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19 Ottobre 2026 inchiesta Linda Maggiori
Nonostante la sospensione, nell’aprile 2026, del rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele, le Forze Armate italiane continuano a dipendere dalle tecnologie belliche prodotte dalle principali aziende israeliane, attraverso contratti di fornitura, manutenzione e programmi di ricerca tuttora in vigore.
Dai missili anticarro ai droni kamikaze, dai sistemi di puntamento per i caccia agli aerei spia e ai satelliti militari, Rafael, Elbit Systems, Israel Aerospace Industries (IAI) e UVision sono profondamente integrate nell’apparato militare italiano. Una collaborazione consolidata a partire dal 2005, che è proseguita anche durante la guerra nella Striscia di Gaza, con nuovi stanziamenti pubblici per centinaia di milioni di euro.
Una rete di rapporti industriali e tecnologici che solleva interrogativi sulla reale volontà e capacità del governo italiano di interrompere la cooperazione militare con Israele e adottare eventuali sanzioni, anche alla luce degli obblighi previsti dal diritto internazionale.
Missili, droni e bombe

Il 21 maggio 2024, in pieno genocidio a Gaza, il Parlamento ha approvato il rinnovo del programma pluriennale (A/R n. SMD 32/2023) denominato «Spike», per «l’approvvigionamento di circa 890 missili Spike long range 2 (a lunga gittata) che, unitamente ad altri 165 missili Spike già autorizzati nel 2022, permetteranno di completare la dotazione missilistica del sistema d’arma in esame».
Si tratta di missili terra-terra (sistemi controcarro) di terza generazione prodotti dall’azienda israeliana Rafael Advanced Defense Systems Ltd. Il programma comprende anche la fornitura di «munizionamento e relativi supporti addestrativi e logistici. (…) Il sistema d’arma nel suo complesso è prodotto dalla società israeliana Rafael Advanced System, ma non è da escludersi il coinvolgimento di realtà industriali italiane nell’assemblaggio dei missili Spike, localizzate principalmente nelle regioni Emilia-Romagna, Lazio, Toscana e Liguria», si legge nella scheda ministeriale approvata dalle commissioni Affari e Difesa e Bilancio nel maggio 2024.
«La famiglia del missile Spike comprende sei versioni, quelle a corto raggio, medio raggio, lungo raggio, raggio esteso, Spike NLOS (Non Line Of Sight) e Spike PBF (Penetration Blast and Fragmentation). Missili che consentono la neutralizzazione di veicoli corazzati (…) impiegabili in qualunque condizione meteorologica, (…) in ambiente urbano e/o contaminato».
La prima fase del programma era già stata approvata (decreto ministeriale SMD 36/2019) con un ammontare complessivo di 105 milioni di euro e si concluderà nel 2030; la seconda fase prevedeva 51 milioni di euro (decreto SMD 09/2022), ai quali nel 2024 sono stati aggiunti ulteriori 92 milioni di euro, per altri 7 anni.
Quindi in tutto 249 milioni di euro che finiscono nelle casse dell’azienda militare israeliana Rafael Advanced System. Partecipata dallo Stato israeliano, la Rafael è tra le più importanti fornitrici dell’esercito israeliano.
Nell’estate del 2025 aveva destato sdegno un video promozionale comparso sui social dell’azienda Rafael (poi rimosso) che mostrava un drone Spike Firefly targato Rafael che inseguiva e ammazzava un civile disarmato, nelle rovine di Gaza. In sovrimpressione la scritta: «Identifica la minaccia, la insegue e la neutralizza. Dritti al bersaglio».
Insomma, un’ammissione spudorata di crimini di guerra, propagandati per celebrare e promuovere la letalità e l’efficienza delle proprie armi. Venduti come «testati in battaglia», i missili Spike sono stati ampiamente utilizzati dall’esercito israeliano sia nei conflitti passati sia nel corso della guerra a Gaza. Le varianti a corto raggio e medio raggio sono parte della dotazione standard dei soldati israeliani e vengono usate frequentemente all’interno del tessuto urbano di Gaza.
Uno degli episodi più noti in cui è emerso l’uso dello Spike riguarda l’attacco a un convoglio umanitario della ONG World Central Kitchen a Gaza, costato la vita a 7 operatori umanitari, il 1° aprile 2024. I tre veicoli (chiaramente contrassegnati) sono stati centrati in rapida successione da missili Spike lanciati da un drone Hermes 450.

Oltre allo Spike, integrato nella dotazione delle nostre forze armate c’è anche il Drone Dome, sempre della società Rafael, acquisito nel 2019 e impiegato in teatro operativo kosovaro dal 2020 al 2022. Attualmente è ancora in uso all’esercito italiano. È «progettato per rilevare, identificare e neutralizzare micro e mini droni in qualsiasi condizione meteorologica».
Poi ci sono i sistemi d’arma «Lizard» e «Lizard Plus», prodotti dall’azienda israeliana Elbit Systems e in dotazione all’Aeronautica Militare Italiana. I primi kit Lizard sono stati acquisiti dal Ministero della Difesa italiano nel 2001, per equipaggiare i caccia.
Questi kit convertono le bombe tradizionali a caduta libera (come le Mk82) in ordigni «intelligenti» a guida laser. Negli ultimi anni, la fornitura e il supporto logistico sono continuati, con «purchase order» negli anni 2020, 2023 e 2024 attraverso i quali il ministero della Difesa italiano ha affidato direttamente all’azienda israeliana manutenzione e aggiornamento.
Nel «purchase order» del 2024 viene certificata nero su bianco la dipendenza italiana dalla tecnologia israeliana: «Il supporto al sistema d’arma Lizard è da considerarsi infungibile [insostituibile, ndr] in quanto è l’unico kit di guida di precisione attualmente impiegabile dal velivolo Tornado per l’utilizzo dei corpi bomba MK82 da 500lbs nella “Configurazione Aeromobile” autorizzata; il servizio in titolo può essere soddisfatto solo da Elbit Systems Land Ltd in quanto è progettista e costruttore del bene richiesto e detiene i diritti di proprietà industriale ed intellettuale, (…) dispone delle attrezzature, delle parti di ricambio e del “know how” specifico necessario per le attività di supporto tecnico-logistico e del personale altamente qualificato ed addestrato per eseguire le prestazioni richieste come verificato nel caso di precedenti contratti». Anche «i materiali da impiegare» sono considerati «insostituibili».
Dagli aerei spia ai satelliti

Ma non è finita, perché il ministero della Difesa italiano utilizza anche tecnologie avanzate fornite da Elta Systems, una filiale della società israeliana Israel Aerospace Industries (IAI).
Gli aerei militari spia dell’Aeronautica, cosiddetti G-550 CAEW (Gulfstream G550 Conformal Airborne Early Warning), sono equipaggiati con i radar a scansione elettronica israeliani (Elta EL/W-2085) per il controllo e la sorveglianza dello spazio aereo. I contratti prevedono l’integrazione di suite di sorveglianza, comando, controllo e comunicazioni (C4ISR) e di guerra elettronica.
Nel maggio 2025, mentre l’esercito israeliano continuava a bombardare la Striscia di Gaza e affamava la popolazione sopravvissuta, il Parlamento italiano approvava l’ennesimo schema di decreto ministeriale (SMD 19/2024) per la «progressiva implementazione di suite operative multi-missione multi-sensore (MMMS) su piattaforma condivisa Gulfstream G550».
Quello approvato nel 2025 è solo la terza fase di un progetto pluriennale ben più ampio, che prevede la trasformazione di undici jet civili Gulfstream G550 in aerei spia con assetto militare, grazie alla tecnologia israeliana. Il costo complessivo è di oltre tre miliardi, che finiscono nelle casse della Elta Systems. Le stesse tecnologie usate dall’esercito israeliano e testate sulla popolazione palestinese, in spregio delle convenzioni internazionali sui diritti dei civili.
Gli aerei spia, in dotazione all’Aeronautica Militare, hanno come sede la base militare di Pratica di Mare (RM), che si sta ampliando con nuovi hangar, palazzine e connettività satellitare, per dare supporto logistico alla flotta degli undici aerei spia: la cosiddetta Cittadella Istar.
IAI ha prodotto anche il satellite militare ottico Optsat 3000, venduto al Ministero della Difesa italiano e lanciato in orbita nel 2017. Questo acquisto faceva parte di un reciproco accordo bilaterale di scambio iniziato nel 2011: mentre l’Italia acquistava due aerei G-550 CAEW e il satellite Optsat 3000, Israele acquistava i 30 M-346 (velivoli da addestramento) della Aermacchi (ora Leonardo).
Optsat invia tuttora immagini poi processate e analizzate dai centri di Telespazio (Leonardo e Thales). Visto il previsto fine vita tecnico del sistema satellitare, a marzo 2025 il Parlamento ha approvato l’aggiornamento del nuovo programma pluriennale (SMD 41/2025), che avrà termine solo nel 2029, finalizzato all’acquisizione di un sistema satellitare ottico di terza generazione. «Tale Sistema sarà composto da 2 satelliti con payload ottico ad altissima risoluzione e con prestazioni superiori all’assetto attualmente in operazione».
Non è chiaro chi abbia effettivamente ricevuto il nuovo contratto, né chi costruirà il satellite, perché gli atti parlamentari pubblici non lo rendono esplicito e il programma è secretato, circostanza che limita la trasparenza sui dettagli contrattuali. È comunque probabile che si ricorra agli stessi contraenti e costruttori degli anni passati.
Ad ogni modo, l’onere finanziario aggiornato è di 640 milioni di euro, di cui 500 milioni per l’acquisizione dei satelliti, 90 milioni per i lanci e 50 milioni per l’adeguamento ai requisiti di sicurezza.
Come precisato dalla Difesa, «il dominio spaziale è di grande interesse in quanto in grado di aumentare l’efficacia dello strumento militare e al contempo, di dare supporto, con valutazioni autonome, al vertice politico». Insomma, dal dominio terrestre a quello aereo, a quello spaziale fino al mare, le tecnologie israeliane sono ovunque. Nel 2024 anche la Marina aveva concluso un accordo, poi ritirato, con IAI per la fornitura di sottomarini BlueWhale.
Droni kamikaze e ricerca militare

Nel campo dei droni killer la collaborazione tra Italia e Israele è strettissima. Dal 2021 UVision e Rheinmetall hanno sottoscritto un accordo strategico per portare la famiglia HERO sul mercato europeo. RWM Italia assume il ruolo di assemblaggio, vendita, supporto post-vendita e ricerca e sviluppo negli stabilimenti sardi di Musei e Domusnovas.
I droni Hero sono detti tecnicamente «loitering munitions» (munizioni vaganti), cioè munizioni che inseguono il bersaglio, «progettati per la ricognizione, il tracciamento e l’ingaggio autonomo di bersagli», come si legge nel sito UVision, «possono sorvolare l’area obiettivo per lungo tempo, identificare il target e colpirlo».
UVision li pubblicizza come ‘combat-proven’, cioè testati sul campo. Una vasta indagine giornalistica coordinata da Forbidden Stories (a cui partecipano testate come Le Monde, Bellingcat e +972 Magazine) ha analizzato innumerevoli casi di civili e giornalisti colpiti proprio da droni e munizioni vaganti di questo tipo.
In Italia i droni Hero 30 sono in uso alle Forze Speciali (in particolare al 9° Reggimento d’Assalto «Col Moschin» e al G.O.I. della Marina). Un primo acquisto era stato fatto direttamente nel 2021, dallo Stato Maggiore della Difesa, non solo acquistando droni kamikaze ma anche pacchetti addestrativi per i militari italiani da svolgersi in Israele, presso la sede UVision, a Tzur Igal, sul confine con la Cisgiordania occupata. Il costo complessivo del programma è stato di 3,8 milioni di euro (Senato – 18 ottobre 2021).
Infine, la cooperazione militare tra il Ministero della Difesa italiano e Israele continua anche nel campo della ricerca. Tra i progetti più significativi e in corso c’è PaSwing (2024-2027), tra il CNR-ISSMC (Consiglio nazionale delle ricerche, Istituto di scienza, tecnologia e sostenibilità per lo sviluppo dei materiali ceramici) di Faenza (RA) e il Ministero della Difesa di Israele, incentrato sullo sviluppo e sulla sperimentazione di materiali ceramici avanzati destinati ad applicazioni nel settore della difesa terrestre.
«Acquistare tecnologia militare da Israele e collaborare a progetti congiunti costituisce una forma di sostegno economico, materiale e simbolico a uno Stato che continua a calpestare il diritto internazionale e può essere considerato a livello penale come forma di complicità con il genocidio e i gravi crimini sotto indagine alla Corte di Giustizia Internazionale (CGI) e alla Corte Penale. Il parere legale della CGI del 2024 è molto chiaro: Israele va messo sotto embargo militare, e gli Stati terzi non devono ‘aiutare o assistere’ a mantenere l’occupazione illegale israeliana», ci spiega Nicola Perugini, professore associato di Relazioni Internazionali presso l’Università di Edimburgo.
Linda Maggiori
Giornalista indipendente, si occupa di temi relativi ad ambiente, traffico di armi, impatto ambientale dell’economia di guerra. Ha scritto numerosi libri. È attivista nei movimenti per l’ambiente, per i diritti umani e antimilitaristi.
