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12 Agosto 2026 Valeria Casolaro
Lo scorso 13 luglio è entrata in vigore anche in Italia la normativa che impone limiti di legge severi per la presenza di PFAS tollerata nell’acqua potabile – sei mesi in ritardo rispetto al resto della UE, per una deroga introdotta dal governo nell’ultima legge di Bilancio. I primi controlli effettuati dopo l’entrata in vigore dei nuovi limiti, che impongono che la concentrazione di tali sostanze non sia superiore a 20 nanogrammi per litro, stanno mettendo in luce come in molti pozzi del nord Italia le concentrazioni di sostanze polifluoroalchiliche (i cosiddetti “inquinanti eterni”) siano estremamente elevate, richiedendo così un intervento da parte delle amministrazioni.
Già nei primi giorni dopo l’entrata in vigore della nuova normativa, in Veneto era scattato l’allarme perchè la contaminazione da PFAS era arrivata alla filiera alimentare. A Carpaneda, nella periferia di Vicenza (nell’area soggetta alla contaminazione della Miteni di Trissino), le uova deposte da galline abbeverate sempre con acqua di acquedotto (mai di pozzo) avevano restituito una concentrazione di PFAS superiori di circa otto volte ai limiti consentiti.
In Friuli, invece, nella provincia di Pordenone, risultano coinvolti quattro Comuni: Porcia, Fontanafredda, Roveredo e Aviano. Si tratta, fino ad ora, del contesto più critico, dal momento che nei pozzi esaminati la presenza di PFAS ha superato fino a 20 volte i limiti di legge.
L’ARPA ritenuto che la contaminazione potrebbe dipendere dalle schiume estinguenti usate in ambito aeronautico o da percolati di discarica, ovvero i liquidi che si formano quando l’acqua piovana si infila tra i rifiuti o quando questi si decompongono. Intanto, i sindaci hanno invitato i cittadini ad abbeverarsi, in via precauzionale, solo dall’acquedotto pubblico, evitando pozzi artesiani.
Un nuovo dato è stato più recentemente diramato da Greenpeace, che riporta come a Storo, in provincia di Trento, la concentrazione di PFOS (considerato “possibile cancerogeno”) risulta essere fino a 30 nanogrammi per litro. Il sindaco ha ipotizzato un biomonitoraggio della popolazione per verificare se vi siano accumuli di sostanze negli organismi dei cittadini.
Nella provincia di Vicenza, invece, sono stati superati i limiti in 9 pozzi privati. Si trovano tra Sandrigo e Bressavindo e sono in media tre volte superiori ai limiti.
Viacqua ha dichiarato che, al momento, l’estensione del fenomeno sul territorio non è ancora valutabile in maniera definitiva, ma assicurato che l’acqua distribuita dall’acquedotto pubblico e conforme ai parametri di legge, invitando i cittadini a usare questa. In Lombardia, dai controlli sono emersi limiti superiori alla norma nei Comuni di Credaro, Brembate di Sopra, Castelli, Calepio e Cologno al Serio.
Nel frattempo, la UE si muove anche per introdurre norme più stringenti sulla presenza di PFAS negli imballaggi a contatto con gli alimenti. Da oggi, 12 agosto 2026, entra infatti in vigore l’applicazione effettiva del regolamento sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio che, da qui al 2030, attiverà una serie di iniziative per ridurre i rifiuti prodotti dagli Stati dell’Unione e controllare il quantitativo di sostanze tossiche – gli PFAS, per l’appunto – a contatto con gli alimenti.
«Per quanto riguarda il volume delle PFAS, i materiali a contatto con gli alimenti e gli imballaggi rappresentano uno dei settori più rilevanti», sottolinea il testo della normativa, che ritiene «inaccettabile» l’elevato rischio che ne deriva per la salute umana.

Valeria Casolaro
Classe 1991, prima di iniziare l’attività di giornalista ha lavorato nel campo delle migrazioni e della violenza di genere. Collabora con L’Indipendente dal 2021, occupandosi di diritti, migrazioni e movimenti sociali.