agrivoltaico di grande taglia a terra hanno già in tasca l’autorizzazione definitiva e sono pronti per essere cantierizzati? Ben 34 gigawatt. Se sommiamo la capacità che già possediamo a quella già pienamente autorizzata, arriviamo a 77,5 gigawatt.

In altre parole, l’Italia ha già coperto e virtualmente raggiunto l’obiettivo del 2030 senza bisogno di autorizzare un solo singolo pannello industriale in più! Non c’è alcun ritardo da colmare, alcuna emergenza nazionale che giustifichi il taglio dei controlli ambientali e dei pareri delle soprintendenze!

L’eolico è già sotto una forzatura speculativa fuori controllo

Se passiamo all’eolico, il meccanismo è lo stesso. L’obiettivo imposto dal piano nazionale per la fine del decennio è di arrivare a 28 gigawatt totali, partendo dai circa 13,6 gigawatt attualmente installati. Lo scarto da coprire sarebbe quindi di circa 14,4 gigawatt.

Ma le multinazionali private non si sono limitate a presentare progetti per coprire questo gap: hanno depositato richieste di allaccio alla rete per una quota monumentale che supera i cento gigawatt per il solo eolico a terra, a cui se ne aggiungono altri settanta in mare. Siamo di fronte a un’alluvione di richieste speculative che supera di oltre dieci volte la necessità reale per raggiungere i target prefissati dal Paese.

La lotteria del Land Grabbing e la beffa del decreto sblocca-impianti

L’accelerazione selvaggia che il nuovo decreto vorrebbe imprimere non serve dunque a portarci verso la transizione ecologica nei tempi stabiliti, ma mira esclusivamente a spalancare le porte a questa mostruosa valanga di progetti in coda che le società private dell’energia pretendono vengano accolti integralmente. Parliamo di altri novanta gigawatt di fotovoltaico in attesa di approvazione e di un assedio di pale eoliche che soffocherebbe l’entroterra e le coste, in particolare di Sardegna, Sicilia e Puglia.

Le multinazionali sanno benissimo che la rete elettrica italiana non potrà mai accogliere tutta questa potenza e che lo Stato non ne ha alcun bisogno. Proprio per questo applicano la strategia del land grabbing, l’accaparramento delle terre, strutturato come una gigantesca lotteria finanziaria: presentano centinaia di progetti a tappeto, spesso sovrapponendosi sugli stessi identici terreni, sperando che, grazie alle maglie larghe della nuova burocrazia velocizzata, quanti più progetti possibile vengano approvati per poter blindare gli incentivi statali ventennali pagati dalle nostre tasche.

In questo scenario, la retorica sulle “aree idonee” si rivela una solenne beffa: poiché le decine di gigawatt già autorizzati in via definitiva godono di clausole di salvaguardia e retroattività, verranno realizzati comunque, svuotando di significato qualsiasi tutela del territorio decisa dalle Regioni.

I pericoli annessi. Bombe termiche e disastri idrici

Se questa massa enorme di richieste speculative venisse accolta per compiacere i colossi dell’energia, i territori andrebbero incontro a pericoli ambientali, idrici e termici senza precedenti. L’invasione di pannelli di silicio e di mega-campi di batterie agli ioni di litio (per i quali Terna ha ricevuto richieste di allaccio surreali per oltre trecentonove gigawatt a fronte degli undici gigawatt già autorizzati) creerebbe delle vere e proprie “bombe termiche” a cielo aperto.

A causa delle perdite fisiche di efficienza energetica, questi enormi impianti di accumulo rilasceranno nell’ambiente circostante una quantità colossale di calore continuo, paragonabile a quella di un inceneritore o all’impianto di riscaldamento acceso di una città di cinquantamila abitanti. Questa bolla di calore inaridirebbe la terra, accelerando l’evaporazione dell’acqua e costringendo a consumare ancora più risorsa idrica per irrigare i campi vicini.

Ancora più spaventosi sono i rischi legati ai sessantasei gigawatt di progetti di accumulo “stand-alone” attualmente sotto istruttoria che il decreto vorrebbe far scivolare via senza controlli. Parliamo di distese industriali di container metallici pieni di batterie al litio posizionati direttamente sopra i terreni agricoli. Oltre al pericolo costante di perdite chimiche di glicole etilenico tossico nelle falde acquifere, l’incubo reale è l’incendio per instabilità termica (thermal runaway).

Spegnere uno solo di questi container richiederebbe milioni di litri d’acqua drenati dagli acquedotti locali, acqua che si trasformerebbe poi in un fango altamente tossico, saturo di acido fluoridrico e metalli pesanti, pronto a riversarsi nei canali di irrigazione e a sterilizzare permanentemente la terra circostante [1]. Il fenomeno riguarda anche gli impianti solari fotovoltaici con pannelli di silicio. Un grande impianto solare surriscalda l’ambiente circostante, fenomeno noto nella letteratura scientifica come Isola di Calore Fotovoltaica (in inglese Photovoltaic Heat Island o PVHI) [2].

Il furto della ricchezza nazionale

La beffa finale è che tutto questo processo speculativo non è tutto a carico dei grandi fondi d’investimento esteri di Londra, Francoforte o New York, ma viene incentivato e finanziato in larghissima misura dalle nostre tasche. Attraverso lo schema di incentivi Fer X e i meccanismi del mercato della capacità, lo Stato si impegna a garantire a queste multinazionali tariffe minime e profitti blindati per vent’anni, prelevando i soldi direttamente dalle bollette elettriche delle famiglie italiane sotto la voce degli oneri di sistema.

Spianare la strada con un decreto “sblocca impianti” significa quindi legittimare un assalto speculativo fuori scala che calpesta la sovranità locale per permettere a colossi industriali di intascare miliardi pubblici, provocare rischi ambientali incalcolabili, espropriando i cittadini, inaridendo la terra.

[1] Oltre ad enormi pale eoliche e distese di silicio costruiscono enormi impianti di accumulo dell’energia prodotta.
Le multinazionali presentano questi enormi parchi di batterie come impianti puliti e autosufficienti, rassicurando i cittadini sul fatto che, durante il normale funzionamento, il sistema di raffreddamento è a circuito chiuso e quindi non consuma acqua locale. Ma questa è solo una mezza verità tecnica, utilizzata per nascondere i reali e gravissimi rischi idrici che questi impianti impongono ai territori non solo agricoli.


Dal punto di vista puramente ingegneristico, i moderni sistemi di accumulo utilizzano condizionatori industriali o sistemi di raffreddamento a liquido simili al radiatore di un’automobile. All’interno di queste tubature sigillate scorre una miscela di acqua e glicole etilenico, una sostanza chimica antigelo altamente tossica.


Anche se teoricamente il liquido non viene consumato dall’esterno, la presenza di migliaia di litri di agenti chimici refrigeranti all’interno di centinaia di container, posizionati proprio sopra i terreni agricoli, rappresenta una bomba a orologeria. Qualsiasi perdita accidentale dovuta a usura, incidenti di cantiere o deterioramento dei materiali rischia di penetrare direttamente nel terreno, avvelenando i campi circostanti e infiltrandosi nella falda acquifera sottostante, la stessa risorsa vitale che gli agricoltori utilizzano per irrigare i campi e abbeverare il bestiame. Il vero consumo d’acqua locale, massiccio e potenzialmente devastante, non avviene durante il normale funzionamento, ma nello scenario più temuto ovvero l’incendio per instabilità termica, noto come thermal runaway. Quando una sola cella al litio si surriscalda per un difetto o un corto circuito, può innescare una reazione a catena che incendia l’intero container.


Questi incendi chimici non possono essere spenti con i normali estintori o con la schiuma, ma richiedono quantità oceaniche di acqua (dove la prenderanno?) al solo scopo di raffreddare i moduli adiacenti e impedire che il fuoco si propaghi.

Vi è mai capitato di assistere all’incendio di un’auto elettrica? Ebbene per moltiplicate molte volte la gravità dell’evento e la difficoltà dello spegnimento. In caso di disastro, i Vigili del Fuoco saranno costretti a pompare milioni di litri d’acqua sul sito per ore, se non per giorni interi! Questa immane riserva idrica viene inevitabilmente drenata dall’acquedotto locale o dai pozzi agricoli della zona, lasciando letteralmente a secco le comunità e le coltivazioni vicine nel momento dell’emergenza…


La beffa finale di questo scenario è l’inquinamento idrico di ritorno. Tutta l’acqua utilizzata per spegnere e raffreddare le batterie si trasforma istantaneamente in un fango tossico, saturo di metalli pesanti, acido fluoridrico e altre sostanze cancerogene rilasciate dalla combustione coinvolgente il litio. Quest’acqua altamente inquinata non evapora nel nulla. Molto facilmente essa non verrà raccolta. Scorrerà via dalle piastre di cemento dell’impianto e si riverserà nei fossi di scolo, nei canali di irrigazione e nei terreni agricoli circostanti, sterilizzando la terra e avvelenando permanentemente i corsi d’acqua locali. Oltre ai rischi di contaminazione chimica e ai consumi di emergenza, l’installazione di questi impianti stravolge la naturale gestione dell’acqua piovana sul territorio. Per posizionare centinaia di pesanti container di batterie, le multinazionali devono colare enormi piastre di cemento armato direttamente sulla terra vergine.


Questa massiccia impermeabilizzazione impedisce alle piogge di filtrare naturalmente nel sottosuolo per ricaricare la falda acquifera. L’acqua piovana, non potendo più essere assorbita dal campo agricolo, si trasforma in un violento flusso superficiale che rischia di erodere i terreni confinanti e causare allagamenti localizzati, alterando per sempre l’equilibrio idrogeologico di zone che per secoli hanno gestito l’acqua in modo naturale e produttivo. Oltretutto, dietro la narrazione di una tecnologia totalmente pulita e a impatto zero si nasconde una legge fisica elementare e inviolabile: il primo principio della termodinamica.

Le batterie non sono contenitori magici, ma sistemi elettrochimici che, per immagazzinare e rilasciare energia elettrica, subiscono inevitabili perdite di energia elettrica. Queste perdite si trasformano interamente in calore! La letteratura tecnica di settore e gli studi di ingegneria termica applicati ai sistemi di accumulo su grande scala ci permettono di calcolare con precisione l’enorme quantità di energia termica che un mega-impianto di batterie riversa nell’ambiente circostante, trasformandosi in un gigantesco termosifone industriale a cielo aperto.
Per quantificare il calore prodotto da un sistema di accumulo da un gigawatt dobbiamo considerare la sua capacità energetica complessiva. I moderni impianti di questa taglia progettati per supportare la rete elettrica hanno solitamente un’autonomia di quattro ore, il che significa che parliamo di un sistema da un gigawatt di potenza e quattro gigawattora di capacità.

L’efficienza complessiva di un impianto a batterie di questo tipo, considerando le perdite chimiche delle celle, l’efficienza degli inverter e il consumo dei sistemi di ventilazione, si attesta oggi intorno all’ottantacinque percento. Ciò significa che il quindici percento dell’energia gestita viene perso sotto forma di calore.
Tradotto in numeri concreti, ogni volta che questo colosso compie un ciclo completo di carica e scarica, ben seicento megawattora di energia termica vengono dissipati direttamente nell’ambiente circostante!

Durante la fase di picco, quando l’impianto scarica energia alla massima potenza di un gigawatt, l’efficienza istantanea genera una produzione di calore continua che oscilla tra gli ottanta e i cento megawatt termici. Per dare un’idea della portata di questo fenomeno, cento megawatt di potenza termica equivalgono al calore generato da un inceneritore (termovalorizzatore) di medie dimensioni o all’impianto di riscaldamento acceso alla massima potenza di un’intera città di cinquantamila abitanti…

Tutto questo calore non svanisce nel nulla, ma deve essere rimosso forzatamente per evitare che le batterie si surriscaldino ed entrino in combustione…
È qui che entra in gioco il sistema di condizionamento dell’impianto. Migliaia di potenti ventilatori e scambiatori di calore industriali posizionati sui container soffiano costantemente aria bollente verso l’esterno, aspirando aria più fresca dal territorio circostante. Questo processo sposta enormi masse d’aria calda, creando una vera e propria isola di calore artificiale sopra i campi coltivati.

La letteratura scientifica che analizza l’effetto termico delle grandi infrastrutture industriali e dei data center dimostra che emissioni termiche concentrate di questa portata modificano inevitabilmente il microclima locale.
La prima conseguenza diretta è la creazione di una bolla di calore locale, o pennacchio termico. L’aria calda espulsa dai container tende a salire e a espandersi a livello del suolo a seconda dei venti dominanti. Nelle aree immediatamente adiacenti all’impianto e fino a diverse centinaia di metri di distanza, la temperatura media dell’aria può subire un innalzamento compreso tra uno e tre gradi Celsius, con picchi ancora più significativi durante le calde giornate estive (i tg ci spiegheranno che la colpa è da attribuire alla CO2), quando i condizionatori delle batterie lavorano al massimo regime per mantenere le celle sotto i venticinque gradi.


Questo riscaldamento costante dell’aria circostante innesca un drammatico effetto di aridità del suolo. L’aria calda e secca soffiata continuamente sui campi accelera il processo di evapotraspirazione del terreno e delle colture vicine.

La terra perde la sua naturale umidità molto più rapidamente, i raccolti subiscono uno stress termico artificiale che ne compromette la crescita e gli agricoltori si troveranno costretti ad aumentare artificialmente l’irrigazione, consumando ancora più acqua in un circolo vizioso insostenibile.
Come se non bastasse, la mutazione del microclima locale altera profondamente la biodiversità e la fauna autoctona. Gli insetti impollinatori, come le api, sono estremamente sensibili alle variazioni di temperatura e ai flussi d’aria calda artificiali, che ne disturbano i canali di orientamento e ne riducono l’attività nei campi limitrofi.

Al contempo, un microclima costantemente più caldo e secco favorisce la proliferazione di parassiti e specie infestanti che prosperano in ambienti caldi, minacciando ulteriormente la salute delle colture. Quello che viene presentato come un silenzioso e pulito alleato della transizione energetica si rivela un potente radiatore industriale capace di alterare l’equilibrio climatico, idrico e biologico del territorio rurale che lo ospita

[2] Il fenomeno per cui un grande impianto solare surriscalda l’ambiente circostante è noto nella letteratura scientifica come Isola di Calore Fotovoltaica (in inglese Photovoltaic Heat Island o PVHI). Non si tratta di un’opinione, ma di un effetto termodinamico concreto studiato dai fisici dell’atmosfera e dagli ingegneri energetici. Per comprendere come un campo di specchi possa riscaldare l’aria locale, occorre analizzare le precise leggi della fisica che regolano lo scambio di energia tra la Terra, il Sole e l’atmosfera.

La legge di conservazione dell’energia e il limite dei pannelli. La prima causa fisica risiede direttamente nel principio di conservazione dell’energia. Quando la radiazione solare colpisce un pannello fotovoltaico, la luce non può scomparire: deve essere trasformata. I moderni pannelli in silicio hanno un’efficienza di conversione che oscilla mediamente tra il 15% e il 22%. Ciò significa che solo una piccola parte della luce solare viene trasformata in energia elettrica e inviata fuori dall’impianto tramite i cavi della rete.

La fisica ci impone di chiederci che fine faccia il restante 80% circa dell’energia solare assorbita. La risposta è semplice: viene convertita interamente in calore, surriscaldando la struttura stessa del pannello.
La trappola della luce. La fisica dell’albedo
Questo riscaldamento è fortemente amplificato da una proprietà fisica dei materiali chiamata albedo, che misura la capacità di una superficie di riflettere la radiazione solare. Un terreno naturale, coperto di erba o colture, ha un albedo relativamente alto: riflette nello spazio una quota significativa di luce solare senza trattenerla.

Al contrario, i pannelli fotovoltaici sono progettati per essere estremamente scuri e antiriflesso proprio per catturare la massima quantità possibile di luce. Avendo un albedo incredibilmente basso, la superficie del pannello si comporta come una vera e propria trappola termica. Assorbe molta più radiazione solare rispetto al prato o al suolo agricolo che ha sostituito, immagazzinando una quantità spropositata di calore.
Lo spegnimento del condizionatore naturale della Terra
In fisica ambientale, il raffreddamento di un territorio rurale è in gran parte garantito dall’evapotraspirazione. Le piante assorbono acqua dal sottosuolo e la rilasciano nell’atmosfera sotto forma di vapore attraverso le foglie.

Questo processo biologico richiede energia termica (calore latente di evaporazione) che viene sottratta all’ambiente, agendo come un gigantesco condizionatore d’aria naturale.
Quando un campo agricolo viene coperto da una distesa di silicio, metallo e cemento, la vegetazione scompare o viene fortemente ridotta. Questo meccanismo di raffreddamento naturale si azzera, eliminando l’unico freno fisico all’innalzamento delle temperature del suolo.
L’effetto radiatore e la convezione dell’aria


Sotto l’azione diretta del sole, i pannelli fotovoltaici raggiungono facilmente temperature comprese tra i 50°C e i 70°C. A questo punto, l’impianto si comporta esattamente come un termosifone domestico a cielo aperto.
La fisica dei fluidi spiega che l’aria a diretto contatto con queste enormi piastre surriscaldate si scalda per conduzione. Diventando più calda e quindi più leggera dell’aria circostante, questa massa gassosa sale verso l’alto per convezione, creando una colonna ascensionale di aria bollente che si espande e si propaga sopra e intorno all’intero impianto.
L’incremento termico reale misurato dai tecnici


Le campagne di misurazione sul campo e i modelli termodinamici dimostrano che l’aria all’interno di un grande parco fotovoltaico subisce un incremento termico medio compreso tra i 3°C e i 4°C in più rispetto alle aree naturali limitrofe.
Questo surriscaldamento locale non si esaurisce al tramonto. Durante le prime ore della notte, la densa struttura metallica dei supporti dei pannelli e il suolo secco sottostante rilasciano lentamente nell’aria il calore accumulato durante il giorno, mantenendo l’area artificialmente più calda rispetto ai campi circostanti e alterando in modo costante il microclima del territorio.

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