Perché il colossale debito Usa ingigantito da Trump minaccia il mondo

Dal blog https://www.remocontro.it

31 Agosto 2026 Ennio Remondino

«Il debito americano verso i 40 trilioni porta l’economia mondiale in un territorio inesplorato». Marco Carnelos, ex ambasciatore colpisce col linguaggio formale della diplomazia. «Nelle ultime settimane, mentre l’Italia restava avvitata sul duo Lavitola-Ranucci e, insieme al resto d’Europa, su migranti e dublinanti, sui mercati finanziari  è accaduto qualcosa di estremamente importante che i media italiani, per non parlare della classe politica, hanno ampiamente ignorato».

Grave minaccia all’ordine economico globale

«Una delle principali minacce al presunto ordine economico globale a guida statunitense che, per restare all’attualità politica, non è rappresentata dai migranti, dalla Russia, e nemmeno dalla Cina, né, tantomeno, dall’Iran e dalla navigabilità dello Stretto di Hormuz, ma, piuttosto, dalla tenuta dello stratosferico debito federale americano che ha raggiunto la fatidica soglia dei 40 trilioni di dollari, che sono 40 mila dei nostri miliardi (40 con ben 12 zeri)».

Perché? Perché quel Trump è un bandito economico, un avventuriereo dell’azzardo, risponderebbe se a porsi la domanda non fosse un diplomatico. «Perché l’attuale Amministrazione USA è una di quelle che non avrebbe alcun scrupolo a scaricare questo mostruoso problema sull’intero pianeta sulla base del supposto debito storico che, secondo la distopica visione di Donald Trump & co, gli USA vanterebbero nei confronti dell’umanità», scive su InsideOver.

Salvatori e padroni del mondo

E se guardiamo bene, non sarebbe neppure la prima volta. Nel 1971 l’Amministrazione Nixon decise unilateralmente la fine degli Accordi di Bretton Woods del 1944 annunciando la fine della convertibilità del dollaro in oro; nel 1985, con gli Accordi del Plaza, l’Amministrazione Reagan impose al Giappone – che vantava un elevato surplus commerciale verso gli USA – una stagnazione quarantennale dalla quale non si è ancora ripreso; nel 1999 l’Amministrazione Clinton, con l’abolizione del Glass-Steagal Act (che vietava la fusione tra banche commerciali e d’investimento) pose le premesse della crisi finanziaria del 2008 che ebbe un impatto globale negativo protrattosi per anni soprattutto al di fuori degli Stati Uniti.

Scelte economiche coniugate a quelle politiche come l’abbandono del Vietnam del Sud nel 1975, dello Shah in Iran nel 1979, di Mubarak in Egitto nel 2011, del Governo afgano nel 2021, e, come si sta profilando per l’Ucraina a partire dal 2025, hanno ulteriormente concorso a rafforzare la massima della geopolitica che abbraccia i 50 anni a cavallo tra il XX ed il XXI secolo:

«Essere amici degli Stati Uniti è pericoloso ma esserne amici può essere fatale».

Esempi di Giappone e Cina oggi

Ma oggi l’America è costretta a fermarsi a minacce roboanti. Da Trump un segnale evidente del mutamento geopolitico e dei connessi equilibri globali, è rappresentato dal fatto che quando l’anno scorso ha provato a riservare alla Cina un trattamento simile a quello inflitto al Giappone nel 1985, questa volta con i dazi, ha dovuto fare precipitosamente marcia indietro, originando il noto acronimo T.A.C.O. (Trump Always Chickens Out), ovvero «Trump se la fa sempre sotto». E a distanza di oltre quarant’anni, il Giappone sta nuovamente assumendo un rilievo sulla tenuta del debito USA.

A fine luglio lo yen era in caduta libera, con la peggiore perdita di valore rispetto al dollaro degli ultimi quarant’anni. I maggiori rendimenti garantiti dai titoli USA, con tassi intorno al 3,5% rispetto all’1% del Giappone, sia le preoccupazioni sulla sostenibilità del debito pubblico giapponese (il più alto al mondo rispetto al PIL, oltre il 200%).

Il risultato è stato una fuga dalle attività nella valuta nipponica, alla quale si è aggiunta impennata del prezzo del greggio (di cui il Giappone è un importatore netto) causata dal conflitto che USA e Israele hanno scatenato contro l’Iran nel febbraio scorso. Una «tempesta perfetta».

Pericoloso dollaro Usa in cassa

Le autorità monetarie di Tokyo hanno tentato di rafforzare la loro valuta con massicci acquisti di yen, giungendo a ventilare la soluzione estrema del rimpatrio dei capitali con vendita dei bond statunitensi di cui il paese è il maggiore detentore globale (1,1 trilioni di $) seguito da Regno Unito e Cina.

Una scelta che potrebbe scatenare una svendita del debito USA imponendo un accrescimento dei rendimenti dei già ricchi ‘buono del tesoro’ Usa, creando un forzato rialzo dei tassi di interesse per trattenere i creditori in fuga, aggravando ulteriormente il servizio del debito USA proprio mentre Trump sta invece insistentemente chiedendo alla Federal Reserve di abbassare i tassi. Senza ottenerlo.

Congiuntura negativa aggravata dal costosissimo conflitto contro l’Iran, l’enorme esposizione finanziaria a favore di Israele, il bilancio della Difesa fuori controllo (debito che al Governo federale USA costa annualmente oltre 1000 miliardi di $ di interessi, 3 miliardi al giorno!) e l’aumento dei carburanti assieme deprezzamento del dollaro, e anche per gli Stati Uniti una «tempesta perfetta».

Borsa e IA poco intelligente

«I listini azionari USA, completamente dominati da cinque aziende hi-tech – super indebitate extra-bilancio per oltre 1 trilione di $ – e con quotazioni di borsa surreali rispetto ai loro fondamentali economici frutto della bolla dell’Intelligenza Artificiale attualmente in corso; sempreché la bolla dell’IA non esploda prima».

Washington è quindi corsa ai ripari. Il 31 luglio il Tesoro statunitense e la Bank of Japan hanno messo in piedi un rafforzamento dello Yen, in caduta libera nel suo valore, con acquisti massici della valuta nipponica utilizzando euro. Non accadeva dal 1998 che Washington intervenisse sul cambio dollaro-yen, e la scelta di finanziare l’operazione vendendo euro, anziché attingendo a riserve in dollari, è stato un palese schiaffo all’Europa con la quale la manovra non è stata minimamente concertata.

La Banca Centrale Europea non avrebbe nascosto il suo sconcerto. Il risultato è stato un indebolimento della valuta europea ma anche un messaggio negativo che gli USA hanno inviato a tutti gli investitori rispetto al Vecchio Continente.

Un edificante esempio di cooperazione tra i membri del G7, sempre della serie «con amici come questi chi ha bisogno di nemici?».

Per Trump il ‘Medio termine’ e per il mondo Trump

«Il Giappone varcherà il Rubicone della svendita dei buoni del tesoro americani per salvarsi? Possibile, ma Washington farà di tutto per evitare questa ipotesi». E siamo al paradosso che si profila degli Stati Uniti, da beneficiari ultimi del dollaro come valuta di riserva degli scambi globali e del processo di riciclaggio dei petrodollari – che per decenni hanno finanziato il loro deficit, «il famoso privilegio esorbitante» – potrebbero essere chiamati, come il caso giapponese dimostrerebbe, al fare da stampella di alcuni di quegli stessi Paesi che ne sostengono il suo deficit: «un cane che si morde la coda».


«Una situazione a dir poco tragicomica, ovviamente aggravata dalle implicazioni della scellerata – e palesemente controproducente – guerra scatenata contro l’Iran, mentre le riserve strategiche globali di greggio – utili per calmierarne il prezzo – si stanno pericolosamente assottigliando a 1,8 miliardi di barili (nel 2004 erano 4,1 miliardi!)».

La prospettiva, quindi, potrebbe essere quella di un ulteriore rialzo del greggio, proprio mentre questa torrida estate dovrebbe avviarsi alla conclusione per lasciare posto tra qualche mese ad un inverno a dir poco incerto.

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