L’educazione militare di Roberto Vannacci

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Michele Lucivero 3 Settembre 2026

Il leader di Futuro nazionale scandalizza con le sue proposte repressive, ma si limita ad esplicitare meglio ciò che da anni viene alimentato da media e politica

Tanto clamore sta suscitando la lettura del programma politico di Futuro nazionale, il neonato partito fondato dal generale della Brigata Folgore Roberto Vannacci, che si sta infilando  nella tornata elettorale del prossimo anno con l’adeguato clamore mediatico, giusto quello che serve per arrivare a lambire il 10% dei consensi.

Tra le proposte che hanno suscitato più scalpore, accanto all’introduzione di un Reddito di Rinascita per le madri, di un Mutuo Tricolore e alla contrarietà ad aborto ed eutanasia, vi sono almeno due punti che hanno fatto indignare gli esponenti del pensiero liberale e democratico, cioè l’utilizzo dell’esercito nelle strade, per renderle più sicure, dicono, e l’introduzione di un insegnamento relativo all’educazione militare nelle scuole con possibilità di estendere la formazione militare in campi estivi militarizzati.

Ora, davvero non si comprende dove sia la novità di queste misure, se non quella di rendere esplicito ciò che da anni serpeggia implicitamente nella società civile, alimentato anche da think tank e opinion leader sia di destra sia di sinistra.

Partiamo, però, dalla messa a fuoco del problema. Da diversi anni imperversa in Italia una certa tendenza a leggere il disagio giovanile come un problema educativo/valoriale con notevoli ricadute sull’ordine pubblico. Il problema della sicurezza nelle città, dalle periferie ai centri sempre più gentrificati, viene alimentato dalla percezione di un fenomeno diffuso, tanto reale quanto montato e sfruttato ad hoc per poter governare meglio sotto l’urgenza del controllo.

Si tratta della presenza dei cosiddetti maranza, nome collettivo di provenienza lombarda che si è imposto in tutto il paese – e questo la dice lunga sul luogo in cui si produce l’universo simbolico culturale e l’agenda politica in Italia – che indica giovani debosciati e spavaldi, perdigiorno rigorosamente abbigliati di capi griffati contraffatti che sguazzano a tutte le ore con monopattini e bici elettriche.

Non una novità, dal momento che da nord a sud l’esercito di coatti, tamarri, grezzi, cuozzi, truzzi, sgionfi, zagni, zaguari, cozzali (e pensare che Luca Medici ha fatto fortuna con il personaggio di Chec-cozzalone) ha sempre rappresentato quella sacca di gioventù criminalizzata, perlopiù economicamente e culturalmente deprivata che, ai margini della società civile, metteva a rischio le sicurezze e le proprietà del resto della cittadinanza imborghesita tra furti, contrabbando e pacchi.

Un problema socio-economico, dunque, al quale anziché trovare adeguate soluzioni di ordine materiale, economico e culturale si risponde con la repressione, il controllo e la sanzione, misure di cui si fanno carico sia le amministrazioni di destra sia di quella sinistra inattiva, ideologicamente compromessa, che potremmo definire mal-destra, che esulta davanti ai numeri delle sanzioni comminate, dei mezzi sequestrati e delle punizioni inferte ai nemici della quiete pubblica borghese che chiede sicurezza per i propri beni.

Per contrastare la devianza giovanile e la microcriminalità da anni, in realtà, sono operativi programmi di militarizzazione delle strade. Al di là della presenza sempre più militarizzata e armata della Polizia locale, direttamente dislocata dai sindaci, sono 58 le province italiane, con amministrazioni di diverso colore, in cui è attiva l’operazione Strade Sicure, che impiega circa 6.800 militari a presidio di aree sensibili nei centri urbani in collaborazione con le Forze di Polizia.

Analogamente l’operazione Stazioni Sicure, coordinata dalla Polizia Ferroviaria e supportata dai contingenti militari copre l’intero territorio italiano per contrastare attività illecite e degrado con il plauso di una grossa fetta della popolazione, che crede così estirpato alla radice il fenomeno della sicurezza mediante il controllo capillare in una forma di fascistizzazione strisciante della società.

Al tempo stesso, il tentativo di correggere l’atteggiamento debosciato della gioventù ampiamente criminalizzata è entrato da anni nelle scuole con l’idea che la sospensione della naja abbia dato la stura a un atteggiamento molliccio dei giovani, recuperabile solo con la ripresa della retorica eroica, con un po’ di machismo e con il disprezzo dei più deboli, non a caso tre caratteristiche di quello che Umberto Eco definiva Ur-fascismo o fascismo eterno. E tutto ciò accade nonostante il clamore e il programma di Futuro nazionale di Vannacci.

Per di più, sono anni che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia un dilagante militarismo nelle istituzioni scolastiche in virtù di protocolli in voga dal 2015, cioè con il governo di centrosinistra di Matteo Renzi, mediante i quali le Forze Armate entrano nelle scuole per fare alternanza scuola-lavoro (poi Pcto, poi Fsl) con studenti e studentesse che si recano in caserma;

oppure per svolgere lezioni di educazione civica sugli argomenti più disparati sottratti alle associazioni della società civile;

oppure per fare orientamento alle «Carriere in divisa» e arruolare giovani in percentuali massicce dal sud, sottraendoli al disagio per mandarli in guerre che non ci appartengono.

Sono anni che l’Osservatorio denuncia l’utilizzo delle palestre scolastiche per la Ginnastica Dinamica Militare Italiana, esempio di training militare utile per forgiare carattere e temperamento, oppure campi estivi per i più piccoli con il corpo militare degli Alpini, che, per quanto possano suscitare simpatia, sono pur sempre dei corpi armati. E tutto ciò accade nonostante il clamore e il programma di Futuro nazionale di Vannacci.

E, allora, dov’è la novità politica di Futuro nazionale del generale Vannacci? Evidentemente, l’originalità sta solo nel rendere esplicita, conclamata e più rapida quella implicita militarizzazione della società civile che già da tempo è stata assunta come la panacea dei problemi sociali del nostro paese.

Nemmeno originale, del resto, è l’idea dell’istituzione dell’ora di educazione militare nelle scuole, non solo perché, nel generale clima guerrafondaio di tutta Europa, essa è stata introdotta, ad esempio, già in Lettonia, in Polonia e in alcune aree della Germania con la Jugendoffizier, ma soprattutto perché essa era il fiore all’occhiello del programma scolastico fascista.

Introdotta nel 1934 e potenziata nel 1935, in occasione della guerra d’Etiopia, l’ora di educazione militare venne poi perfezionata nel 1938, all’indomani della deflagrazione totale dell’Europa.

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A questo proposito, considerata la vaghezza della proposta attuale, vorremmo suggerire al generale Vannacci di rispolverare il vecchio programma di Cultura militare nelle scuole medie di epoca fascista, che affidava l’insegnamento alle Milizie Volontarie per la Sicurezza Nazionale (Mvsn) per ben trenta ore annuali e prevedeva, tra le altre cose, amenità come: «La necessità della gerarchia e della subordinazione. Comando ed obbedienza sono atti di uguale dignità. Carattere e disciplina come requisiti indispensabili delle Forze Armate e come fattori fondamentali di successo», oppure elementi più concreti e utili per la vita quotidiana, come: «Armi individuali: fucile, moschetto, bomba a mano, pugnale. Armi collettiva: di assalto: fucile mitragliatore, mortaio d’assalto; di accompagnamento: mitragliatrici, mortaio da 81, pezzo da 47, carro armato (d’assalto e di rottura), cannone da 65/17» (E. Grillo, La cultura militare nelle scuole medie, Napoli 1938).

Ecco, forse con queste nozioni riusciremo a risolvere definitivamente la questione della devianza giovanile e dei maranza, nella convinzione, che fu di chi prima di Vannacci istituì l’ora di educazione militare nelle scuole, che: «La sobria ed efficace esaltazione degli eroi delle guerre recenti, diretta a raggiungere le vie del sentimento, concorrerà largamente a suscitare lo spirito guerriero nell’animo dei giovanissimi».

* Michele Lucivero è dottore di ricerca in Etica e antropologia. Storia e fondazione presso l’Università del Salento e insegna Filosofia e storia al liceo Da Vinci di Bisceglie. Giornalista pubblicista, cura il blog Agorà. La filosofia in Piazza ed è promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.

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