Note a margine sulle manifestazioni

Milano ama le periferie finché restano al loro posto.

Le invita ai dibattiti sull’inclusione, le racconta nei festival, ci organizza qualche visita elettorale. Ma quando arrivano in centro e spaccano le vetrine, il dibattito è già concluso: delinquenti, maranza, lumpen e via indignandosi. La sociologia può accomodarsi fuori, adesso parlano le persone serie e ammodo.
Negli scontri di questi giorni emerge una presenza di giovanissimi delle periferie e dell’hinterland, molti minorenni, accanto a ragazzi già politicizzati. Una composizione diversa da quella che permette di archiviare tutto sotto la rassicurante etichetta dei “soliti antagonisti”. È questa rabbia che mi interessa capire.

Anche nella sua parte scomposta e sgradevole, incapace di spiegarsi con un comunicato che piaccia al ceto riflessivo. Forse “prepolitica” è una parola utile, purché serva a riconoscere una domanda ancora confusa, anziché a dichiararla indegna di ascolto.
Non mi aspetto che un quindicenne sappia tradurre la propria umiliazione in una proposta di politica economica. Mi aspetto qualcosa di più dagli adulti che amministrano la città e commentano ogni cosa: almeno la fatica di domandarsi, senza isterismi e facili indignazioni, che cosa stia succedendo.
Invece arriva il borghese illuminato.

Quello che ama gli ultimi, purché si esprimano con la compostezza dei penultimi e ringrazino per l’attenzione.

Davanti a una rabbia che non gli somiglia diventa improvvisamente un esperto di fermezza. Aveva preparato un incontro sul disagio giovanile, gli hanno rovinato il catering.
La questione di classe ricompare anche qui.

Nel diritto di sentirsi a casa propria in una città, nella possibilità di abitarla invece di attraversarla guardando ciò che appartiene agli altri. Nella distanza fra chi può sbagliare adolescenza contando sul portafogli di papino e chi rischia di restare per sempre identificato con il proprio errore.
Questo non trasforma un saccheggio in un gesto rivoluzionario. Chi ruba un paio di scarpe può desiderare esattamente gli stessi simboli di successo che la città gli sbatte in faccia ogni giorno. Anche questo dovrebbe interessarci: l’esclusione può produrre una fame feroce di appartenenza al mondo che ti esclude.

La rabbia contiene contraddizioni, può diventare sopraffazione e colpire chi ha ancora meno difese.
Aggredire una persona resta grave, e chi subisce un danno ha diritto a essere tutelato. Ma io rifiuto il ricatto per cui, pronunciata la condanna, dovrei smettere di pensare. Comprendere le cause è il primo passo per impedire che questa rabbia continui a esplodere.

L’indignazione automatica, invece, offre soprattutto una gratificazione a chi la esibisce.
Ai reazionari basta la repressione. Dai progressisti pretenderei almeno una domanda sulle condizioni che rendano possibile questa esplosione.

Se la risposta è soltanto “sono criminali”, fra una destra dichiarata e una sinistra perbene resta solo una differenza di arredamento e di bon ton.
Una sinistra capace di parlare soltanto con chi possiede già il suo linguaggio finirà per rappresentare un ceto che si riconosce dalla buona educazione. Fuori continueranno a crescere ragazzi che nessuno ascolta, finché il rumore di una vetrina infranta li renderà finalmente udibili.

Roberto Melone

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