In Indonesia la sinistra cerca spazio

Dal blog https://jacobinitalia.it/i

Muhammad RidhaNicola Tanno 28 Agosto 2026

Continue proteste investono il quarto paese più popoloso al mondo, per i diritti, il salario e contro la repressione. Al loro interno gruppi di sinistra cercano di far riemergere le idee brutalmente represse nel passato

Lontano dai riflettori dei media occidentali, l’Indonesia continua a essere scossa da mobilitazioni sociali. Nel 2025 vi sono stati due cicli di proteste con rivendicazioni diversificate: proteste contro i privilegi della classe politica, il rafforzamento dell’esercito nella società, i tagli dei fondi per istruzione e sanità e in favore dei diritti dei rider. Seppur prive di un coordinamento unico, queste proteste hanno fatto emergere una crescente presa di coscienza dei giovani e delle classi popolari rispetto alle politiche governative, sintetizzate dall’hashtag #IndonesiaGelap, che tradotto significa «Indonesia Oscura», un modo per ribaltare la narrazione secondo cui l’arcipelago starebbe vivendo una fase dorata di crescita.

Tra i gruppi che si mobilitano vi sono anche attivisti della sinistra, che seppur tra molte difficoltà cercando di far rinascere nell’Indonesia una forza di stampo socialista, a sessant’anni dalla distruzione del Partito Comunista Indonesiano del 1965-66. IndoProgress è forse il principale gruppo marxista del paese, una piattaforma online legata all’Internazionale Progressista che sin dal 2010 cerca di diffondere il pensiero marxista e di promuovere mobilitazioni popolari. Sulle prospettive dei movimenti sociali e della sinistra indonesiana Jacobin Italia ha intervistato Muhammad Ridha, redattore di IndoProgress.

In primo luogo, mi piacerebbe che vi presentaste. Che cos’è IndoProgress? Un sito informativo o un movimento politico? E quali obiettivi si pone?

IndoProgress è fondamentalmente una piattaforma mediatica basata sul marxismo che presenta opinioni politiche, commenti sulla situazione attuale ecc. Più o meno quello che è Jacobin negli Stati uniti. All’interno di questa piattaforma si può trovare un pluralismo di posizioni, come quelle anarchiche o autonomiste, ma in generale è uno spazio che riunisce persone che vogliono diffondere il marxismo oltre la sfera accademica.

Siamo nati come un blog e dal 2010 siamo diventati uno spazio molto importante per la sinistra indonesiana, che ha attirato molti lettori delle nuove generazioni esperti di marxismo e che hanno cominciato a produrre idee nuove per la sinistra.

Chi potremmo dire che comanda oggi in Indonesia? L’impressione è che la democrazia nata dalla Reformasi del 1998 sia in crisi e che l’esercito stia riacquistando potere. 

L’Indonesia dopo la caduta di Suharto può essere considerata una democrazia oligarchica – una democrazia governata, controllata e dominata dal potere di persone estremamente ricche. E la maggior parte di queste persone ha consolidato la propria posizione durante il vecchio regime autoritario. Quindi quando parliamo dell’influenza persistente dei militari bisogna considerare le dinamiche all’interno del potere oligarchico.

Prima del 2010 si può dire che l’Indonesia abbia vissuto una sorta di indebolimento per potere militare. Tuttavia le cose sono cambiate dopo il 2014, quando Jokowi, un leader locale proveniente da un ambiente umile e senza legami con il regime del Nuovo Ordine, è salito al potere, in un contesto caratterizzato da grandi mobilitazioni popolari che chiedevano un taglio col passato. Pur essendo slegato dalle élite Jokowi presto ha dovuto scenderci a patti, e una delle politiche più importanti che ha promosso è stato il rafforzamento dell’apparato coercitivo dello Stato, a partire dalla polizia per passare poi all’esercito. Il conflitto tra queste due forze di sicurezza ha portato alla nascita dell’attuale governo di Prabowo. Sia Jokowi che Prabowo hanno soddisfatto molte delle richieste dei militari per gestire la loro quota di potere e ora stiamo vivendo una sorta di democrazia militarizzata. Ad ogni modo, la militarizzazione non va vista come causa ma come conseguenza del problema della democrazia in Indonesia, che è stata plasmata dall’oligarchia.

Leggi anche… STORIA La via indonesiana Nicola Tanno La via indonesiana

Mi sembra che oggi non ci sia più una vera opposizione nemmeno in Parlamento. Cosa ne pensi?

Questo dipende dalle dinamiche del potere oligarchico. Quando nel 2004 Susilo Bambang Yudhoyono divenne presidente una delle misure intraprese per consolidare il suo potere fu quella rendere più difficile per chiunque impegnarsi nella politica elettorale. Vennero stabiliti requisiti e soglie per candidarsi alle elezioni, come, per esempio, stabilire la sede del proprio partito in ogni provincia. Questi requisiti significano che chiunque voglia impegnarsi nella politica elettorale deve avere molti soldi, per cui solo i ricchi possono fondare partiti in Indonesia, mentre per la classe lavoratrice l’impegno nella politica elettorale è sempre più difficile.

Di fatto, anche se sei in grado di fondare un partito devi godere dell’approvazione del regime, che è governato dagli oligarchi. Questo è uno dei motivi per cui il nostro sistema politico è diventato monotono – non c’è pluralità di posizioni politiche e non esiste una opposizione efficace. In poche parole, chi si impegna in politica è compromesso con il potere esistente e, di conseguenza, la maggior parte dei partiti sono di centro o di centro-destra.

Tuttavia assistiamo a una dinamica interessante all’interno del potere oligarchico. Nel 2022 alcuni sindacati che facevano parte della rete oligarchica avevano bisogno di creare il proprio partito. Nel 2020, infatti, il regime al potere ha approvato quella che chiamiamo legge Omnibus – un insieme di norme che ha abolito alcuni diritti dei lavoratori conquistati in precedenza. Questo ha stimolato e incoraggiato i «sindacati gialli» – sindacati che avevano rapporti con gli oligarchi – a pensare che l’organizzazione politica esistente non rappresentasse più i loro interessi e che fosse necessario dar vita a un nuovo partito politico. Nel 2022 è dunque nato il Partito Laburista (Partai Buruh), formato anche da un sindacato su posizioni di sinistra.

Grazie al rapporto che la maggior parte di questi sindacati gialli ha con il potere oligarchico, il Partito Laburista ha potuto partecipare alle elezioni generali. Questo ha fondamentalmente creato uno spazio per la sinistra, anche se è davvero piccolo. Io stesso faccio parte del Partito Laburista e nel 2024 mi sono candidato alle elezioni con una piattaforma socialista. Anche se non sono riuscito a diventare parlamentare questa esperienza ci dice qualcosa sulla possibilità di trovare spazi tra le faglie delle dinamiche interne al potere oligarchico. 

Dall’Europa abbiamo saputo che negli ultimi anni ci sono state diverse mobilitazioni: sindacali, anticorruzione, ambientali, contro la repressione e per Papua Occidentale. Ora le proteste sono contro l’aumento del prezzo del carburante. Nel 1998, erano gli studenti i leader riconosciuti del movimento. Nel 2026 esiste una leadership politica o intellettuale che possa dare un orientamento unitario a queste lotte, verso una trasformazione del sistema?

Sulle mobilitazioni in Indonesia non si può avere una prospettiva netta: la leadership si alterna, non è né del tutto assente né fissa. Nel 2019 il movimento partì dagli studenti contro l’indebolimento della Commissione Anticorruzione. Nel 2020, con la legge Omnibus, la leadership passò ai sindacati. Nel 2022-2023 ci fu una combinazione tra sindacati e studenti. 

Dopo l’agosto 2025, quando lo Stato ha represso con successo le proteste di piazza, la leadership è tornata agli studenti per via dell’addomesticamento dei sindacati «gialli». Oggi le proteste sono guidate soprattutto dagli studenti. Non c’è una figura intellettuale di spicco, ma c’è un forte sentimento di sinistra. Il linguaggio anti-oligarchico e del cambiamento sistemico – un tempo estraneo ai manifestanti – ora è diventato comune. 

Fino a qualche anno fa le persone pensavano che le cose potevano cambiare se al potere ci fosse andata una persona «buona». Oggi, invece, le persone manifestano per un cambiamento sistemico, capiscono che è importante sfidare la struttura politico-economica. Le idee della sinistra, promosse da piattaforme come IndoProgress, risuonano nella società. Il problema è che non c’è un’organizzazione capace di tradurre queste idee in un programma politico. A livello di idee la sinistra vince, a livello organizzativo la sinistra è troppo debole per essere politicamente rilevante.

Leggi anche… INDONESIA Indonesia, memoria e cancellazione Nicola Tanno Indonesia, memoria e cancellazione

Hai già spiegato come la nascita del Partito Laburista abbia suscitato qualche speranza rimasta disattesa. Ci sono anche altri gruppi che si rifanno al socialismo, ma piuttosto piccoli. Cosa impedisce la nascita di un partito di orientamento socialista in Indonesia nel 2026? Dipende dalle norme anticomuniste del 1966?

Certo, ci portiamo ancora dietro la fobia anticomunista, ma credo che il problema principale stia nel modo in cui l’oligarchia ha plasmato le istituzioni politiche.

Il primo problema che ostacola la nascita di un partito socialista sta nel sistema elettorale e nei requisiti amministrativi e finanziari che impediscono l’entrata di nuovi attori. Nel 2011 le mobilitazioni di sinistra hanno cercato di sfidare queste barriere ma hanno fallito. Tuttavia vi è anche un problema più culturale dello stesso movimento operaio, ovvero un rifiuto della politica e dei partiti politici. Si tratta di una tendenza che io definirei anarchica. Siccome i partiti tradiscono il popolo non c’è motivo di creare un altro partito politico. Questa è una tendenza davvero forte nei movimenti sociali indonesiani. 

Il Partito Laburista, di cui faccio parte, è un partito socialdemocratico, di centro, ma permette ai suoi membri di promuovere aspirazioni di estrema sinistra. Io stesso, quando mi candido, mi presento come socialista. E questo ha un effetto concreto con le persone. Nella mia regione abbiamo ottenuto un numero significativo di voti, tanto che il partito ha deciso di farne una priorità per le prossime elezioni. La piattaforma socialista è popolare a causa della precarizzazione delle condizioni di vita.

La politica socialista ha un potenziale, ma è bloccata dal sistema politico esistente. Se riusciamo a cambiarlo – rendendo più facile l’accesso a nuovi attori – sarà più facile creare un nuovo partito socialista.

La fobia del comunismo esiste ancora, soprattutto nei conservatori. Ma a causa delle condizioni materiali – quando la gente perde benessere e lavoro – l’idea socialista cattura l’immaginazione delle persone. Sono ottimista: se cambiamo il gioco, i socialisti potranno creare il loro partito.

Il governo ha appena nominato Suharto – responsabile dei massacri anticomunisti del 1965 e di quello a Timor Est «Eroe Nazionale», e sta inoltre pubblicando una storia ufficiale del paese. Secondo voi la crisi della democrazia e l’offensiva sulla memoria sono collegate? Qual è l’impatto di queste politiche sui più giovani?

I giovani sono piuttosto critici verso la narrativa del governo. Vedono la nomina di Suharto come un gioco politico per legittimare il Nuovo Ordine. Ma il governo è astuto: per attenuare le critiche, ha anche proposto come eroe nazionale Marsinah, un’attivista sindacale uccisa dai militari nel 1994. È una cooptazione, ma suggerisce che il governo riconosce il movimento operaio come attore legittimo.

Il regime di Prabowo è contraddittorio: allo stesso tempo reprime e si apre al movimento operaio. Questo populismo – forse legato alla figura di Prabowo – lo porta a includere i sindacati nel suo potere, ma non la sinistra radicale. Il regime politico attuale ha iniziato a capire che l’unico modo per stabilizzarsi non è solo sostenere l’apparato coercitivo e militare dello Stato ma deve anche riconoscere le aspirazioni provenienti dal movimento operaio. Ecco perché, in questo momento, abbiamo quella che potremmo definire come una combinazione strana all’interno del regime: proprio quando esso diventa più repressivo verso il movimento, allo stesso tempo risulta più più accomodante verso alcune richieste provenienti dal movimento operaio.

L’Indonesia è complessa: non è una democrazia liberale, ma è difficile definirla. A differenza dell’Egitto, qui l’addomesticamento del movimento dei lavoratori non ha ancora condotto alla sua smobilitazione: i sindacati continuano a scendere in piazza e a lottare.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.