Ex Ilva, parte lo stop a Taranto (e a novembre si fermano anche Genova e Novi Ligure): cosa cambierà con i forni elettrici?

Dal blocco degli impianti pugliesi dipende anche il lavoro degli stabilimenti del Nord. Il governo prepara nuove tutele per i dipendenti e punta a una produzione di acciaio con tecnologie meno inquinanti

da http://www.greenme.it – Riccardo Liguori, 9 Ottobre 2026

Dal 9 ottobre l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto ha sospeso le attività produttive. La decisione di Acciaierie d’Italia arriva dopo che la Corte d’appello di Milano ha respinto la richiesta di rinviare l’esecuzione del provvedimento che impone lo stop agli impianti. La conseguenza si estende agli stabilimenti di Genova e Novi Ligure, che entro il 15 novembre dovrebbero fermarsi temporaneamente perché non avranno più acciaio da lavorare.

La crisi riguarda il futuro del più grande impianto siderurgico italiano, ma anche migliaia di lavoratori e un’intera filiera industriale. Intanto il governo prepara nuove misure di sostegno al reddito e punta a riconvertire la produzione verso tecnologie meno inquinanti.

Perché si ferma Taranto

Il 27 luglio la Corte d’appello di Milano ha disposto la chiusura dell’area a caldo entro il 28 ottobre. Il 5 ottobre è stato notificato il rigetto della richiesta di sospensione presentata dall’azienda. Acciaierie d’Italia, riporta Ansa, ha quindi comunicato che dal 9 ottobre sarebbero state interrotte le attività produttive degli impianti interessati.

L’area a caldo è la parte dello stabilimento in cui le materie prime vengono trasformate in acciaio attraverso processi ad altissime temperature. Qui operano gli altiforni, impianti che permettono di ottenere il materiale destinato alle successive lavorazioni. È una fase essenziale della produzione tradizionale, associata anche a una quota rilevante dell’impatto ambientale del complesso industriale.

Per il momento gli impianti vengono mantenuti in hot stand-by, cioè in condizioni di riscaldo per consentire un eventuale riavvio. Secondo il calendario comunicato dall’azienda, in assenza di un provvedimento favorevole della Corte di Cassazione il mantenimento in riscaldo sarà interrotto il 24 ottobre e lo spegnimento definitivo dell’area a caldo sarà completato entro il 25 ottobre. Si tratta di scadenze previste, non di operazioni già concluse.

Perché si fermano anche Genova e Novi Ligure

Gli stabilimenti del Nord dipendono dall’acciaio prodotto a Taranto, che viene poi lavorato per ottenere prodotti destinati all’industria. Senza nuove forniture pugliesi, le scorte e il materiale già disponibile permetteranno di proseguire ancora per un periodo limitato.

Durante l’incontro dell’8 ottobre con il governo, il commissario Giovanni Fiori ha spiegato che, in base alle produzioni in corso e agli ordini ricevuti, Genova potrà lavorare fino al 15 novembre. Entro quella data è prevista la fermata temporanea generale degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure.

Acciaierie d’Italia conta circa 9.500 dipendenti, di cui 900 a Genova e 500 a Novi Ligure. Anche lo stabilimento di Racconigi, in Piemonte, con 90 addetti, è stato indicato dai presidenti delle Regioni Liguria e Piemonte tra quelli coinvolti nella crisi.

I sindacati hanno proclamato 24 ore di sciopero in tutte le sedi per lunedì 12 ottobre. La cassa integrazione già autorizzata riguarda 4.450 lavoratori fino alla fine di febbraio 2027, ma il numero potrebbe aumentare. I sindaci di Genova e Novi Ligure, Silvia Salis e Rocchino Muliere, hanno definito l’annuncio della fermata “del tutto inaccettabile”Ex Ilva, stop a Taranto dal 9 ottobre e fermata a novembre per Genova e Novi Ligure. A rischio migliaia di posti di lavoro..

Il piano per un’acciaieria meno inquinante

Il governo vuole mantenere la produzione siderurgica attraverso impianti diversi da quelli del ciclo tradizionale. Al tavolo dell’8 ottobre, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha indicato l’obiettivo di utilizzare impianti DRI e forni elettrici, “purché nell’ambito di un piano industriale credibile”.

Il DRI, acronimo inglese di Direct Reduced Iron, è un processo che permette di ricavare ferro dal minerale senza utilizzare l’altoforno tradizionale. Il ferro ottenuto viene poi trasformato in acciaio nei forni elettrici. Questa tecnologia può ridurre le emissioni rispetto al ciclo tradizionale, soprattutto se utilizza elettricità prodotta da fonti rinnovabili.

La riconversione richiederà però tempi lunghi. Secondo una stima riportata dal Corriere della Sera, la costruzione di un forno elettrico richiede almeno tre anni. Si tratta di una valutazione tecnica, non di una scadenza ufficiale: il bando per la cessione dell’ex Ilva prevede fino a tre forni, ma non fissa una data per il loro avvio. I tempi effettivi dipenderanno dal piano industriale, dagli investimenti e dalle autorizzazioni necessarie.

L’ex Ilva è gestita in amministrazione straordinaria dallo Stato, che da tempo cerca nuovi soggetti privati a cui affidare l’impianto. Per ora restano aperte le questioni decisive: chi investirà nella riconversione, quando potranno ripartire gli impianti e quali garanzie avranno i lavoratori coinvolti nella fermata.

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