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Luglio 22, 2026 0 Di Francesco Cappello
Nota di redaz.- “Un testo non semplice, ma a mio parere è IL MANIFESTO fondamentale sul tema dell’energia sostenibile che apre la verità di un settore ancora oggi strumentalizzato e su cui la politica non ha ne analizzato, ne proposto altro che alimentare le aziende private investitrici, ma mai si è battuta per far diventare gli utenti padroni di ciò che producono e consumano . Vale la pena leggere attentamente e trarne conseguenze anche culturali”
Come funzionano davvero PNRR, ZES Unica e incentivi del GSE. Perché il modello oggi prevalente rischia di favorire i grandi sviluppatori e quale alternativa propone la Comunità Cooperativa Energetico-Alimentare che punta sulla proprietà diffusa, la cooperazione e la sovranità energetica dei territori rendendo protagonisti i cittadini
Quadro generale degli incentivi. PNRR e ZES Unica
Il panorama italiano della transizione energetica è guidato da importanti strumenti di finanziamento pubblico, tra cui spiccano le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e le agevolazioni fiscali previste per la Zona Economica Speciale Unica del Mezzogiorno. Questi strumenti mettono a disposizione contributi a fondo perduto che possono coprire fino al 40% dei costi di investimento o crediti d’imposta che arrivano fino al 60%.
Tuttavia, la normativa definisce con precisione i requisiti tecnici e i destinatari, distinguendo due modalità principali di intervento: l’agrivoltaico innovativo e le Comunità Energetiche Rinnovabili.
Agrivoltaico e Comunità Energetiche a confronto
L’agrivoltaico innovativo rappresenta una soluzione specifica per le aziende agricole che operano su terreni agricoli. La norma impone che la produzione di energia e le attività agricole o zootecniche coesistano sullo stesso terreno. Per questa ragione, non è consentito installare i tradizionali impianti fotovoltaici a terra, ma occorre realizzare strutture rialzate che permettano il passaggio dei macchinari e il pascolo del bestiame al di sotto dei pannelli, garantendo al contempo un sistema di monitoraggio agronomico continuo.
La Comunità Energetica Rinnovabile, nota come CER, si rivolge invece a una platea molto più ampia, che comprende cittadini, piccole e medie imprese, enti locali ed enti del terzo settore. Gli impianti associati a una CER possono essere installati sia sui tetti di capannoni industriali ed edifici pubblici, sia su terreno. Sebbene nei messaggi promozionali di alcuni fornitori privati vengano definite soglie minime aziendali di potenza per la presa in carico dei progetti, la legge non stabilisce alcun limite minimo di spesa o di potenza per fondare una comunità energetica.
L’unico vincolo normativo riguarda la taglia del singolo generatore, che non deve superare la potenza di 1 Megawatt per accedere agli incentivi erogati dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE). Una singola comunità può comunque integrare più impianti al suo interno, superando nel complesso anche diversi Megawatt di potenza totale.
Il funzionamento economico, la virtualità e la cabina primaria
Un impianto fotovoltaico genera valore economico attraverso due canali distinti. Il primo è dato dal risparmio diretto sulle bollette tramite l’autoconsumo o dal ricavo derivante dalla vendita dell’energia immessa nel mercato elettrico. Il secondo canale è rappresentato dalla tariffa incentivante ventennale, un premio in denaro che il GSE garantisce per vent’anni su ogni Megawattora di energia prodotta e condivisa. Il valore di questa tariffa è decrescente all’aumentare della dimensione dell’impianto e varia da circa 100 a 120 euro per Megawattora, con piccole maggiorazioni territoriali previste per le regioni del Centro e del Nord Italia.
Un aspetto fondamentale riguarda il concetto di autoconsumo virtuale e il ruolo della cabina primaria. Nelle comunità energetiche non vengono stesi cavi elettrici fisici tra i pannelli e le abitazioni dei membri. L’energia prodotta dall’impianto viene immessa nella normale rete elettrica pubblica e i cittadini continuano a prelevare l’elettricità pagando le consuete bollette al proprio fornitore. La condivisione avviene in maniera puramente contabile e virtuale: ogni mese il GSE confronta i dati dei contatori elettronici e verifica quanta energia è stata immessa dall’impianto e quanta ne è stata contemporaneamente consumata dai soci della comunità collegati sotto la medesima cabina primaria. La cabina primaria è l’infrastruttura di alta tensione che distribuisce l’energia a uno specifico ambito territoriale, corrispondente in media a un quartiere di una grande città o a un piccolo comune. Quando la produzione e il consumo coincidono nello stesso intervallo orario all’interno di questo confine tecnico, quell’energia viene registrata come condivisa e matura il diritto alla tariffa premio.
Tuttavia, l’accesso agli incentivi è regolato da severe norme europee sugli aiuti di Stato volte a evitare il fenomeno del doppio finanziamento pubblico. Se un investitore decide di richiedere il contributo a fondo perduto del 40% messo a disposizione dal PNRR per coprire i costi iniziali di costruzione dell’impianto, la tariffa incentivante ventennale erogata dal GSE sull’energia condivisa subirà una riduzione del 50%, scendendo a circa 50 o 60 euro per Megawattora.
Inoltre, la legge richiede che la comunità energetica sia costituita come un ente senza scopo di lucro prevalente. Questo vincolo non vieta alla comunità di generare entrate, ma impone che gli eventuali avanzi di gestione non vengano distribuiti ai soci come profitti personali, bensì obbligatoriamente reinvestiti in progetti sociali o ambientali per il territorio, come il contrasto alla povertà energetica delle famiglie indigenti o la riqualificazione di spazi pubblici.
La distorsione del modello corporate e la ZES Unica
Nonostante le premesse solidaristiche della normativa, l’incastro tra le regole delle comunità energetiche e le agevolazioni fiscali della ZES Unica nel Mezzogiorno rischia di innescare una dinamica speculativa nota come cattura societaria o modello del terzo sviluppatore.
Il fattore critico è rappresentato dalla soglia minima d’accesso stabilita per il credito d’imposta ZES Unica, fissata a duecentomila euro. Un importo di questa entità impedisce ai piccoli gruppi di cittadini o alle associazioni locali di promuovere autonomamente l’iniziativa, lasciando spazio quasi esclusivo alle grandi aziende industriali, ai colossi della logistica o ai fondi immobiliari. Una grande società può così realizzare un impianto da 1 Megawatt sul tetto dei propri capannoni ottenendo dal credito d’imposta ZES una copertura pubblica che può raggiungere il 60% dei costi dell’opera.
In questa configurazione, l’azienda privata trattiene direttamente nei propri bilanci il maxi-sgravio fiscale e incassa la totalità dei ricavi derivanti dalla vendita dell’energia sul mercato. La comunità energetica viene costituita solo in un secondo momento, invitando i residenti della zona a iscriversi per figurare come consumatori.
Tuttavia, le clausole contrattuali predisposte dall’azienda assegnano la quasi totalità dell’incentivo GSE al proprietario dell’impianto con la causale di ripagare l’investimento, riservando alla popolazione locale quote marginali del beneficio. L’operazione assume così i tratti di un’azione di facciata, utilizzata dai grandi gruppi per ottenere iter autorizzativi semplificati e costruire una rendita finanziaria protetta con risorse pubbliche.
La proposta alternativa. Comunità Cooperative Energetico-Alimentari
Per superare queste criticità e restituire autonomia ai territori, l’Associazione Nazionale Filiere Virtuose Italia propone un modello alternativo fondato sulla Comunità Cooperativa Energetico-Alimentare di Prosumer e Consumer (CCEA).
Questa contro-proposta intende sostituire la ripartizione virtuale dei sussidi con la proprietà diretta e condivisa dell’infrastruttura. I cittadini non partecipano come utenti passivi, ma diventano comproprietari effettivi di una quota fisica dell’impianto comunitario, dimensionata sui consumi reali del proprio nucleo familiare. La costruzione di un unico impianto cooperativo frazionato in quote individuali consente di sfruttare importanti economie di scala, riducendo drasticamente i costi di acquisto e installazione rispetto ai singoli impianti domestici e integrando meccanismi di solidarietà per garantire l’accesso anche alle fasce sociali meno abbienti.
Il progetto unisce la produzione di energia pulita allo sviluppo delle filiere agricole ed ecologiche del territorio, creando una rete circolare di sostentamento locale. L’obiettivo finale di questa impostazione è affrancare le comunità locali dai ricatti dei mercati energetici e dall’intermediazione dei grandi sviluppatori privati, costruendo una reale sovranità energetica e alimentare basata sull’autogestione, senza gravare sulla spesa pubblica o sulle bollette della collettività.
Il cardine del sistema. La cooperativa a mutualità prevalente. L’autosufficienza finanziaria delle CCEA
La vera chiave di volta dell’intero modello risiede nella costituzione di Comunità organizzate secondo il principio giuridico ed economico della cooperativa a mutualità prevalente. Questa forma societaria garantisce che l’attività sia svolta per soddisfare i bisogni dei soci e del territorio, e non per alimentare il profitto di investitori esterni.
In questo quadro, le Comunità operano in totale autosufficienza finanziaria, rifiutando l’utilizzo di fondi strutturali e sussidi pubblici. Questa scelta è strategica: i finanziamenti statali o europei non sono mai davvero gratuiti, poiché comportano sempre un obbligo di restituzione e l’accettazione di vincoli burocratici che compromettono l’autonomia locale.
L’operatività si fonda su una sinergia diretta tra le utenze domestiche, che agiscono come Prosumer e proprietarie degli impianti, e le imprese locali, che partecipano come utenti consumatori. In virtù della mutualità, le aziende mettono a disposizione i tetti dei propri capannoni e i propri terreni senza richiedere affitti; in cambio, i Prosumer installano gli impianti ed erogano all’impresa energia a un prezzo fisso e calmierato nel tempo, azzerando per quest’ultima la necessità di fare investimenti iniziali e proteggendola dai rincari del mercato.
La potenza della generazione diffusa. Il confronto con il nucleare
La capacità produttiva di questo sistema va ben oltre una semplice risposta di emergenza. Se in una singola ora trecentocinquantamila utenze domestiche forniscono ciascuna tre chilowatt, la potenza istantanea erogata raggiunge un milione e cinquantamila chilowatt, una quota superiore a quella di una grande centrale nucleare a fissione da 1GW. Ma l’estensione dell’architettura a livello nazionale svela una portata ancora più imponente.
Considerando il bacino complessivo di circa venticinque milioni di utenze abitative in Italia, la moltiplicazione di tre chilowatt per utenza genera una potenza installata complessiva di settantacinque milioni di chilowatt, equivalenti a settantacinque Gigawatt. Questo volume di potenza corrisponde alla capacità generativa di circa settantacinque centrali nucleari di grande taglia.
Mentre il fotovoltaico garantisce questa spinta energetica per oltre dieci ore giornaliere, le Comunità possono estendere la produzione a ventiquattr’ore su ventiquattro e per 365 giorni l’anno. Questo avviene integrando non soltanto il solare, ma un paniere diversificato di fonti rinnovabili che comprende impianti eolici, idroelettrici e centrali a biogas alimentate da biomasse locali ad alta resa come la canna selvatica Arundo Donax.
Il confronto con la tecnologia nucleare evidenzia un vantaggio strutturale incolmabile: il modello cooperativo azzera i costi di acquisto del combustibile, cancella gli imponenti costi di manutenzione e sicurezza, ed elimina del tutto la gestione delle scorie radioattive per oltre trecento anni, oltre a evitare i rischi sanitari e i costi di bonifica ambientale delle aree sfruttate.
Mirando ad un nuovo player energetico nazionale e alla compravendita Inter-Regionale
Le singole Comunità Cooperative possono unirsi e coordinarsi a livello inter-regionale, cessando di essere piccole realtà isolate per trasformarsi a tutti gli effetti in un nuovo grande player energetico nazionale.
Questa federazione dal basso permetterebbe di gestire la compravendita di elettricità su due livelli geografici perfettamente bilanciati.
A livello regionale, si realizza un pareggio diretto tra produzione e consumo: un’azienda associata situata ad esempio in Veneto che consumasse un Gigawatt viene direttamente compensata dall’immissione in rete di un Gigawatt da parte delle Comunità Cooperative presenti nella medesima regione.
A livello inter-regionale, la rete potrebbe garantire la stessa compensazione su scala nazionale: la quota di consumo di un Gigawatt richiesta da un’industria veneta può essere coperta dall’immissione simultanea di un Gigawatt prodotto dalle Comunità residenti in Sicilia, in Abruzzo o in altre regioni d’Italia. L’energia prodotta localmente acquisisce così una dimensione di scambio nazionale, rendendo la rete cooperativa il principale garante della stabilità energetica del Paese.
Accumulo diffuso, mobilità leggera e defiscalizzazione mutualistica
La gestione dell’intermittenza tipica delle fonti rinnovabili oltre che nella diversificazione delle fonti può trovare un’altra risposta concreta e capillare nella configurazione delle utenze domestiche tramite sistemi di accumulo di grande capacità. Aggiornando il quadro tecnologico, normativo e fiscale per ripristinare e valorizzare l’immissione dell’energia in Rete, la produzione e la riserva energetica vengono distribuite direttamente all’interno dei quartieri. Questa infrastruttura micro-diffusa riduce drasticamente la necessità di realizzare enormi impianti centralizzati da diversi Megawatt, alleggerendo la pressione sui territori.
A questa rete domestica si integra una soluzione innovativa per la mobilità leggera in e-sharing, che include biciclette, tricicli e quadricicli elettrici. Invece di attendere i tempi di ricarica con la classica presa elettrica, il sistema si basa sulla sostituzione rapida della batteria scarica con una già carica, il cosiddetto battery swapping. Sotto i condomini vengono installati appositi totem di ricarica alimentati direttamente dagli impianti dei Prosumer attraverso una linea elettrica dedicata. Poiché la ricarica avviene in locale senza far transitare l’energia sulla rete elettrica pubblica, il servizio è del tutto esente dagli Oneri di Sistema.
Sul piano fiscale, l’architettura valorizza la natura sociale dell’iniziativa: le utenze domestiche Prosumer non sono attività commerciali, non possiedono partita IVA e operano per scopi esclusivamente mutualistici e di sostegno comunitario. Attraverso una cornice normativa mirata, i ricavi derivanti dalla ricarica a pagamento delle batterie vengono riconosciuti come totalmente deducibili e privi di tassazione, assicurando che ogni beneficio economico rimanga interamente nelle mani dei cittadini e del territorio.
Indipendenza per le famiglie e trasformazione del mercato
I vantaggi per i singoli Prosumer rimangono centrali. Installando un impianto fotovoltaico dotato di sistema di accumulo Off-Grid presso la propria abitazione, la famiglia conquista la totale indipendenza energetica per i propri consumi domestici, ricavando al contempo un’entrata economica costante dalla vendita dell’energia in eccesso alle aziende consumatrici della cooperativa. A ciò si aggiunge la possibilità di usufruire dei tradizionali incentivi fiscali sotto forma di detrazione fino al cinquanta per cento delle spese di installazione, ottenendo un contestuale aumento della Classe Energetica APE (Attestato di Prestazione Energetica) dell’immobile e del suo valore di mercato.
Gli effetti indiretti sul sistema economico generale sono profondi. L’autosufficienza finanziaria delle Comunità elimina la necessità di fare ricorso a fondi pubblici vincolanti e dimostra la possibilità di azzerare gradualmente gli Oneri di Sistema e le altre imposte che gravano sulle bollette. Di conseguenza, vengono prosciugati i margini di guadagno che rendono il settore energetico un terreno di speculazione per le multinazionali e in generale per tutte quelle società private che speculano con scopo di lucro.
Allo stesso tempo, la presenza di una rete diffusa e autonoma renderebbe ulteriormente superflua la costruzione di nuove centrali nucleari, compresi i piccoli reattori modulari SMR al di sotto dei trecento megawatt, risparmiando alla collettività enormi risorse finanziarie e scongiurando rischi ambientali e sanitari a breve, medio e lungo termine.
Nota
Attualmente un terzo delle domande presentate al bando Pnrr per le Cer risulta non finanziabile per esaurimento delle risorse disponibili. Le comunità energetiche rinnovabili attive sono 3.630, con 303 MW complessivi installati.
Secondo i nuovi dati pubblicati dal Gse su un totale di 48.750 richieste presentate al GSE tra l’8 aprile 2024 e il 30 novembre 2025, 15.465 risultano al momento escluse dalle risorse disponibili (quasi 1 domanda su 3). Queste domande “fuori” valgono 572,8 milioni di euro di contributi richiesti e impianti per 1,329 GW di potenza.
Delle 48.750 richieste totali, il GSE ne ha finora ammesse 29.820 (dato aggiornato al 30 novembre 2025), con Lombardia, Sicilia, Veneto e Piemonte in testa per numero di domande.
Il quadro finanziario: la dotazione originaria era stata tagliata da 2,2 miliardi a 795,5 milioni di euro dopo la revisione del 21 novembre 2025, a fronte di richieste complessive che avevano toccato circa 1,4-1,5 miliardi di euro. I fondi si erano esauriti il 21 novembre 2025: chi ha presentato domanda dopo quel momento è rimasto escluso, senza graduatoria di riequilibrio.