Gli effetti collaterali della privatizzazione dei vaccini

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Claudio Marciano 26 Agosto 2026

L’autorizzazione per il vaccino antinfluenzale tramite mRNA di Moderna sembra orientare verso tecnologie sempre più costose e proprietarie più che verso la crescita della copertura vaccinale. Servirebbe un’infrastruttura pubblica europea per sviluppo e produzione di farmaci e vaccini

L’innovazione tecnologica non nasce sempre dal bisogno di risolvere un problema specifico. Capita, e non di rado, che sia piuttosto una soluzione alla ricerca di un problema. Nel mercato biotecnologico questo accade anche perché le imprese raramente vendono soltanto prodotti: vendono asset – progetti, brevetti, pipeline – il cui valore cresce o diminuisce in base alla percezione che la tecnologia proprietaria possa davvero «spaccare». Questa forma di organizzazione del mercato, che Kean Birch e Fabian Muniesa hanno definito assetization, non orienta soltanto il comportamento dei Ceo delle biotech, ma anche le direzioni applicative della ricerca. La tecnologia finisce così per precedere il bisogno: una volta sviluppata e valorizzata una piattaforma, si cercano i problemi ai quali possa essere applicata, anche quando il rapporto tra costi e benefici è discutibile o esistono già soluzioni consolidate. 

Ho avuto modo di soffermarmi su questo meccanismo durante la pandemia, mostrando come sviluppare un vaccino efficace, sicuro e a basso costo contro il Covid-19 fosse alla portata del sistema di innovazione cubano, ma non di quello dei paesi a capitalismo avanzato, nonostante l’enorme divario di risorse industriali e finanziarie. In questi ultimi, la risposta al Sars-CoV-2 fu cercata soprattutto nell’ambito di biotecnologie sperimentali e proprietarie, non perché fossero le uniche tecnicamente disponibili, ma perché meglio compatibili con i meccanismi di cattura del valore proprio del mercato. 

Il nuovo vaccino antinfluenzale a mRNA di Moderna offre un altro caso esemplare. Contro l’influenza esistono già numerose formulazioni efficaci, basate in larga parte su tecnologie consolidate, dai vaccini inattivati a quelli a subunità proteica. Si tratta di vaccini efficaci, sicuri e dal costo moderato, aggiornati ogni anno sulla base delle valutazioni operate da una struttura internazionale di sorveglianza gestita da Oms. Perché, allora, ricorrere a una tecnologia complessa e costosa come l’mRNA? A quale bisogno di salute pubblica risponde l’iniziativa di Moderna? 

Dopo il boom determinato dal vaccino contro il Covid-19, interamente pagato da fondi pubblici, Moderna non è riuscita a costruire un secondo successo commerciale comparabile. I ricavi sono passati da circa venti miliardi di dollari a un decimo e il valore delle azioni è crollato. Lo sviluppo del vaccino antinfluenzale appare così anche come il tentativo di rilanciare l’mRNA come piattaforma proprietaria dominante nel mercato dei vaccini respiratori, e di tenere vivo l’interesse degli investitori per questa biotecnologia. Tuttavia, questa strategia imprenditoriale potrebbe determinare effetti controversi per la salute pubblica. Vediamo perché.

Un vaccino un po’ più efficace

Il 5 agosto la Food and Drug Administration statunitense ha approvato mFlusiva, il primo vaccino stagionale contro l’influenza basato sulla tecnologia a mRNA, destinato agli adulti dai cinquant’anni in su. Non si tratta, però, di un esordio assoluto della tecnologia nel campo influenzale. Moderna ha presentato domanda di autorizzazione per lo stesso vaccino anche all’Ema, che lo sta valutando, mentre nell’aprile 2026 l’Unione europea ha già autorizzato mCombriax, il vaccino a mRNA di Moderna che combina in un’unica somministrazione la protezione contro influenza e Covid-19.

La notizia è stata immediatamente presentata come una nuova vittoria della scienza. L’influenza provoca ogni anno, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, tra 290 mila e 650 mila morti per cause respiratorie. La piattaforma a mRNA, spiegano i suoi promotori, permetterebbe di aggiornare più rapidamente il vaccino, e quindi di intercettare le varianti più recenti. Il trial di Moderna avrebbe inoltre dimostrato un’efficacia superiore del 26,6 per cento rispetto ai vaccini convenzionali, che salirebbe addirittura al 47,9 per cento nel caso delle forme che hanno richiesto ricovero, pronto soccorso o cure urgenti.

Questi dati sono corretti, ma vanno letti in termini assoluti. Se si guardano i dati dei trials, sulle circa 40 mila persone coinvolte nello studio, il rischio di contrarre un’influenza sintomatica è passato dal 2,77 per cento – 557 casi – con il vaccino tradizionale al 2,04 per cento – 411 casi – con Moderna: appena 0,73 punti percentuali di differenza. I ricoveri sono stati soltanto dodici, quattro con Moderna e otto con il comparatore. Il confronto, però, è stato fatto con un vaccino standard, non con quelli potenziati normalmente destinati agli anziani e ai più fragili. Per questo la Fda ha approvato mFlusiva negli over 65 con procedura accelerata, imponendo a Moderna un ampio studio post-commercializzazione per confrontarlo con i vaccini oggi preferiti in questa fascia di età.

Si tratta di un approfondimento decisivo, perché è proprio tra gli anziani e i malati cronici che si concentra il peso delle forme più gravi. In Italia, nella stagione 2024-2025, la fascia più colpita dai casi gravi è stata quella tra i 60 e i 79 anni e la maggioranza dei pazienti presentava una o più patologie pregresse. Ma il dato forse più significativo è un altro: il 77,4 per cento dei casi gravi e dei decessi si è verificato tra persone che non avevano ricevuto il vaccino antinfluenzale.

Il problema di salute pubblica è dunque innanzitutto la copertura. Nella stessa stagione soltanto il 52,5 per cento degli italiani con più di 65 anni si è vaccinato, contro il 65,3 per cento raggiunto nel 2020-2021 e un obiettivo minimo del 75 per cento. Nella popolazione complessiva la copertura si ferma al 19,6 per cento.

Ed è proprio su questo terreno – portare alla vaccinazione una quota molto più ampia della popolazione, soprattutto quella più esposta e vulnerabile – che il vaccino di Moderna presenta più rischi che opportunità.

…ma con più effetti collaterali e più costoso

Come è possibile desumere dall’autorizzazione della Fda, il vaccino di Moderna presenta un quadro di reazioni avverse decisamente più gravi e ricorrenti di quello del vaccino concorrente. Tutti gli indicatori mostrano un rischio quasi doppio di sviluppare stanchezza, febbre e dolori muscolari. Quasi il 29 per cento dei vaccinati con Moderna ha assunto antipiretici o antidolorifici, contro il 9,1 per cento degli altri.

Quanto alle reazioni sistemiche più intense, Moderna presenta un’incidenza circa sei volte superiore. In termini semplici, circa una persona su diciotto nel gruppo Moderna ha avuto una reazione di questa intensità, contro circa una su centoundici con il vaccino tradizionale. Se si guarda specificamente agli over 65, queste reazioni sono risultate quasi quattro volte più frequenti rispetto al vaccino utilizzato come comparatore.

Per il linguaggio regolatorio, molte di queste reazioni sono «lievi o moderate», perché durano uno o due giorni e non provocano conseguenze permanenti. Per una campagna di salute pubblica, però, le cose stanno in modo diverso.

Il vaccino antinfluenzale deve essere ripetuto ogni anno. Viene proposto contro una malattia che, per la maggior parte degli adulti sani, è percepita come temporanea e gestibile. In questo contesto, raddoppiare la probabilità di cefalea, stanchezza o dolori muscolari e moltiplicare le reazioni che impediscono le normali attività può diventare una «buona ragione» per esitare.

C’è poi il tema del costo. In Italia, il prezzo di una dose di vaccino antinfluenzale cambia in base alla tipologia di prodotto utilizzato. Nelle gare regionali, tuttavia, alcuni vaccini standard vengono acquistati per meno di cinque euro.

Il prezzo di mFlusiva non è ancora noto, tuttavia è difficile immaginare che una dose di un vaccino a mRNA possa costare così poco. Nel caso del Covid-19, nonostante la quantità stratosferica di finanziamenti pubblici a sostegno dello sviluppo, si è arrivati a pagare circa venti euro a dose.

La privatizzazione della piattaforma vaccinale

Tutte queste riserve potrebbero far presagire un insuccesso commerciale per Moderna. Ma il razionale dell’operazione va ben oltre il vaccino antinfluenzale: l’obiettivo è affermare l’mRNA come piattaforma proprietaria per la vaccinazione contro i virus respiratori.

Moderna punta infatti a integrare progressivamente più vaccinazioni sulla stessa piattaforma. Ha già sviluppato un prodotto combinato contro influenza e Covid-19 e sta sperimentando un altro vaccino contro Rsv e metapneumovirus. In questo modo estenderebbe il proprio controllo sull’intera catena del valore: progettazione delle sequenze, sintesi dell’RNA, nanoparticelle lipidiche, impianti e processi produttivi.

La strategia potrebbe pagare. Moderna è oggi l’unica azienda ad aver sviluppato un vaccino combinato contro Covid-19 e influenza controllando entrambe le componenti attraverso la stessa piattaforma mRNA. Sanofi, proprietaria di alcuni dei vaccini antinfluenzali più diffusi, ha invece stretto una partnership con Novavax per combinare le rispettive tecnologie. Ma il vaccino Covid di Novavax utilizza un adiuvante particolarmente costoso e presenta una reattogenicità non trascurabile: difficilmente rappresenta la strada verso una vaccinazione antinfluenzale più economica e diffusa.

Sarà quindi interessante osservare, già dalla prossima stagione vaccinale italiana, quali meccanismi orienteranno le scelte dei medici e, prima ancora, quelle delle stazioni appaltanti regionali. Uno studio classico coordinato dal sociologo James Coleman mostrò molti anni fa come l’adozione dei nuovi farmaci dipenda fortemente dalle reti professionali: dall’intensità degli scambi tra colleghi e dalla reputazione di chi adotta per primo. Superata una certa soglia, la diffusione accelera rapidamente e lo spazio per le alternative si restringe.

È qui che emerge il problema più generale. Se l’innovazione continuerà a seguire esclusivamente le regole dell’attuale mercato biofarmaceutico, tenderà verso tecnologie sempre più costose, proprietarie e difficili da replicare: proprio quelle che più facilmente possono essere monopolizzate e trasformate in asset finanziari. Questo può avvenire anche quando esistono alternative meno costose e altrettanto, o persino più, efficaci.

È una dipendenza di percorso che mostra da tempo i suoi limiti. Nelle biotecnologie si investe sempre di più, mentre diminuisce la produttività in termini di vere breakthrough innovations: nuove molecole, ma soprattutto nuove soluzioni capaci di rispondere ai principali problemi di salute pubblica.

Un’alternativa esiste, ed è fuori dalla logica del mercato. È ormai quasi rituale richiamare le proposte elaborate dal gruppo coordinato da Massimo Florio e dal Forum Disuguaglianze e Diversità per la creazione di un’infrastruttura pubblica europea dedicata allo sviluppo e alla produzione di farmaci e vaccini. Ma il problema resta irrisolto.

Se domani arrivasse una nuova pandemia, l’Europa rischierebbe di trovarsi nuovamente nella condizione del 2020: dipendente da poche aziende private per tecnologie decisive, con uno squilibrio enorme nel potere contrattuale e nella capacità di decidere cosa sviluppare, quanto produrre e a quale prezzo. È questa concentrazione, più della singola tecnologia, a creare le condizioni per nuove forme di apartheid sanitario e a restringere lo spazio per soluzioni differenti.

*Claudio Marciano è ricercatore in sociologia del territorio e dell’innovazione presso l’Università di Genova. È autore, assieme al giornalista Report Rai Manuele Bonaccorsi, del libro I Padroni del vaccino. Chi vince e chi perde nella lotta contro il Covid-19 (Piemme, 2022). 

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