L’UE non è l’Europa

Dal blog https://www.lafionda.org

21 Ago , 2026|Elena Basile

Ho letto con molto interesse l’articolo di Lucio Baccaro uscito giorni fa sulle pagine del Fatto quotidiano. Vi sono riassunte brillantemente le tesi di coloro che, nell’area del dissenso, si schierano contro il progetto europeo, privilegiando il ritorno allo Stato nazionale.

Naturalmente, la sinistra (che oggi non è rappresentata dai socialisti europei o dal PD in Italia) si distingue dalle destre in quanto considera possibile il ritorno allo Stato nazionale senza dover necessariamente sfociare nel nazionalismo sovranista caldeggiato dalle destre radicali europee.

In sintesi, richiamandosi al pensiero del filosofo W. Streeck, Baccaro enumera i difetti dell’UE: priva di legittimità democratica e capace di incarnare ideali neoliberisti e, oggi, bellicisti, in netto contrasto con gli interessi dei popoli.

Siamo tutti perfettamente d’accordo. Aggiungerei che l’UE, da Maastricht in poi, ha tradito il liberalismo e i diritti sociali, pur inscritti nei suoi trattati, divenendo un’organizzazione autocratica che non conosce la divisione dei poteri e che ha dato vita a una moneta unica in una zona economica afflitta da grandi divergenze, attuando il compromesso tra creditori e debitori a esclusivo vantaggio dei primi.

L’UE — un ibrido tra il modello tedesco basato sulle esportazioni e il colbertismo francese, per quel che riguarda i poteri economici della Commissione — ha rinnegato i diritti umani e la libertà di espressione, sanzionando scrittori, politologi e funzionari dell’ONU colpevoli di criticare la NATO o Israele, e ha appoggiato politiche oppressive, chiudendo i conti ai canali social del dissenso, come Visione TV di Francesco Toscano.

La burocrazia europea è ormai una cinghia di trasmissione tra le lobby e i popoli, che scavalca i residui di democrazia nazionale.

C’è tuttavia un dettaglio che Baccaro e tanti altri amici continuano a dimenticare: l’UE non ha nulla a che vedere con il sogno sovranazionale europeo. Essa incarna l’Europa delle Patrie e degli interessi nazionali.

L’integrazione europea realizzata fino a oggi è un fallimento evidente. È il risultato dell’approccio Monnet: una costruzione settoriale, prima commerciale, poi economica, monetaria e infine della difesa. Non si è mai mirato all’Europa come unione politica, come Stato federale, democratico e sociale. Salta agli occhi il paradosso: sarebbe come criticare lo Stato italiano per l’operato del suo Governo, cancellando la Costituzione italiana, mai pienamente attuata.

La Costituzione è invece, per molti di noi, il riferimento in base al quale il Governo può essere criticato per le sue carenze oggettive; allo stesso modo, il sogno sovranazionale europeo è il modello teorico che ci permette di evidenziare i molteplici fallimenti dell’UE.

Come ho tentato di illustrare in Approdo per noi naufraghi, il filosofo J. Habermas ha risposto a Streeck ribadendo la possibilità che esista un popolo europeo, basato sulla sua storia e, come E. Morin ha sottolineato, sul contrasto alla barbarie in virtù del cristianesimo, della Rivoluzione francese, del liberalismo, del socialismo, della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione contro il genocidio, ecc.

In questa fase di capitalismo finanziario selvaggio e di “società dell’1%”, un operaio o un precario tedesco ha molto più in comune con i propri omologhi italiani che non con l’élite del proprio Paese. La nazionalizzazione degli interessi è uno sbaglio anacronistico.

Il ritorno alla comunità nazionale non rende più facile la lotta politica e sociale per una società più giusta: i rapporti di forza restano gli stessi, l’élite si collega a poteri transnazionali e la manipolazione della società civile permane. Il Regno Unito è uscito dall’UE: vi sembra che abbia fatto molti progressi? Le difficoltà che si riscontrano in Europa nel mandare a casa la maggioranza Ursula sono le stesse che incontriamo all’interno del Paese per sconfiggere la destra populista e quella tecnocratica (ovvero le destre e il PD).

Abbiamo costruito lo Stato nazionale italiano cercando di unificare gli interessi e di uscire dal “particulare” guicciardiniano, salvaguardando al contempo dialetti, gastronomia, tradizioni e diversità territoriali. La stessa operazione potrebbe essere compiuta in Europa; Mazzini, non a caso, auspicava l’unità d’Italia parallelamente all’Europa unita.

Ribadire l’omogeneità del tessuto sociale e culturale a livello nazionale si scontra con la medesima “complicità del sentire” che esiste a livello regionale o cittadino: ha senso contrapporre Roma a Berlino così come Palermo a Milano?

Viviamo in un mondo globale e interconnesso, dominato dalle lobby internazionali e dai grandi fondi. L’élite di uno Stato nazionale resterà sempre dipendente da questi poteri forti. L’uscita dall’Europa non è un’opzione realistica: dal punto di vista economico sarebbe un suicidio. L’uscita dalla NATO (e Berlinguer lo sapeva bene!) ci porterebbe a un colpo di Stato della CIA. La riforma dell’Europa è difficile quanto quella dell’Italia, ma uno Stato federale europeo, democratico e sociale, avrebbe maggiori possibilità di inserirsi nel mondo multipolare e di resistere alle mafie internazionali. Di: Elena Basile

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