La questione kurda e le incognite di una soluzione politica

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20-08-2026 – di: Laura Schrader

«Timeo Danaos et dona ferentes». La legge-quadro “sul rafforzamento della solidarietà nazionale e della coesione sociale” approvata dall’Assemblea nazionale turca nella notte tra lunedì 10 e martedì 11 agosto è un cavallo di Troia costruito per eliminare la resistenza armata del PKK o un primo passo verso la pacificazione del paese e forse anche verso la speranza di una mutazione democratica? La legge è passata con una larghissima maggioranza: 468 voti a favore, 88 contrari e 6 astenuti. La sua approvazione quasi coincide con l’anniversario del “primo sparo”, che il 15 agosto 1984 ricorda l’inizio della guerriglia di resistenza del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, necessaria per arginare il genocidio fisico e culturale della popolazione kurda. Una resistenza di donne e uomini tanto motivata e radicata sul territorio da tenere testa negli anni ’80 alla ferocia del terrore di Stato e alle atrocità delle carceri e negli anni ’90 anche alla guerra di sterminio del secondo più potente esercito Nato, supportato militarmente dagli Usa di Clinton.

La legge non parla di amnistia e ha un ambito limitato nel tempo. Pone le basi per la sospensione delle pene detentive e il ritorno dall’esilio di migliaia di militanti del PKK, ma con determinate condizioni. Stabilisce i termini per il disarmo e per lo scioglimento della guerriglia, previa formazione di una commissione di rappresentanti del governo e delle forze di sicurezza per sorvegliare sulla sua concreta applicazione. La legge (che ha il sostegno del partito Akp del presidente Erdogan e del Dem, il partito filokurdo) prevede la sospensione dei procedimenti penali e delle pene detentive per determinati reati per un periodo dai 5 ai 10 anni. Secondo i legislatori, dovrebbe portare al rilascio di circa 3.500 detenuti legati al PKK o suoi presunti sostenitori. Se le persone interessato non commetteranno ulteriori reati nel periodo specificato le indagini a loro carico saranno archiviate e le pene considerate scontate. Ma restano esclusi i reati più gravi, come l’omicidio, e si applica alle condanne successive al 2005. Rimane escluso dalla nuova legge il leader del PKK, Abdullah Ocalan, 77 anni, dal 1999 in carcere di massimo isolamento nell’isola di Imrali con sentenza definitiva emessa nel 2002.

La lunga resistenza del popolo kurdo ha causato perdite stimate in 40 mila persone. La ossessiva negazione e nel contempo la martellante demonizzazione della realtà kurda in Turchia, iniziate fin dalla nascita della Repubblica, hanno creato una diffusa ostilità dei turchi nei confronti del popolo kurdo. Decine di intellettuali di altissimo livello – come Ismail Besikci e Ahmet Altan – i progressisti e i giovani delle rivolte di Gezi Parki sostengono la causa kurda, ma gran parte della popolazione turca vive in un clima di esasperato razzismo. All’indomani dell’approvazione, a Istanbul si è svolta una manifestazione contro la legge da parte di veterani, familiari dei militari caduti, ultranazionalisti. Il governo ha promesso un aumento dei benefici economici a quanti hanno subito danni dalla guerriglia.

A chi giova la nuova legge? Certamente a Erdogan, per un motivo personale: ha bisogno del voto kurdo per ottenere il terzo mandato presidenziale nelle prossime elezioni, e per un motivo generale, la cui importanza è sentita da quasi tutti i partiti, compreso il nazionalista MHP: la Turchia si trova in una situazione di fragilità economica mentre accentua le sue ambizioni di leader regionale, che toccano Damasco e Baghdad. Per la parte kurda, la legge dovrà fare giustizia di pesanti condanne detentive comminate a esponenti e sostenitori del partito di opposizione filo kurdo HDP (colpevoli soltanto di conquistare voti che disturbavano l’egemonia di Erdogan, come Selahattin Demirtas, co-presidente di HDP, parlamentare dal 2007, in carcere dal 2016, condannato nel surreale “processo di Kobane”) oppure alle vittime del razzismo, condannate per aver manifestato la propria appartenenza all’identità kurda. Tra esse, la folk singer Nudem Durak, condannata nel 2015 a 19 anni di carcere per aver insegnato ai bambini i canti della tradizione.

La legge è frutto di un percorso attivato – paradossalmente – da Devlet Bahceli, il leader del partito della destra nazionalista MHP, che nell’ottobre 2024 aveva chiesto a Ocalan di ordinare lo scioglimento del PKK per iniziare un processo concordato di pacificazione. Quattro mesi dopo Ocalan chiedeva che il PKK tenesse un Congresso straordinario per valutare la fine della resistenza armata. Il XII ° Congresso del PKK si era concluso con la prospettiva del disarmo al fine di continuare la lotta per il riconoscimento dei diritti del popolo kurdo, e quindi per la democratizzazione del paese, con le sole armi della politica. E il 12 maggio 2025, pochi giorni dopo la conclusione del Congresso, il quartier generale del PKK sui monti di Kandil aveva ordinato il cessate il fuoco. Nel corso di una cerimonia con la presenza dei vertici del comando della guerriglia, alcune armi erano state simbolicamente date alle fiamme.

La legge ha limiti evidenti a partire dal nome con cui è stata prontamente ribattezzata dallo stesso Erdogan, “Turchia senza terrore”, così ribadendo la versione di un PKK terrorista, in spregio ala realtà. E, soprattutto, non fa cenno al riconoscimento dei diritti identitari e culturali della popolazione kurda (stimata tra i 15 e i 20 milioni) che continua a essere bersagliata da soprusi e persecuzioni a ogni livello.

Il PKK ha rilevato che la legge contiene gravi errori e lacune, in particolare per la mancata considerazione della questione kurda e per l’omissione della libertà di Ocalan, ma non chiede ai suoi sostenitori di opporsi. Gli stessi gravi limiti sono sottolineati dal partito DEM, i cui parlamentari affermano di averla votata per sostenere il processo di pace e le speranze di democratizzazione e anche per le prospettive di liberazione dei prigionieri politici. Perfino Ozgur Ozel, fondatore e leader di YN, Yeni Partyi, erede dello storico CHP risalente a Kemal Ataturk, e più importante partito di opposizione ha criticato la legge perché omette di considerare la causa kurda. Ma il popolo kurdo, maturo e politicizzato è orientato verso una costruttiva forma di speranza ricordando le parole di Ocalan: «Ogni viaggio incomincia con un piccolo passo».

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