«Bandiera rossa, ridiventa straccio»: perché i “poveri” non votano sinistra

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03-09-2026 – di: Italo di Sabato

«Bandiera rossa, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli». Il verso di Pasolini conserva intatta la sua forza perché rovescia la retorica della bandiera: per tornare a significare qualcosa deve ridiventare povera, essere restituita alle mani di coloro per i quali era nata. È anche un modo per interrogare l’allontanamento della sinistra dai mondi popolari e la sostituzione, troppo spesso, del conflitto sociale con una rappresentazione morale della società.

Dovremmo ripartire da qui quando discutiamo del perché operai, poveri, abitanti delle periferie o persone con titoli di studio più bassi non votino più a sinistra. Spesso la risposta è già implicita nella domanda: non comprendono i propri interessi, sono manipolabili dalla propaganda, non hanno gli strumenti culturali necessari.

Una spiegazione rassicurante perché attribuisce la sconfitta agli elettori anziché interrogare la politica che li ha perduti.

C’è in questo atteggiamento una supponenza che è parte essenziale del problema. L’elettore che vota a destra «non ha capito», quello che non vota «fa il gioco della destra», chi esprime rabbia o sfiducia deve essere educato alla scelta corretta.

Una sinistra che ha perduto ampi settori popolari pretende così di spiegare loro perché sbagliano a non riconoscersi più in essa. Che siano invece gli ultimi ad avere compreso qualcosa della trasformazione della sinistra viene raramente preso sul serio.

Istruzione e condizione sociale, del resto, non sono variabili indipendenti. Chi nasce povero, vive in un territorio deprivato e frequenta scuole impoverite dispone di opportunità formative inferiori.

Combattere questa diseguaglianza dovrebbe essere una ragione storica della sinistra.

La lotta di classe dovrebbe essere contro l’ignoranza, non contro gli ignoranti; contro la povertà, non contro i poveri.

Bisogna allora rovesciare la prospettiva.

Gli ultimi non si sono allontanati dalla sinistra perché improvvisamente sono diventati culturalmente arretrati. Una parte della sinistra si è allontanata dagli ultimi quando ha cessato di rappresentarne gli interessi materiali, assumendo il mercato come orizzonte invalicabile e accompagnando privatizzazioni, precarizzazione del lavoro e ridimensionamento dello Stato sociale.

È cambiato anche il riferimento sociale: maggiore attenzione ai ceti urbani istruiti e relativamente protetti, minore capacità di stare dentro il lavoro manuale, le periferie, la disoccupazione e il lavoro povero.

Una madre disoccupata che aspetta inutilmente da anni un asilo nido non ha bisogno di un dottorato per sapere che una promessa è stata tradita. Né un precario deve conoscere la storia del neoliberismo per accorgersi che il salario non basta.

Quando arretrano scuola, sanità e welfare, chi possiede reddito può acquistare privatamente almeno una parte di ciò che perde; per chi vive nella povertà significa rinunciare. Il tradimento pesa ancora di più quando proviene da chi aveva costruito la propria legittimità politica sull’estensione dei diritti sociali.

La destra approfitta di questa frattura senza risolverla.

Propone politiche destinate ad aggravarla, ma possiede una capacità che una parte della sinistra ha perduto: intercetta il malessere, poi lo manipola e gli assegna un nemico. Trasforma l’insicurezza sociale in paura del migrante, la perdita di status in rancore, l’impoverimento in domanda di ordine.

Offre appartenenza dove non offre redistribuzione e protezione simbolica dove non offre protezione sociale.

Una parte della sinistra ha risposto aggiungendo alla distanza sociale una distanza morale. Il povero che vota a destra diventa arretrato, chi usa un linguaggio rozzo culturalmente inadeguato. L’astensionista viene rimproverato perché favorirebbe le destre.

Ma quando l’astensione assume dimensioni di massa è un fatto politico da comprendere, non un comportamento da condannare. Se milioni di persone ritengono che nessuna delle alternative disponibili possa cambiare concretamente la loro vita, accusarle di irresponsabilità civica significa rifiutarsi di interrogare la crisi della rappresentanza.

A questa postura si accompagna l’adesione di settori progressisti al giustizialismo e al panpenalismo.

Una sinistra nata per interrogare le cause sociali della marginalità e del conflitto ha finito troppo spesso per condividere l’idea che alla complessità sociale si possa rispondere con nuovi reati, pene più severe, carcere e dispositivi di sicurezza. La cultura della trasformazione lascia così spazio a una legalità separata dalla giustizia sociale, utilizzata come criterio morale per distinguere rispettabili e devianti, meritevoli e immeritevoli.

Moralismo e giustizialismo appartengono alla stessa rinuncia politica. Se non si trasformano le condizioni che producono un problema, diventa più semplice giudicare gli individui che lo incarnano.

Se non si combatte la povertà, si colpevolizza il povero; se non si comprendono le ragioni dell’astensione, si accusa l’astensionista; se non si interviene sulle cause della marginalità, si invoca più sicurezza. Il conflitto cede il posto al processo, l’analisi dei rapporti di potere alla ricerca del colpevole, la trasformazione alla punizione.

Una cultura che continua a definirsi progressista finisce così per condividere con la destra una parte decisiva della sua grammatica politica.

Questo non significa giustificare razzismo, sessismo o discriminazioni quando provengono dai ceti popolari. Significa comprendere che combattere un’idea reazionaria non equivale a disprezzare la persona che la esprime e che dietro determinate paure possono esserci contraddizioni materiali sulle quali la politica deve intervenire.

L’emancipazione non nasce dalla superiorità morale di chi pretende di educare gli altri, ma dalla costruzione collettiva di condizioni differenti di esistenza. La società, intanto, è cambiata ancora. Il lavoro povero si è esteso, la sicurezza di una parte del ceto medio si è consumata, i giovani vivono una precarietà permanente.

Dentro la working class contemporanea stanno insieme chi lavora e chi il lavoro non riesce a trovarlo, il precario, il rider, la giovane madre, il migrante, chi vive nelle aree interne e chi nelle periferie. Una composizione frantumata e spesso privata dei luoghi nei quali riconoscere come collettiva una condizione vissuta individualmente.

Qui ritroviamo il significato dell’invocazione pasoliniana. Far ridiventare la bandiera uno straccio non significa restaurare il Novecento, ma restituire alla politica una collocazione sociale: tornare negli asili che non ci sono, nelle scuole impoverite, negli ospedali delle liste d’attesa, nei luoghi di lavoro dove il salario non consente più di vivere, nei quartieri dove l’unica presenza visibile dello Stato è quella oppressiva delle forze dell’ordine.

Non si tratta quindi di trovare parole più semplici con cui spiegare ai poveri perché dovrebbero tornare a votare a sinistra: sarebbe ancora la stessa supponenza.

Bisogna ricostruire le condizioni materiali e politiche perché possano riconoscere nella partecipazione collettiva uno strumento utile alla propria vita.

Finché la sinistra continuerà a chiedersi che cosa non abbiano capito gli ultimi, invece di domandarsi che cosa essa abbia smesso di capire delle loro vite, continuerà a perdere. Pasolini chiedeva alla bandiera di perdere le proprie glorie e tornare nelle mani del più povero. Forse il problema è ancora questo: non convincere il più povero a tornare sotto la nostra bandiera, ma costruire una politica per cui quella bandiera possa tornare ad appartenergli.

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