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29 Agosto 2026 Stefano Baudino
Nota di Redaz. di G.G. – Ha ragione il sindacato di base. Solo qualche anno fa prima del Job ACT di Renzi (allora segretario del PD), nessun lavoratore di fabbrica avrebbe accettato di considerare il lavoro scomposto solo nel tempo di utilizzo come retribuzione. Parlare di aumento del salario minimo è una presa per il sedere del lavoratorein quanto la sua real quota aumenta solo quel tot per ogni consegna che però decide l’algoritmo di Deliveroo. Uno esce al mattino dalle 7 e ritorna alle 20 a casa mangiando un boccone al volo la sosta è solo di mezz’ora e alla fine si ritrova concretamente inrono a 30 euro/gg
In seguito al commissariamento disposto lo scorso febbraio dalla Procura di Milano per gravi episodi di caporalato nella gestione dei rider, Deliveroo ha depositato in tribunale un piano di impegni per tentare di uscire dal controllo giudiziario. La piattaforma di food delivery propone un aumento della paga oraria minima da 10 a 14 euro, un compenso minimo per consegna di 3,77 euro e nuove misure per la sicurezza dei lavoratori, tra cui guanti, protezioni da moto, maschere anti-smog e caschi.
Il piano di Deliveroo ricalca in larga parte quello presentato da Glovo nelle scorse settimane, che la Procura ha però bocciato, rilanciando la necessità di assumere i rider come lavoratori subordinati e superare il sistema dei falsi autonomi. Nel frattempo, su Deliveroo piovono le critiche dei sindacati, che contestano il mantenimento del cottimo e del controllo algoritmico sul lavoro.
Il nodo principale riguarda il meccanismo di calcolo della retribuzione: il compenso orario di 14 euro, spiegano le sigle sindacali, non viene calcolato su tutto il tempo effettivamente lavorato, ma sul «tempo attivo stimato», ovvero sulla durata attribuita dall’algoritmo alle singole consegne attraverso tempi medi e parametri statistici.
«Il problema – evidenzia l’Unione Sindacale di Base (USB) – non è quanto vale sulla carta un’ora di lavoro, ma chi decide quali minuti compongono quell’ora e quali invece spariscono dalla retribuzione». Secondo il sindacato, «il meccanismo resta quello del cottimo: non viene remunerato tutto il tempo durante il quale il rider mette a disposizione il proprio lavoro, ma il compenso viene costruito sulla durata attribuita alle singole consegne attraverso tempi medi e parametri statistici. E chi possiede tutti i dati necessari per costruire quelle medie? Deliveroo. Tempi di percorrenza, distanze, attese, velocità e storico delle consegne sono nelle mani della stessa impresa».
La stessa via maestra indicata dal pm Storari per uscire dall’amministrazione giudiziaria era quella della trasformazione dei contratti dei rider da autonomi a subordinati. Deliveroo, però, non appare per nulla intenzionata a percorrerla. «Non cambia l’organizzazione del lavoro e rimane il cottimo», ha commentato Roberta Turi della segreteria del Nidil Cgil, annunciando che il sindacato si è ritirato dal tavolo con AssoDelivery perché «non portava da nessuna parte».
Il filone investigativo aperto da Storari, infatti, non riguarda soltanto la paga oraria e la tipologia di contratto, ma anche la questione del controllo algoritmico del lavoro. Le app usate dai rider monitorano gps, velocità, traiettorie, ordini accettati e rifiutati e performance, rendendo i lavoratori eterodiretti e dunque di fatto subordinati. Una questione da cui non si può uscire solo attraverso l’aumento salariale.
Deliveroo impiega circa 20.000 persone in Italia, 3.000 solo nel milanese. L’azienda è finita sotto inchiesta a febbraio, quando i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno iscritto nel registro degli indagati la società (per responsabilità amministrativa) e l’amministratore unico Giuseppe Zocca per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
Il giudice ha poi nominato l’amministratore giudiziario Massimiliano Poppi con il compito di supervisionare la regolarizzazione dei lavoratori. Ora, per uscire dal commissariamento, Deliveroo dovrà dimostrare che gli impegni assunti vengono effettivamente mantenuti e che servono davvero a sanare la situazione di sfruttamento rilevata mesi fa. La strada, però, è ancora lunga. L’istanza formale per la revoca della misura, inoltre, non risulta ancora depositata.

Stefano Baudino
Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.