“La pioggia di risorse pubbliche non è riuscita a incidere sul principale punto debole dell’economia italiana: la produttività. Secondo il nuovo report “Sostenere chi crea valore” del Teha Club, negli ultimi 25 anni le aziende italiane hanno ricevuto in media 12 miliardi di euro l’anno (per un totale di quasi 300 miliardi), ma dai dati non emerge una correlazione positiva tra incentivi, produttività e valore aggiunto. Nel 2024 gli aiuti hanno raggiunto 18,3 miliardi: il 39% è stato assorbito da misure emergenziali, mentre appena 1,6 miliardi sono andati a ricerca e innovazione. Germania e Francia destinano invece quote molto maggiori a energia, ambiente e innovazione. Intanto, dal 2007 la produzione industriale italiana è calata del 25% e nel 2024 le acquisizioni straniere hanno coinvolto 429 imprese, per oltre 36 miliardi, alimentando il rischio di delocalizzazioni.” (preso dall’Indipendente)
Cosa vuol dire aiuti alle imprese? Estrarre valore dalla massa dei lavoratori aiutando imprese a passare i tempi difficili con soldi pubblici, incentivi, prestiti a tassi bassi, approvando progetti di grandi opere inutili, ecc.?
Ecco, intanto va vista questa affermazione in una nazione in cui il 75 % di imprese è fatta di artigiani e piccole-medie imprese e solo poco più di dieci anni fa era la settima potenza industriale del mondo! Quindi, niente di male se la stragrande maggioranza non ha visto aiuti, mentre un relativamente ristretto gruppo di affaristi ha assorbito la quasi totalità delle risorse.
A cominciare dalla FIAT decenni fa, quando minacciava: se non ci aiutate devo licenziare qualche migliaio di dipendenti e ovviamente puntuali arrivavano incentivi o altre forme di privilegio.
Ma il punto non è la disparità di trattamento, le grandi aziende avevano possibilità strutturali di rapporti con la politica ed i governi (Agnelli era senatore) oppure per citarne un altro Gavio (re delle autostrade ) aveva un ufficio pieno di ingegneri e avvocati direttamente davanti a Palazzo Ghigi a Roma per mantenere rapporti diretti con i vari governi per strade, ponti, ecc.
Ci sono mille motivi per cui una azienda si può trovare in difficoltà: per mancanza di liquidità, perché non è stata pagata a fronte di lavori eseguiti, per mancanza di specialisti difficili da trovare, per la mancata possibilità di avere un valore di proposta commerciale o di tecnologia, per reperimento materiali, ecc.
Tutto buttato sulle sue spalle, ma il 90 % delle imprese lo risolve da se o chiude.
Il punto tragico di questo refren “ la concorrenza risolve” è che non è più un mercato risolutore di suo, le carte sono truccate appositamente da chi è riuscito a espandere le sue capacità e assorbe altre aziende con subappalti senza vincoli..
L’intreccio economia-produzione in Italia è lastricato di” morti” e impallinati da banche, fondi e proprio dalla concorrenza con aziende multinazionali. E non dimentichiamo che anche i vari stati, forse non tutti, oggi hanno la fregola del Business e costruiscono involucri finanziari semi privatizzati o che si muovono con il semplice intento di fare profitto ( cito a Caso: Leonardo, Eni, Fincantieri, ecc) dove l’attenzione per servizi o cmq per avvantaggiare i cittadini proprio non esiste…, l’importante è distribuire dividendi ai soci societari.
Anzi la crisi dagli anni 2000 circa ha abbassato valore di aziende sul mercato globale e attirato predatori floridi dall’estero che hanno acquistato per pochi soldi quasi 600 aziende importanti, parte private e qualcuna a capitale misto ( vedi privatizzazione sanitaria o partecipate di beni comuni, gruppi della chimica, dell’energia, ecc ).
Certo la libertà di impresa e di circolazione denaro…… ma qui va avanti un sistema senza trazione eterodiretta o multipolare, in cui vince chi è più forte e aggressivo, non c’è uno straccio di progettualità anche dal brutale punto di vista capitalistico. Chi è informato può vedere cosa è successo e sta succedendo a Taranto all’ex Italsider oggi Ilva, a fronte di un infinito esborso di soldi pubblici buttati senza una soluzione ed oggi siamo a 2500 lavoratori dell’indotto licenziati
Sono costruzioni e industria i settori che stanno registrando le maggiori criticità rispettivamente con il +16,4 per cento e il +15,1 per cento dei fallimenti nei primi tre mesi dell’anno 2025, per un totale di 475 e 312 procedure di fallimento. I settori più in crisi
Nel settore delle costruzioni, in particolare, si evidenzia un’apertura di procedure gravi a causa delle difficoltà riscontrate nel ripagare i debiti, motiva Cerved. E tornando alla questione dei dazi bisogna considerare che il raddoppio di quelli su acciaio e alluminio (passato dal 25 per cento al 50 per cento) non sarà neutro proprio per il comparto dell’edilizia.
Aumenti a doppia cifra anche per servizi (13,2 per cento) e logistica e trasporti (con un balzo del 19,3 per cento). Alla voce industria è il largo consumo a registrare il più elevato tasso di incremento di procedure addirittura in aumento del 67,9 per cento, seguito dall’elettromeccanica al +61 per cento.
Tutti soldi che hanno dato fiato a singole imprese, ma non ai lavoratori e causando aumento generali dei costi compresi quelli della Previdenza a fronte di stipendi in progressiva decrescita
Più in generale, tenendo conto dell’andamento dell’ultimo biennio, è il comparto dei servizi quello più in sofferenza con il 40 per cento dei casi gravi, al secondo posto con il 22,1 per cento si piazza il settore della distribuzione, seguito a stretto giro dalle costruzioni a quota 21,8 per cento e poi l’industria al 14,1 per cento.
E quei dati sono dell’anno scorso, certificati in anteprima dall’Osservatorio procedure e liquidazioni di Cerved: Non c’è nulla di nuovo.
Quando ci parlano dello Spread o del PIL sono affari fra bande finanziarie diverse, ma quei dati non danno l’idea precisa della fotografia sociale in atto sembra sempre una incapacità casuale dell’impresa fallita..
Qual’è la tragedia?
Non solo una crisi trasversale in tutta la società, ma soprattutto la politica dei partiti sia di dx sia di sx non ha un progetto, un piano complessivo di sistema e i media ci parlano di Woke e Vannacci, poiché non hanno uno straccio di idea diversa, alternativa e si lamentano se la gente li schifa o non li vota.
Gianni Gatti
Alessandria 08/09/26