Stati Uniti. L’ottimismo della speranza e l’illusione delle midterm

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11-08-2026 – di: Ottorino Cappelli

Qualche giorno fa Repubblica ha affidato a Timothy Garton Ash e Michael Ignatieff il compito di raccontare ciò che può accadere negli Stati Uniti alle elezioni di midterm. Sono due insigni saggisti e commentatori versatili che si sono costruiti nell’era della democratizzazione post-comunista. Il tono delle loro diagnosi sul trumpismo è giustamente allarmato.

Ma quanto alla terapia, entrambi si limitano a sperare – e invitano a sperare – che il 4 novembre prossimo ci sveglieremo in un’America migliore e che nel 2028 l’incubo sarà finalmente finito. Wishful thinking. Ottimismo della speranza.

Le loro biografie aiutano a capire il punto. Michael Ignatieff è nato a Toronto da una famiglia di aristocratici russi fuggiti dopo la rivoluzione bolscevica del 1917: il nonno Pavel era stato ministro dell’Istruzione dell’ultimo zar. Ha studiato e insegnato a Harvard, guidato senza fortuna il Partito liberale canadese ed è stato rettore della Central European University fondata da George Soros.

Sostenitore dell’invasione dell’Iraq, ha teorizzato un “impero umanitario” americano disposto, contro il terrorismo, anche a ricorrere ai “mali minori” della detenzione indefinita, degli interrogatori coercitivi e delle guerre preventive.

Timothy Garton Ash è britannico e si definisce uno “storico del presente”. Ha costruito la propria reputazione seguendo sul campo il dissenso anticomunista nell’Europa orientale e le rivoluzioni del 1989. Margaret Thatcher, che lo considerava uno dei suoi storici preferiti, lo convocò nel 1990 a un seminario riservato sulla riunificazione tedesca.

Ha tenuto lezioni a Stanford e Oxford ed è un convinto difensore del “mondo libero”, con l’Unione europea e gli Stati Uniti come suoi pilastri. Entrambi provengono dunque da una cultura liberal formatasi nella Guerra fredda e nelle vittorie dell’Occidente democratico sul totalitarismo sovietico. Da Londra e da Vienna continuano a vivere nel mondo che fu, e perciò confidano nella capacità delle istituzioni e della società americane di correggere gli eccessi del potere. È il loro punto cieco. Wishful thinking, appunto.

Beninteso, entrambi vedono che Trump ha già spostato gli Stati Uniti verso una forma di comando personale. L’esecutivo si è concentrato e verticalizzato, i controlli si sono indeboliti e la società si è polarizzata.

Vedono anche, in parte, la scivolosità del terreno elettorale: quando le maggioranze dipendono da pochi collegi e da margini minimi, per manipolarle non serve un golpe, bastano provvedimenti tecnici: intervenire sull’accesso, moltiplicare le verifiche, rendere il risultato contestabile. Intanto i tempi si allungano e il processo si delegittima, molti perdono fiducia nelle elezioni, qualunque sia l’esito infine dichiarato.

Questo favorisce chi è al potere. Fin qui la diagnosi è convincente. Poi arriva l’ottimismo della speranza. Garton Ash spera in una vittoria democratica tanto ampia da rendere impraticabile la contestazione del risultato e spezzare il mito del capo invincibile. Ignatieff si affida invece agli anticorpi: società civile, avvocati, giudici e media.

E in quella parte sana dei repubblicani che non accetterebbe una falsificazione aperta del voto. Il vero pericolo arriverebbe soltanto nel 2028, se Trump rifiutasse di lasciare la Casa Bianca. Ma Ignatieff non pensa che lo farà. Prevede elezioni ancora abbastanza libere e corrette e un passaggio regolare del potere, se dovessero vincerle i Democratici. Ma anche una vittoria di Vance o Rubio resterebbe, a suo giudizio, interna al processo democratico.

È qui l’inghippo. Guardando da Vienna e da Oxford, due commentatori insigni che hanno frequentato i campus universitari e le fondazioni liberal americane possono ancora sperare che novanta giorni di campagna producano una valanga democratica o che gli anticorpi trradizionali tengano.

Alla fine guardano alle midterm di novembre e alle presidenziali del 2028 come a campagne elettorali “normali”, dove tutto dipende ancora dai sondaggi, dagli spot e dalla capacità dei candidati di convincere gli indecisi – collocati nel centro moderato, naturalmente. Socialisti, meglio astenersi. Solo così resta intatta l’idea che la democrazia americana possa salvarsi con i suoi mezzi ordinari. Come speranza è comprensibile. Come analisi, molto meno.

Perché non vede il trumpismo per quello che è: una rivoluzione politica tornata al potere da due anni e decisa a non mollarlo più. Certamente non per una sconfitta elettorale. La débâcle di Orbán della scorsa primavera avrà pure insegnato qualcosa alle destre globali che l’hanno sostenuto fino all’ultimo. Trump sta costruendo le basi per ridimensionare e delegittimare un’eventuale sconfitta.

La domanda non è dunque se i Democratici condurranno una buona campagna, ma che cosa resterà di una democrazia elettorale quando chi governa prepara in anticipo il racconto della frode. Gli elettori voteranno. La società civile sorveglierà. I tribunali contrasteranno gli eccessi e i media denunceranno gli abusi. Ma alla fine il potere accetterà il risultato, qualunque esso sia?

La rivoluzione ha già trasformato il terreno della competizione
Mentre i commentatori si concentrano sulla campagna, Trump modifica il terreno sul quale il voto verrà prodotto, contato e riconosciuto
: collegi elettorali ridisegnati per favorire i Repubblicani, requisiti documentali di cittadinanza per potersi registrare nelle liste, drastica limitazione del voto postale, controlli più stringenti sulla certificazione.

Tutto nero su bianco, in un decreto presidenziale che però è stato sospeso da alcuni giudici federali, e in un collegato progetto di legge, il SAVE America Act, che rimane bloccato in Senato dall’ostruzionismo democratico.

Il 3 luglio, nel suo discorso a Mount Rushmore, lo ha detto con la consueta franchezza: se sblocca quella legge «non perderemo più un’elezione per cent’anni». Per questo ha chiesto un intervento d’urgenza alla Corte Suprema, atteso ormai a giorni. Intanto, senza attendere la Corte, alcune misure del SAVE America Act – soprattutto sulla limitazione del voto postale e sulla prova documentale della cittadinanza – sono già state recepite da molti Stati repubblicani.

Non cancellerebbero milioni di voti, ma potrebbero impedire la spedizione di molte schede, aumentarne il rigetto per errori formali e alimentare contestazioni sulle liste. In otto Stati, tutti governati dai Democratici, dove la grande maggioranza del voto avviene per via postale, queste procedure sarebbero esiziali.

Negli Stati contendibili governati dai repubblicani – come North Carolina, Georgia e Ohio – potrebbero essere usate sia nei collegi contesi sia in quei pochi ancora controllati dai Democratici dopo il ridisegno delle mappe. Inoltre ricorsi e verifiche prolungate potrebbero lasciare alcuni seggi temporaneamente vacanti oltre il 3 gennaio, data di insediamento del nuovo Congresso.

Con una Camera divisa da pochi voti, basterebbe sospendere i seggi giusti per condizionare l’elezione dello Speaker e delle commissioni e scongiurare o ritardare un’eventuale procedura di impeachment. Per questo Garton Ash dice che solo una valanga democratica potrebbe fermare Trump. Ha ragione, ma spera troppo.

Il problema non è soltanto chi prende più voti, ma chi controlla i tempi.

Il Congresso è già cambiato.
Non sappiamo quale maggioranza uscirà dalle urne, ma sappiamo che, mentre i Democratici si presenteranno con un gruppo parlamentare diviso tra centristi e progressisti, il nuovo gruppo Repubblicano sarà formato in larga parte dai fedelissimi candidati sostenuti da Trump, che hanno dominato le primarie del partito.

La separazione dei poteri rimane sulla carta, mentre una parte del Congresso lega la propria sopravvivenza politica al comando del capo. Nel rapporto plebiscitario il presidente parla a nome del popolo “autentico”. Il parlamentare che gli resiste non esercita più un controllo: intralcia il mandato popolare.

La rivoluzione è già arrivata qui. Il sistema che si delinea somiglia curiosamente a un regime ibrido nel quale il partito di maggioranza agisce compatto in aula agli ordini di un capo – che però è anche il capo dell’esecutivo direttamente eletto. Fusione dei poteri a Costituzione invariata. Ci si può arrivare anche con il premierato meloniano.

I giudici delegittimati come “toghe rosse”
Corti e tribunali continueranno a funzionare, si dice. Certo, circa mille giudici federali nominati a vita da presidenti diversi e centinaia di giudici e procuratori elettivi a livello statale – molti dei quali Democratici – sono un bell’argine alla rivoluzione trumpiana. Non a caso la Casa Bianca li addita come “giudici attivisti” e “procuratori militanti”: toghe rosse, diremmo noi.

Ma una serie di sentenze contrarie non basta, da sola. Può arrivare quando il provvedimento presidenziale ha già prodotto i suoi effetti – e questo rischia di accadere con l’amministrazione elettorale, visto il poco tempo rimasto. Può anche essere aggirata con una nuova ordinanza. O, semplicemente, non essere applicata in modo tempestivo.

L’autorità giudiziaria spesso dipende dalla disponibilità dell’esecutivo a riconoscerla. Più sotto, sul terreno, conta anche ciò che accade intorno a giudici e procuratori: la campagna di delegittimazione; la pressione, anche finanziaria, su Stati e procure perché si conformino; la trasformazione del dipartimento di Giustizia in uno strumento contro i nemici politici del presidente, fin nei territori.

Comunismo” e “terrorismo” preparano l’emergenza
C’è poi il clima nel quale si voterà. Trump ha riportato il comunismo al centro del linguaggio pubblico. Non è solo una mossa da propaganda elettorale; lo scopo è raccogliere sotto una stessa accusa i Democratici, ormai catturati dalla corrente socialista; i professori marxisti, cattivi maestri; gli studenti sovversivi con i loro movimenti per Gaza; i giornalisti non allineati; le città santuario e le reti civiche che difendono i migranti.

Elisabetta Grande lo ha mostrato recentemente su queste pagine.

La costruzione del nemico procede per slittamenti. Il radicale diventa un comunista. Il comunista un terrorista. Il terrorista un compagno di strada dei cubani. Una protesta per l’arresto di alcuni migranti, uno scontro di strada tra “Antifa” e gruppi della destra radicale, possono così essere riletti come minacce alla sicurezza nazionale. L’area del sospetto si allontana dalla responsabilità individuale e si allarga fino a comprendere reti di solidarietà sempre più vaste. Il comunismo offre la cornice. Il terrorismo rende possibile l’intervento. Difronte a quell’etichetta, cambiano gli strumenti che possono essere usati. Le misure eccezionali entrano nella retorica dell’ordine pubblico e la repressione può essere presentata come difesa del paese. Questo passaggio riguarda anche il voto.

Disordine e paura come occasione
Le elezioni non si terranno in una camera sterile. Arriveranno dopo mesi di propaganda sul nemico interno ed esterno, dentro conflitti sociali che possono essere sfruttati e amplificati
. Basteranno disordini circoscritti, una manifestazione degenerata, uno scontro in una città governata dai Democratici che si rifiuta di collaborare con l’ICE.

La lettura sarebbe già pronta: i comunisti seminano il caos, le autorità locali hanno perso il controllo, il governo federale deve intervenire.

In pochi collegi decisivi, un seggio chiuso anche solo per alcune ore e riaperto sotto presidio delle forze dell’ordine può allungare le file, aumentare i controlli e scoraggiare una parte dell’elettorato. È già successo alle presidenziali del 2024 in Georgia. Falsi allarmi bomba colpirono decine di seggi dell’area di Atlanta. A DeKalb, contea fortemente democratica e a maggioranza nera, uno studio successivo rilevò un calo anomalo del voto in presenza nei seggi evacuati. Non occorre impedire formalmente a qualcuno di votare: chi viene mandato via può semplicemente non tornare.

Nessuno di questi episodi, isolatamente, assomiglia a un colpo di Stato. Insieme possono cambiare una maggioranza. Bisogna produrre paura e confusione nel punto esatto in cui il risultato è in bilico. In questo clima, il dispiegamento straordinario ai seggi della Guardia nazionale o di forze federali come l’ICE potrebbe essere giustificato come misura di sicurezza.

E la parola chiave sarebbe protezione, non militarizzazione. Ma uomini armati attorno a un seggio non hanno lo stesso significato per tutti.

Per alcuni evocano ordine. Per altri richiamano il controllo dei documenti, domande intrusive a cui è difficile rispondere. Quanti cittadini immigrati e regolarmente naturalizzati non hanno, nei quartieri etnici in cui vivono, un parente senza documenti, un amico irregolare, una comunità su cui non è il caso di attrarre l’attenzione?

Meglio tenersi alla larga. Poi quando i seggi chiuderanno, il conteggio sarà contestato, voto per voto; la certificazione si bloccherà, arriveranno i ricorsi. I repubblicani hanno mobilitato decine di studi legali in tutto il paese per questo. Se si guarda a questo contesto complessivo, l’idea che la democrazia americana possa difendersi attraverso i suoi meccanismi ordinari appare poco credibile: il potere sta alterando l’ambiente elettorale usando strumenti formalmente legali.

Il vero punto cieco dei liberal
La democrazia non è un sistema in cui un partito vince le elezioni. Quella è la parte facile. È un sistema in cui i partiti le perdono, e lo accettano
. Su questo Garton Ash e Ignatieff vedono bene il punto di principio. Eppure, nonostante quello che accadde il 6 gennaio 2021, quando una folla armata assaltò il Campidoglio per impedire la certificazione della sconfitta elettorale di Trump, i nostri sperano che non accada né il prossimo novembre, né nel gennaio del 2027 né tantomeno nel gennaio del 2029. Intanto Trump, il giorno stesso dell’insediamento, ha graziato tutti i leader del 6 gennaio, non si sa mai.

Poi ha costruito la propria strategia proprio per non perdere, o per non accettarlo. La sua vittoria sarà la vittoria del popolo. La sua sconfitta non potrà che essere frutto di una frode o, peggio, della sovversione comunista. Dunque sì, gli elettori voteranno, la società civile si mobiliterà, i giudici interverranno e i Democratici proveranno a produrre la valanga invocata da Garton Ash.

Ma sperare che basti rivela il vero punto cieco dell’ottimismo liberal.

Vede una democrazia assediata che può ancora reagire con i propri anticorpi e una grande affermazione elettorale. Ciò che non vede è un sistema nel quale le elezioni restano, ma la sconfitta diventa sospetta e l’alternanza altamente improbabile: quello che Alejandro Reyes ha chiamato “autoritarismo costituzionale”. Una rivoluzione non consiste nel vincere una volta sola. Consiste nel rendere sempre più difficile perdere. Altrimenti è soltanto una tigre di carta. Possiamo sperarlo, se vogliamo essere ottimisti. Ma senza scommetterci.

Riferimenti
Timothy Garton Ash, «90 giorni per salvare la democrazia in America», la Repubblica, 2 agosto 2026.
Anna Lombardi, «Ignatieff: “La società civile impedirà i brogli al voto, le istituzioni sono solide”», la Repubblica, 3 agosto 2026.
Elisabetta Grande,  https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/08/03/chi-e-contro-di-me-e-un-terrorista-parola-di-trump/
Alejandro Reyes, “America’s Drift Toward Constitutional Authoritarianism”, Foreign Policy, 19 gennaio 2026.

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