Palestina, l’esercito di bandiere che ruba terra e orizzonte

Dal blog https://pagineesteri.it/

Eliana Riva 22/10/2026

Migliaia di vessilli israeliani invadono le strade, circondano negozi e delimitano pascoli palestinesi. È la “guerra per la coscienza” dei coloni: un progetto sostenuto dalle istituzioni degli insediamenti per intimidire la popolazione e affermare il possesso del territorio.

Migliaia di soldatini di cartapesta, intoccabili e sfrontati come i coloni, invadono la Cisgiordania palestinese occupata. Sono le bandiere israeliane, dritte e impettite, piantate una dopo l’altra a pretendere il possesso di strade, villaggi, case, pietre palestinesi. Si assembrano all’esterno dei negozi, diventano decine la notte, a bloccarne la vista e l’ingresso. È anche questa la «giudaizzazione» rivendicata dal ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich, promossa in Cisgiordania, a Gaza e anche nei confini israeliani a danno dei cittadini arabi.

I soldatini israeliani hanno invaso la Route 60, la principale arteria stradale che collega il nord e il sud della Cisgiordania, perché «gli arabi devono capire chi sono i padroni». Non li chiamano neanche palestinesi, ma se provassero a piantare o a mostrare la propria bandiera verrebbero arrestati. Ce ne erano già a centinaia di vessilli israeliani in Palestina, soprattutto all’ingresso degli insediamenti – illegali per il diritto internazionale – e sulle strade a uso esclusivo dei coloni.

Poi è accaduto che a un ragazzino di 19 anni di nome Eyal Spiegel – quello che ha dichiarato che gli arabi devono capire che è lui il padrone – sia venuto in mente di impestare le strade con migliaia di bandiere, raccogliere soldi e chiamare a raccolta volontari che nottetempo avrebbero coperto 60 chilometri di percorso.

Almeno questa è la storia che racconta la stampa di Tel Aviv. Ma come spiega bene il giornale israeliano Davar, è impossibile limitare la responsabilità a un singolo settore o a un gruppo marginale: «è una violenza grave e arbitraria, è una realtà che lo Stato e la società in Israele consentono, e che richiede un rimedio».

Il giornalista David Tversky sottolinea che la bandiera non è un simbolo religioso o l’emblema di un gruppo, di un partito, ma dell’intero Paese e del suo popolo: «Le bandiere israeliane che appaiono numerose in queste zone di violenza dimostrano che prima di essere religiosa o settaria, questa è un’ingiustizia nazionale.

I cittadini israeliani stanno danneggiando le persone indifese in territorio sotto il controllo israeliano, sotto i simboli dello Stato, in prossimità delle forze di sicurezza, e talvolta anche con la loro partecipazione attiva».

Il 19enne Eyal Spiegel è un colono dell’insediamento di Ariel, alunno di un istituto religioso ebraico, e ha affermato di essere stato ispirato, nella sua opera, dalla vista di una bandiera palestinese (nella Palestina occupata). Quel simbolo lo ha fatto «molto arrabbiare» e lo studente ha lanciato una sorta di raccolta fondi che ha visto l’immediata partecipazione di diverse formazioni israeliane e del «Consiglio regionale degli insediamenti di Binyamin», presieduto dall’estremista Israel Ganz.

«Tutta questa è casa mia – ha dichiarato Spiegel alle telecamere – Non c’è differenza tra qui e Tel Aviv». Nelle varie interviste, il ragazzo ha anche sottolineato che le bandiere avrebbero dovuto dare sicurezza ai coloni israeliani e, al contrario, far sentire i palestinesi insicuri, impauriti.

È la cosiddetta «guerra per la coscienza» (in ebraico milchama al ha-toda’a), un’espressione utilizzata in Israele per descrivere una forma di guerra psicologica e simbolica con lo scopo di modificare la percezione della realtà degli israeliani e della popolazione palestinese, fino a indurre quest’ultima ad accettare determinati rapporti di potere come naturali o inevitabili.

È un’espressione che appartiene a un lessico politico-militare israeliano consolidatosi soprattutto durante la Seconda Intifada, all’inizio degli anni Duemila. Secondo Spiegel, l’installazione delle bandiere serve a due obiettivi. Il primo, modificare la percezione degli israeliani: fare in modo che i coloni considerino le strade e il paesaggio della Cisgiordania come uno spazio israeliano, non semplicemente come un territorio che attraversano.

Il secondo, modificare la percezione dei palestinesi: affermare visivamente il predominio israeliano, disseminando il loro territorio di simboli nazionali. Spiegel sostiene che le bandiere gli consentano di percepire le strade come «un posto nostro», uno «spazio ebraico».

La «guerra per la coscienza» affonda le sue radici nella strategia dei «cuori e delle menti», sviluppata dai britannici durante la rivolta anticoloniale in Malesia, tra il 1948 e il 1960. A ricostruirne l’origine è lo stesso esercito israeliano, che individua nella repressione della guerriglia comunista malese una tappa fondamentale dello sviluppo delle moderne tecniche di guerra psicologica.

L’obiettivo dichiarato dei britannici era conquistare il consenso della popolazione e sottrarre sostegno agli insorti. Ma quella vittoria coloniale fu ottenuta attraverso gravi violazioni dei diritti umani: trasferimenti forzati di circa mezzo milione di persone, arresti di massa, detenzioni senza processo, punizioni collettive e restrizioni alimentari utilizzate per piegare alla fame intere comunità.

In ogni caso, Moshe Ya’alon, capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano dal 2002 al 2005, cominciò ad utilizzare l’espressione tzrivat ha-toda’a, «imprimere a fuoco nella coscienza», per indicare l’obiettivo di convincere i palestinesi che la resistenza armata non avrebbe mai potuto sconfiggere Israele – un obiettivo che, dati i fatti, non è stato raggiunto.

Nel 2005 l’esercito istituì il cosiddetto «Centro per le operazioni sulla coscienza», incaricato di elaborare strategie per condizionare le percezioni e i comportamenti della popolazione. Una dottrina approfondita anche dall’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, secondo cui il controllo del territorio passa anche attraverso la capacità di imporre una determinata rappresentazione della realtà e dei rapporti di forza.

La violenza visiva di un lunghissimo serpente di bandiere occupanti che attraversa un territorio occupato è difficile da descrivere a parole. Dal finestrino si susseguono così ravvicinate da sembrare i fotogrammi di una pellicola in movimento, un’immagine che si ripete per chilometri senza concedere tregua allo sguardo.

Migliaia di palestinesi, taxisti, commercianti, contadini, allevatori, che provengono dai campi profughi del sud e del nord, o dai villaggi assediati dalle colonie, dalle città sotto raid dell’esercito, sono costretti ogni giorno ad assistere all’infinita sfilata delle bandiere, a passarci in mezzo, senza poterne toccare neanche una, pena l’arresto. Chi possiede un chiosco, un bar o una casa lungo la strada deve sopportarne ancora di più. Il caso più eclatante è quello di al-Lubban al-Sharqiya, dove i coloni hanno circondato con decine di bandiere israeliane un piccolo chiosco palestinese, nascondendolo alla vista degli automobilisti e ostacolandone l’ingresso.

Un’azione intimidatoria che il promotore della campagna, Eyal Spiegel, ha giustificato come ritorsione per la precedente rimozione di alcune bandiere. Il proprietario del negozio, Mueyyid Hussein, già vittima di ripetuti attacchi dei coloni, ha raccontato di non avere più clienti, perché non vedono il suo chiosco o perché sono spaventati dalle bandiere. Se dovesse chiudere, quell’area potrebbe essere occupata dagli israeliani.

È così che funziona il Risiko dei coloni: si piantano i soldatini, si delimita una casella e si impedisce ai palestinesi di entrarci. Poi quella casella diventa terra israeliana. A Dadia, ad esempio, nella Valle del Giordano, le bandiere sono state portate dagli israeliani del piccolo avamposto vicino fin sopra i pascoli che appartengono da generazioni alla famiglia palestinese Basharat.

I coloni le utilizzano come fossero un confine unilateralmente stabilito e, se anche solo una pecora le oltrepassa, chiamano l’esercito, che arriva in pochi minuti. I pastori hanno raccontato che in quel caso seguono fermi, arresti o aggressioni tutti e solo a danno della famiglia palestinese, che in questo modo viene progressivamente privata dei suoi terreni e rinchiusa in un recinto immaginario.

Con una semplice bandiera, che nelle mani di Israele diventa strumento di violenza, occupazione, confinamento, pulizia etnica. Ed è tutto questo che scorre davanti agli occhi di chi attraversa la Palestina, guardando dal finestrino una bandiera dopo l’altra. Pagine Esteri

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