Spinetta Marengo: quanto guadagna Syensqo e quanto spende per bonificare?

Dal blog https://www.cittafutura.al.it/

Fabrizio Boschetto 07/08/2026

Con molto piacere e con malcelato orgoglio pubblichiamo un pezzo recentissimo del nostro collaboratore Fabrizio Boschetto, membro del Direttivo di “Pro Natura Alessandria – e.r.i.c.a.  i 2 fiumi”. Sintetico, chiaro, documentato ci fornisce dati importanti per capire quanto poco. ancora, la proprietà Solvay/SyEnsQo abbia concesso per le bonifiche richieste. Anche il dato di un miliardo e mezzo di utili dovrebbe far riflettere e contribuire a rendere ancor più stringenti ed efficaci gli interventi di controllo e di osservazione insiti nella recente Autorizzazione Integrata AIA concessa dall’Ente Provincia…(n.d.r.)

C’è un modo semplice per capire se un’azienda sta davvero risolvendo un problema di
inquinamento o se lo sta solo tenendo sotto controllo: mettere uno accanto all’altro due numeri. Da una parte, quanto guadagna. Dall’altra, quanto dichiara di aver speso per ripulire quello che ha inquinato. Proviamo a farlo per Syensqo, la società (ex Solvay) che gestisce lo stabilimento chimico di Spinetta Marengo, alle porte di Alessandria.

Quanto guadagna Syensqo
Nel solo secondo trimestre del 2026 — tre mesi, aprile-giugno — Syensqo a livello
mondiale ha realizzato un EBITDA (l’utile prima di tasse, interessi e ammortamenti, il numero che le aziende usano per misurare quanto rende davvero il loro lavoro) di 311 milioni di euro. In tre mesi. Le vendite nello stesso periodo sono state di 1,55 miliardi di euro.
Non è un’eccezione: è l’andamento ordinario di un gruppo chimico multinazionale con impianti in tutto il mondo, di cui Spinetta Marengo è solo uno dei tanti stabilimenti.

Quanto dichiara di aver speso per la bonifica
Sul proprio sito dedicato allo stabilimento, Syensqo dichiara di aver investito, dal 2012 a oggi, oltre 47 milioni di euro nelle attività di bonifica, con altri 26 milioni già accantonati per interventi futuri. Sommando le due cifre, si arriva a circa 73 milioni di euro in quattordici anni.
Fermiamoci un attimo su questo confronto: il totale dichiarato per quattordici anni di bonifica equivale a meno di un quarto di un solo trimestre di EBITDA globale dell’azienda.

Non stiamo paragonando entrate e uscite dello stesso perimetro — Spinetta Marengo è solo una delle tante fabbriche di un gruppo mondiale — ma il divario di scala aiuta a inquadrare le proporzioni di cui parliamo.
A questi si aggiungono altri investimenti dichiarati per impianti specifici: 40 milioni nel 2022 per due impianti di trattamento delle acque (“osmosi inversa” e “carboni attivi”), altri 15 milioni avviati nel settembre 2024 per il trattamento delle acque di processo, e 5 milioni donati all’Università del Piemonte Orientale per un centro di ricerca sulla bonifica dei suoli.

Anche sommando tutto, restiamo su cifre molto distanti dai profitti trimestrali del gruppo.
Il punto centrale: cosa si intende davvero per “bonifica”.
Qui arriva la parte più importante, quella che spesso si perde nella comunicazione
aziendale. La legge italiana (il Decreto Legislativo 152 del 2006) distingue con precisione due concetti che vengono spesso confusi:
 Messa in sicurezza operativa: misure che contengono la contaminazione senza
rimuoverla.

È il caso della barriera idraulica di Spinetta Marengo — un sistema di pozzi che pompa e tratta l’acqua di falda contaminata prima che si diffonda, oggi potenziato a 570 metri cubi l’ora, l’equivalente di 5 piscine olimpioniche al giorno. È una misura importante, che evita che l’inquinamento peggiori. Ma è appunto un contenimento: la fonte della contaminazione nel terreno resta lì.


 Bonifica vera e propria: la rimozione effettiva della contaminazione, fino a riportare il sito sotto i livelli di legge. Si conclude solo con un documento preciso — la certificazione di avvenuta bonifica, prevista dall’articolo 248 dello stesso decreto — che viene rilasciato dalla Provincia dopo il via libera di ARPA.


A Spinetta Marengo, il procedimento di bonifica è aperto dal marzo 2001: sono passati venticinque anni. Il progetto di messa in sicurezza operativa è stato approvato nel 2012: tredici anni fa. Ma una certificazione di avvenuta bonifica, quella che chiuderebbe formalmente il procedimento, non risulta ancora rilasciata.

Anzi, i dati più recenti di ARPA Piemonte mostrano che nei punti di controllo della falda permangono valori superiori ai limiti fissati per cromo esavalente e per diversi solventi clorurati — cioè gli obiettivi che l’azienda stessa si era impegnata a raggiungere non sono ancora stati centrati.


Per l’area esterna allo stabilimento, la situazione è ancora più indietro: la caratterizzazione del terreno (il primo passo tecnico, quello che serve solo a fotografare quanto è inquinato) è stata completata solo di recente, dopo anni di attesa, e l’analisi di rischio che dovrebbe fissare gli obiettivi di bonifica per quella zona risulta ancora in corso.

Una precisazione doverosa
Va detto, per completezza, che la storia della contaminazione a Spinetta Marengo è
complessa: un collegio arbitrale internazionale ha accertato che Edison, il precedente
proprietario del sito, aveva fornito a Solvay un quadro falsificato dello stato di
inquinamento al momento della cessione nel 2001-2002, ed è stata condannata a risarcire oltre 90 milioni di euro.

Una parte della contaminazione, quindi, è ereditata da gestioni industriali precedenti, durate oltre un secolo in quell’area. Questo però non cambia il punto centrale: per legge, chi gestisce oggi il sito è comunque tenuto a completare la bonifica, indipendentemente da chi abbia causato l’inquinamento in origine — ed è su questo obbligo, non sulle responsabilità storiche, che vale la pena tenere alta l’attenzione.

In sintesi
Un’azienda che guadagna centinaia di milioni di euro a trimestre a livello mondiale dichiara di aver speso, in quattordici anni, poche decine di milioni per un procedimento di bonifica che formalmente non risulta ancora concluso.

Quello che è stato realizzato finora — barriera idraulica, filtrazione delle acque, copertura delle discariche storiche — sono interventi reali e utili, ma tecnicamente rientrano quasi tutti nella categoria del contenimento, non della rimozione della causa. Fino a quando non arriverà la certificazione prevista dalla legge, la bonifica di Spinetta Marengo resta, nero su bianco, un procedimento aperto da un quarto di secolo.

Nota: i dati sui profitti sono quelli diffusi da Syensqo nel proprio comunicato trimestrale ufficiale (Q2 2026) e si riferiscono al gruppo a livello mondiale, non al solo stabilimento di Spinetta Marengo. I dati sugli investimenti in bonifica sono quelli dichiarati da Syensqo stessa sul proprio sito dedicato allo stabilimento. I dati sulle non conformità nei punti di controllo provengono dalla Relazione ARPA Piemonte 2024 sul sito di Spinetta Marengo.

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