http://www.lindipendente.online – Mario Catania, 9 Ottobre 2026
La banca genetica dello Zimbabwe conserva a 21 gradi sotto zero oltre 63mila campioni registrati, appartenenti a ventitré colture diverse. Eppure, quando nel maggio 2021 una piccola delegazione di contadine ha bussato alla sua porta, i funzionari hanno ammesso di non avere l’arachide bianca “bob white”, una delle varietà più ricercate nei villaggi. Ce l’aveva una di loro: 6 mesi prima l’aveva portata a un incontro della Rural Women’s Assembly e l’aveva divisa con le compagne perché la moltiplicassero. È da storie come questa che passa il Right Livelihood Award, il cosiddetto “Nobel alternativo”, che il 30 settembre scorso la fondazione di Stoccolma ha assegnato al movimento che riunisce le piccole agricoltrici dell’Africa australe, «per aver organizzato le donne rurali della regione in una forza unita a difesa della terra, dei semi e dell’autonomia del corpo contro l’esproprio delle multinazionali e del patriarcato». La cerimonia si terrà il primo dicembre nella capitale svedese.
Secondo la fondazione, l’Assemblea conta oggi oltre 178mila socie in undici Paesi, dal Sudafrica alla Tanzania, dal Madagascar allo Zimbabwe. È nata nel 2009, quando 250 donne arrivate da tutta la regione si incontrarono nella provincia sudafricana del Limpopo per superare i problemi lasciati in eredità dal colonialismo e dall’apartheid. Oggi ha sede a Città del Capo, rifiuta il modello delle ONG e si è strutturata in maniera orizzontale, portata avanti dalle volontarie, con 3 rappresentanti per ciascun Paese. La coordinatrice regionale, Mercia Andrews, preferisce definire la loro voce più «chiassosa» che radicale e lo dimostra un episodio che lei stessa ha raccontato. Nel Limpopo un’autorità tradizionale negava a una vedova la terra per seppellire il marito, e allora trenta socie caricarono la bara su un carro funebre e la portarono nell’ufficio del capo: «Visto che non vuoi che quest’uomo riposi, lo portiamo da te, così sarai inquieto quanto lui». Entro un’ora la terra fu concessa.
Il paradosso del cibo locale
Il lavoro sui semi è iniziato a Lusaka, in Zambia, nel 2018; durante una delle scuole femministe che il movimento organizza ogni anno, le partecipanti fecero l’inventario di ciò che finiva nei loro piatti e scoprirono un paradosso: producevano cibo per i mercati locali, ma gran parte di quello che compravano per sé arrivava dall’estero. Da quell’illuminazione nacque un censimento dei semi, condotto tra il 2020 e il 2022 in sette Paesi – Lesotho, Malawi, Mozambico, Sudafrica, Eswatini, Zambia e Zimbabwe – da ricercatrici scelte tra le socie, quasi tutte contadine. Hanno raggiunto decine di villaggi remoti, intervistato centinaia di contadine locali e messo nero su bianco i nomi di varietà tramandate da generazioni.
In Zimbabwe le donne hanno contato undici varietà di arachidi e altrettante di fagiolo dall’occhio e di arachide bambara; in Malawi si coltiva un’arachide chiamata Musandionekuda, che significa «non sottovalutarmi perché sono nera»; in Zambia le custodi ricordano i genitori che, in fuga dalle guerre o in cerca d’acqua, viaggiavano con i semi nascosti tra i capelli. L’età è eterogenea, anche se la maggior parte sono donne anziane: in Lesotho l’84 per cento delle intervistate ha tra 50 e 76 anni; in Sudafrica la più giovane ne ha 21, la più anziana 98, e la maggioranza ha superato i 60.
Colture degli uomini, cibo delle donne
La prima minaccia, denunciano le socie dell’associazione, sono gli ibridi distribuiti con i sussidi pubblici, che in Lesotho sono gli unici semi previsti. La seconda sono le leggi sementiere modellate sulla convenzione UPOV del 1991, che tutela la proprietà intellettuale dei costitutori e limita la possibilità di riseminare e scambiare le varietà protette. Su quel modello la Comunità di sviluppo dell’Africa australe ha adottato nel 2017 un protocollo regionale che, secondo l’African Centre for Biodiversity, è inadatto a un’area dove nove Stati membri rientrano tra i Paesi meno sviluppati. «Gli ibridi sono considerati colture degli uomini», scrivono le socie zimbabwesi. «Gran parte del cibo che mangiamo lo coltivano le donne, mentre gli uomini seminano per fare affari». Zvidzai Magunde lo sa bene: dal 2018 il mais ibrido l’ha lasciata a mani vuote tre volte, mentre miglio, sorgo, zucca e fagiolo dall’occhio, nonostante le piogge irregolari, non l’hanno mai tradita.
I risultati elencati nella documentazione del premio sono diversi: dall’avviamento di ventiquattro siti di moltiplicazione dei semi tradizionali, a una nuova ricerca lanciata nel 2025, con 720 donne in 7 Paesi, che ha documentato 160 varietà tra cereali, legumi, frutti e tuberi. Nello stesso anno la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini è stata tradotta nelle lingue locali, in un percorso che ha coinvolto oltre 18mila donne. Anche la svolta agroecologica è nata dal basso, con una scuola di agroecologia che, sempre secondo la fondazione, ha permesso di sostituire i fertilizzanti chimici con risorse naturali e di abbassare i costi di produzione.
Il vertice nel Paese delle contadine senza terra
Resta poi il nodo della terra, perché, come scrivono le socie dell’Eswatini, nel loro Paese le contadine non possiedono i campi che lavorano, nemmeno quando sono vedove e capofamiglia. Proprio in Eswatini, a Ezulwini, tra il 5 e il 7 ottobre si è svolto il primo vertice dell’Unione africana dedicato ai semi e l’Assemblea ci è arrivata con un documento dal titolo eloquente, “The Seeds Are Ours”, in cui chiede che i sistemi sementieri contadini restino nelle mani delle comunità invece di essere piegati alle regole del seme commerciale.
La bozza di dichiarazione finale, che dovrà ancora passare al vaglio dell’Unione africana, prevede di riconoscere ai contadini il diritto di conservare, usare e scambiare le sementi e di non criminalizzarli. È la stessa partita che si gioca nel resto del mondo, dove poche multinazionali controllano insieme il mercato dei semi e quello dei pesticidi. In Europa e negli Stati Uniti la contesa passa anche dai brevetti: «Se è riconosciuta la brevettabilità del vivente significa che possono essere brevettate le piante, le loro componenti, comprese le sementi», ha spiegato a L’Indipendente Simone Vezzani, docente di diritto internazionale all’Università di Perugia. Da un lato l’esclusiva di chi registra una varietà, dall’altro il diritto di chi la coltiva da generazioni.