Con le comunità, contro il blocco

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Gianni De GiglioLucy 7 Settembre 2026

Rami Massad, coordinatore del Popular art centre, racconta l’assedio imposto ai palestinesi in Cisgiordania e le azioni per resistere, dal basso e con la solidarietà internazionale

A fine luglio il Popular art centre (Pac), organizzazione sociale, economica e culturale  radicata in Cisgiordania, presente anche a Gaza, ha fatto circolare un appello internazionale  indirizzato ai popoli liberi del mondo che in Italia è stato diffuso da varie organizzazioni solidali.

Partendo proprio dai temi di questo appello abbiamo intervistato Rami Massad, coordinatore di Pac.

Nell’appello «dalla Palestina ai popoli liberi del mondo» si fa riferimento al blocco derivante dall’espansione degli insediamenti, alla confisca delle terre, agli incendi quotidiani delle abitazioni e al sequestro dei terreni agricoli e dei pozzi. In cosa consiste questo «blocco economico senza precedenti»? In che modo provate ad affrontarlo?

Oltre all’espansione degli insediamenti e alla confisca delle terre, ai ripetuti incendi delle abitazioni e al sequestro dei terreni agricoli e dei pozzi, il blocco imposto oggi ai e alle palestinesi ha assunto dimensioni economiche e sociali senza precedenti. Questo blocco non si limita a misure militari dirette, consiste piuttosto in un insieme di politiche che mirano a limitare la capacità delle palestinesi di lavorare, produrre e spostarsi, ponendo al contempo l’economia palestinese in uno stato di crescente dipendenza dall’economia israeliana.

Una delle manifestazioni più significative di questo blocco è l’impedimento, da quasi tre anni, a oltre 200.000 lavoratori palestinesi di raggiungere i propri luoghi di lavoro in Israele, privando decine di migliaia di famiglie di una fonte vitale di reddito e con profonde ripercussioni sull’economia locale, in particolare date le limitate opportunità di lavoro disponibili all’interno dei territori palestinesi.

Il blocco si manifesta anche nella trattenuta dei proventi doganali palestinesi, stimati in oltre 6 miliardi di dollari negli ultimi tre anni. In base agli accordi stabiliti a Oslo, i proventi doganali rappresentano circa il 65% delle entrate dell’Autorità Palestinese e sono utilizzati principalmente per coprire la spesa pubblica e gli stipendi di circa 200.000 dipendenti. La trattenuta di questi fondi ha provocato una crisi finanziaria che perdura, compromettendo la capacità dell’Autorità di retribuire i propri dipendenti, la maggior parte dei quali attualmente riceve circa il 50% dello stipendio mensile.

Anche il settore bancario palestinese sta subendo forti pressioni a causa di minacce e misure che incidono sui suoi rapporti bancari con le banche israeliane e internazionali. Un esempio è l’accumulo di shekel all’interno delle banche palestinesi a seguito del rifiuto delle banche israeliane di accettare grandi quantità di questa valuta. Ciò ha costretto le banche palestinesi a imporre restrizioni sull’uso dello shekel da parte dei cittadini. 

L’impatto si è esteso a settori vitali: le stazioni di servizio accettano shekel dai consumatori ma incontrano difficoltà nel depositare questo denaro o nell’effettuare transazioni finanziarie di importo elevato in shekel, contribuendo così a causare carenze e interruzioni nella disponibilità di benzina e gasolio. Inoltre, si è registrata una riduzione delle quantità d’acqua assegnate alle comunità palestinesi dalla società idrica israeliana, che controlla una parte significativa del sistema idrico. In alcune zone, l’acqua arriva nelle abitazioni solo una volta alla settimana e l’intervallo tra le forniture può diventare ancora più lungo durante l’estate. Queste misure non possono essere considerate semplicemente relative ai servizi, poiché incidono direttamente sulla capacità delle persone di vivere e produrre, nonché sull’agricoltura, sulla salute e sull’economia locale.

Anche la frammentazione geografica e l’isolamento delle città e dei villaggi palestinesi gli uni dagli altri, a causa di posti di blocco, chiusure e restrizioni stradali, aumentano i costi di trasporto di persone e merci, interrompono le catene di produzione e di commercializzazione, rendono difficile per i produttori palestinesi l’accesso ai mercati locali e limitano la capacità delle comunità di comunicare e cooperare tra loro.

Ma soprattutto, queste politiche non sono un fenomeno recente. Sono il risultato di un lungo accumulo di politiche e accordi che hanno rimodellato l’economia palestinese e l’hanno collocata in una posizione di dipendenza. Gli accordi firmati dopo Oslo hanno limitato la capacità dei palestinesi di costruire un’economia indipendente, lasciando al contempo i meccanismi chiave per il controllo delle risorse, delle entrate e della circolazione nelle mani della potenza occupante. È difficile, ad esempio, costruire un’economia indipendente quando gran parte delle entrate pubbliche palestinesi rimane sotto il controllo della parte occupante.

Di conseguenza, l’economia palestinese non è stata semplicemente lasciata in uno stato di debolezza; è stata gradualmente spinta verso un modello orientato al consumo, dipendente dalle importazioni, anziché verso la costruzione di un’economia produttiva in grado di raggiungere una maggiore autosufficienza e un distacco economico. Il controllo sulle risorse, sulle entrate e sulla circolazione può anche trasformarsi in strumenti di pressione politica e ricatto, rendendo l’economia stessa parte del più ampio conflitto politico.

In questo contesto, è importante considerare anche la natura degli aiuti internazionali forniti ai palestinesi. Una parte significativa dei finanziamenti internazionali è destinata a progetti di soccorso e umanitari volti ad attenuare gli effetti della crisi e a migliorare le condizioni di vita. Ciò è necessario nelle circostanze attuali, ma non affronta le radici del problema. C’è un bisogno crescente di reindirizzare una quota maggiore di questi aiuti verso la costruzione di un’economia palestinese produttiva e resiliente, rafforzando la capacità delle comunità di fare affidamento sulle proprie risorse locali e riducendo la loro dipendenza dall’economia israeliana.

Come Popular Art Centre, insieme ai nostri partner, alle istituzioni e ad altre iniziative, cerchiamo di affrontare questa realtà lavorando per costruire un’economia produttiva basata sulla solidarietà e sulla cooperazione comunitaria, piuttosto che limitarci a rispondere alle conseguenze del blocco. Lavoriamo per sostenere le cooperative locali e le iniziative economiche, sviluppare la produzione agricola, rafforzare la capacità delle comunità di investire nelle proprie risorse locali e creare alternative concrete che aiutino le persone a soddisfare autonomamente parte dei propri bisogni. Tra gli esempi figurano il sostegno alle cooperative produttive e alle iniziative di orticoltura domestica, che non consideriamo semplicemente come progetti agricoli su piccola scala, ma come strumenti per rafforzare la resilienza, ridurre la dipendenza dai mercati esterni e creare fonti locali di reddito e occupazione.

Allo stesso tempo, collaboriamo con le comunità in prima linea e con quelle più esposte alle pressioni attraverso iniziative nei settori della sanità, dell’istruzione e dell’economia locale, con l’obiettivo di rafforzare la loro capacità di rimanere sulla propria terra e di affrontare le condizioni che vengono loro imposte.

Per noi, la resistenza economica non significa isolarsi dal mondo. Significa piuttosto sviluppare la capacità di produrre, promuovere l’interdipendenza e la solidarietà all’interno della comunità, affinché i e le palestinesi siano in grado di resistere meglio alle pressioni e meno vulnerabili alla dipendenza da un sistema economico controllato dall’occupazione. Il ruolo della società civile non deve limitarsi ad attenuare gli effetti della crisi, ma anche contribuire a costruire alternative. Ogni nuova cooperativa, ogni appezzamento di terra riportato alla produzione, ogni orto domestico e ogni iniziativa economica guidata dalla comunità rappresentano un piccolo passo verso il recupero di un certo grado di controllo sulla vita economica e il rafforzamento della resilienza della popolazione di fronte al blocco che continua a persistere.

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Ci spieghi come funziona la «protezione della comunità» quando fate riferimento ai «Comitati popolari di autodifesa» nelle aree urbane e rurali?

Per noi, la protezione della comunità non significa semplicemente proteggere le persone dagli attacchi diretti. Significa rafforzare la capacità della comunità di organizzarsi, di rispondere collettivamente alle crisi, di proteggere le proprie risorse e la propria gente, e la propria capacità di resistere alle pressioni e di rimanere sulla propria terra.

Nel corso di molti anni, la struttura collettiva palestinese si è indebolita e frammentata, compresi i partiti e le forze politiche, i movimenti sociali e le iniziative comunitarie. Ciò ha gradualmente indebolito la capacità delle comunità di organizzarsi e affrontare collettivamente le sfide. Allo stesso tempo, dati i vincoli che gravano sull’Autorità Palestinese e sulle sue istituzioni, nonché la loro incapacità di fornire una protezione sufficiente ai cittadini palestinesi dai ripetuti attacchi da parte dell’occupazione, delle sue forze e dei coloni, molti villaggi e comunità si trovano a dover affrontare questi attacchi con risorse limitate e senza una protezione efficace.

Questa realtà attribuisce alle comunità locali una responsabilità crescente nell’organizzarsi e nel rafforzare la propria capacità di autoprotezione e resilienza, avvalendosi delle risorse umane e materiali e delle conoscenze a propria disposizione e sviluppando meccanismi di cooperazione e risposta collettiva. Ciò assume ancora maggiore importanza alla luce delle difficili condizioni economiche, della frustrazione sociale, del declino dell’azione collettiva e della diffusione dell’individualismo – tutti fattori che rendono la ricostruzione della fiducia e della cooperazione all’interno della comunità una necessità imprescindibile piuttosto che una semplice opzione.

È qui che entra in gioco il nostro ruolo di istituzioni nazionali e comunitarie. Non entriamo nelle comunità locali per fornire soluzioni preconfezionate. Cerchiamo invece di mobilitare le reti, le competenze e le risorse a nostra disposizione per aiutare queste comunità a organizzarsi e a ripristinare la loro capacità di azione collettiva. Ciò include il rafforzamento delle loro capacità produttive, sia a livello agricolo, economico, di conoscenza, culturale o programmatico; il collegamento tra istituzioni e attori locali; e l’incoraggiamento a cooperare anziché lavorare separatamente.

Quando le istituzioni locali – il consiglio di villaggio, la scuola, il centro sanitario, le cooperative, le iniziative giovanili, le istituzioni culturali e sociali e altre – lavorano insieme, la comunità può sviluppare soluzioni collettive a un’ampia gamma di sfide, dalle questioni economiche, educative e sanitarie alla lotta contro gli attacchi e le violazioni subiti dai residenti. È qui che entra in gioco il concetto di «villaggi di liberazione». Per noi, un villaggio di liberazione non è semplicemente un villaggio sottoposto ad attacchi e in attesa di assistenza. È piuttosto un villaggio che produce, coopera, si organizza, investe nelle proprie risorse e costruisce reti di solidarietà all’internoe con altri villaggi e comunità. Più un villaggio è organizzato, produttivo e cooperativo, maggiore è la sua capacità di affrontare le diverse pressioni e di rimanere sulla propria terra.

Uno degli strumenti più importanti su cui facciamo affidamento in questo contesto sono i comitati popolari, che uniscono al contempo inclusività e specializzazione. Essi riuniscono diverse componenti e attori all’interno della comunità e operano secondo una visione condivisa, attingendo al contempo alle competenze, alle professioni e alle aree di specializzazione delle persone.

Ad esempio, un comitato sanitario è composto da medici, infermieri e operatori sanitari del villaggio ed è responsabile del monitoraggio delle esigenze sanitarie e dell’organizzazione della risposta a tali esigenze. Un comitato per l’istruzione è composto da insegnanti, accademici e operatori del settore dell’istruzione e lavora per identificare e affrontare le sfide educative e sostenere gli studenti e le scuole. Allo stesso modo, un comitato per i media e la documentazione riunisce persone con esperienza nel campo dei media, ed è incaricato di monitorare e documentare le violazioni commesse ai danni del villaggio, nonché di comunicarle alla comunità locale e agli organismi competenti.

A seconda delle esigenze e delle risorse di ciascun villaggio, vengono costituiti comitati specializzati anche in altri settori, quali l’agricoltura, l’economia, i giovani, la cultura e l’ambiente, consentendo di mobilitare le competenze disponibili all’interno della comunità per soddisfarne i bisogni e rafforzarne la capacità di rispondere collettivamente alle sfide.

Questi comitati non sono strutture separate dalla comunità. Al contrario, fanno parte del più ampio sistema di lavoro comunitario e operano in coordinamento con il consiglio del villaggio, le istituzioni locali, le cooperative, le iniziative giovanili e altri attori. Attraverso questa organizzazione, le competenze individuali e le risorse disponibili all’interno del villaggio si trasformano in una capacità collettiva organizzata, in grado di rispondere a diverse crisi e sfide.

Nell’appello sottolineate che «questa non è una questione umanitaria, ma una questione politica e di libertà». Ciò è collegato alla questione di «una pace giusta e duratura che è diventata più difficile da raggiungere». Cosa significa «pace giusta e duratura» per voi e per la parte del popolo palestinese a cui siete legati?

Quando affermiamo che «questa non è una questione umanitaria, ma una questione politica e di libertà», non stiamo negando la necessità di un sostegno umanitario o economico al popolo palestinese. Piuttosto, stiamo criticando la riduzione della causa palestinese alla sola dimensione umanitaria. Il sostegno internazionale, nelle sue varie forme, spesso considera i palestinesi come vittime che vivono in circostanze difficili e che hanno bisogno di assistenza per migliorare le loro condizioni di vita, mentre ciò non è accompagnato in misura sufficiente da un’azione politica seria volta ad affrontare le cause e le radici che generano e riproducono continuamente questa crisi umanitaria.

La crisi umanitaria non può essere affrontata in modo sostenibile senza affrontare la sua causa fondamentale, ovvero il protrarsi da decenni dell’occupazione israeliana, insieme al controllo esercitato su territorio e risorse e sulla libertà di movimento, alla confisca delle terre, all’espansione degli insediamenti, alla violenza e alle continue violazioni dei diritti del popolo palestinese. 

Pertanto, per quanto necessaria possa essere l’assistenza umanitaria, essa non può sostituire l’azione politica volta a porre fine all’occupazione e ad affrontare le cause profonde del conflitto.

Questo ci porta al concetto di pace giusta e duratura. Per la maggioranza delle persone palestinesi, la pace non significa semplicemente l’assenza di guerra o una riduzione della violenza per un certo periodo di tempo, né significa semplicemente migliorare le condizioni di vita sotto l’occupazione. Una pace giusta significa, innanzitutto, una vera volontà politica internazionale di porre fine all’occupazione, la fine dei due pesi e due misure, il riconoscimento dei diritti politici, economici e umani del popolo palestinese e la possibilità per esso di determinare liberamente il proprio futuro.

Per noi, una pace giusta significa che i palestinesi possano vivere senza il timore costante per la propria vita e per il futuro dei propri figli; che possano dormire sonni tranquilli e non con la paura di cosa accadrà il giorno successivo. Significa poter circolare liberamente e in sicurezza all’interno della propria patria; poter accedere alla propria terra e alle fonti di sostentamento; e vivere nelle proprie case senza timore di confische, sfollamenti o attacchi.

Una pace giusta significa anche porre fine ai crimini e alle violazioni in corso e garantire che i responsabili rendano conto delle proprie azioni e siano assicurati alla giustizia, affinché non vi sia impunità per i colpevoli e la giustizia non sia soggetta a due pesi e due misure a seconda dell’identità della vittima o della parte che commette la violazione.

Per quanto riguarda la forma della soluzione politica definitiva, riteniamo che spetti al popolo palestinese stesso decidere in merito. Considerando il protrarsi dell’occupazione, l’opposizione di ampi settori dello scenario politico israeliano – dalla destra alla sinistra – alla creazione di uno Stato palestinese indipendente e l’assenza di una reale volontà politica internazionale di porre fine all’occupazione, la questione fondamentale non dovrebbe essere quella di imporre ai palestinesi un modello politico specifico, che si tratti di due Stati, di un unico Stato o di qualsiasi altra formula. La nostra priorità è porre fine all’occupazione, smantellare il sistema di controllo e discriminazione, garantire i diritti politici, economici e sociali del popolo palestinese e, successivamente, consentirgli di esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione e di scegliere la forma politica che desidera per il proprio futuro.

La pace non può essere un accordo tra due parti mentre una di esse rimane sotto occupazione. Né può essere una pace giusta se ci si aspetta semplicemente che il popolo palestinese si adatti all’occupazione e viva sotto di essa in condizioni migliori. La pace giusta è quella che pone fine all’occupazione e al dominio e garantisce al popolo palestinese libertà, dignità, sicurezza e la capacità di determinare il proprio futuro.

Il vostro l’appello si sofferma anche sulle iniziative della solidarietà internazionale in Europa e oltre. Si sottolinea la visibilità e il significato dei movimenti di solidarietà, ma anche la difficoltà dell’efficacia a determinare un cambiamento concreto. Secondo te, quali ulteriori misure dovrebbero essere adottate e rafforzate a livello internazionale, sia da parte dei movimenti di base (come ad esempio la Flotilla, gli scioperi e altre iniziative) sia da parte delle istituzioni internazionali e dei governi?

Negli ultimi anni abbiamo assistito a manifestazioni e proteste su larga scala, campagne di boicottaggio, movimenti studenteschi e sindacali, scioperi e iniziative come le flottiglie di solidarietà, oltre a posizioni sempre più decise da parte di organizzazioni della società civile, sindacati e università. Questa solidarietà è molto importante per noi perché conferma che la causa palestinese non è più una questione locale e che ampi settori della popolazione in tutto il mondo rifiutano ciò che sta accadendo ai palestinesi. Ma il problema è che la portata della solidarietà popolare non si è ancora tradotta in un livello comparabile di pressione politica ed economica in grado di determinare un reale cambiamento sul campo. 

Esiste un divario significativo tra ciò che affermano i popoli e i movimenti sociali e ciò che fanno i governi e le istituzioni internazionali. Pertanto, ciò di cui abbiamo bisogno oggi non è necessariamente una maggiore solidarietà in senso simbolico, ma piuttosto la trasformazione della solidarietà in una forza duratura di pressione politica ed economica.

A livello dei movimenti di base, riteniamo che sia necessario passare da iniziative separate alla costruzione di un movimento internazionale più coordinato e duraturo. Le manifestazioni e le veglie sono importanti, ma diventano più efficaci se collegate a campagne a lungo termine rivolte contro enti, istituzioni e aziende che traggono vantaggio dal proseguimento dell’occupazione o vi contribuiscono.

Ciò significa rafforzare le campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds), sostenere gli scioperi e le proteste dei lavoratori e degli studenti ed esercitare pressioni sulle università e sulle istituzioni culturali ed economiche affinché adottino posizioni chiare. Significa anche sostenere iniziative dirette come le flottiglie di solidarietà, che hanno un significativo valore politico e simbolico perché rompono l’isolamento e attirano l’attenzione del mondo sul blocco e sull’occupazione.

Soprattutto, queste iniziative dovrebbero trasformarsi in reti di solidarietà a lungo termine che colleghino i movimenti palestinesi con le loro controparti in Europa e oltre. Abbiamo bisogno che la solidarietà non sia solo una reazione a un massacro o a un’escalation militare, seguita da un calo di attenzione in seguito, ma che diventi un lavoro politico e comunitario continuo che accompagni la lotta palestinese nel lungo periodo.

In questo contesto, anche i movimenti internazionali dal basso possono svolgere un ruolo importante nel sostenere un’economia palestinese produttiva e resiliente, anziché limitarsi a fornire aiuti. La solidarietà può concretizzarsi nella costruzione di relazioni dirette con le cooperative palestinesi, nel sostegno ai prodotti locali, nel mettere in contatto i produttori palestinesi con reti di solidarietà e mercati alternativi, e nel finanziare iniziative che rafforzino la capacità delle comunità di resilienza, produzione e indipendenza economica.

A livello di governi e istituzioni internazionali, ciò che sarebbe necessario è passare dalla gestione della crisi all’affrontarne le cause. Non è sufficiente fornire assistenza umanitaria ai palestinesi mentre continuano le politiche che creano la necessità di tale assistenza. Né la comunità internazionale può chiedere alle palestinesi di rimanere resilienti continuando a trattare l’occupazione come una realtà che può essere gestita a tempo indeterminato.

È necessaria una vera volontà politica internazionale che utilizzi gli strumenti disponibili per esercitare pressioni volte a porre fine all’occupazione e a fermare l’espansione degli insediamenti, la confisca delle terre, gli sfollamenti e la violenza contro la popolazione palestinese, garantendo al contempo il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani. Ciò include l’uso di strumenti economici, diplomatici e giuridici, nonché la revisione delle relazioni commerciali, militari e politiche con Israele quando tali relazioni contribuiscono al protrarsi delle violazioni.

I governi europei, in particolare, dovrebbero inoltre allineare le proprie politiche ai principi che sostengono pubblicamente. Non è possibile parlare di diritti umani, diritto internazionale e giustizia in altre parti del mondo, trattando al contempo le violazioni di questi principi in Palestina secondo criteri diversi. Porre fine ai doppi standard è di per sé un passo essenziale verso la ricostruzione della fiducia nel sistema internazionale.

Per noi, la forma più preziosa di solidarietà internazionale è quella che non si limita a dire: «Siamo al vostro fianco», ma chiede: «Cosa possiamo fare per cambiare i rapporti di forza che vi impediscono di raggiungere la libertà?». E questa è la vera sfida che il movimento di solidarietà internazionale deve affrontare oggi: passare dalla solidarietà con la vittima al confronto con il sistema che produce la vittima, dalla compassione all’azione, e da reazioni temporanee a una strategia a lungo termine in grado di generare una pressione reale per porre fine all’occupazione e raggiungere una pace giusta e duratura.

*Gianni De Giglio, promotore di SfruttaZero e del Bread&Roses a Bari, lavora nell’ambito delle politiche attive del lavoro ed è associato ai percorsi sindacali delle Clap e di FuoriMercato. Lucy, laureata in lingue e letterature straniere all’Università di Bari, fa parte del Bread&Roses Bari ed è promotrice di Assemblea Bari per la Palesti

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