La nuova generazione tarantina

Dal blog https://jacobinitalia.it/l

Raffaele Cataldi 24 Ottobre 2026

Dopo anni di soldi pubblici spesi senza che il privato rispettasse i patti, è arrivato il momento di bonificare l’ex Ilva e tutelare lavoratori e lavoratrici. Lo chiede in corteo «L’onda del futuro»

«Taranto libera!». Questo il grido di dolore della manifestazione organizzata da un gruppo di associazioni lo scorso 17 ottobre. Un grido che ha fatto rumore e che ha portato in piazza almeno 15.000 persone, nonostante il boicottaggio di tutti i media nazionali. Libera dagli oppressori. Libera da chi dice di pensare al futuro dei giovani del paese e poi legifera affinché i giovani scappino dall’Italia.

Taranto è una città da cui si scappa. Non per scelta, ma perché chi siede ai tavoli decisionali in tutti questi anni della vertenza Ilva ha prodotto solo decreti che hanno allungato l’agonia di una fabbrica che doveva chiudere già nel 2012, quando la giudice Todisco ordinò il sequestro delle aree a caldo dello stabilimento perché nocive per i lavoratori e le lavoratrici e per i cittadini e le cittadine. Quel grido era rivolto anche chi, nel movimento sindacale, si ostina a difendere la continuità produttiva, chiedendo che gradualmente la produzione possa passare a forni elettrici alimentati con il preridotto prodotto nei forni Dri (Direct Reduced Iron), nonostante sia noto quanto pericoloso per la salute umana continuare a produrre a carbone durante il tempo necessario (almeno 10 anni) per una tale trasformazione graduale.

Io sono un cassaintegrato della fabbrica a zero ore dal 2018. Già in precedenza però, nonostante l’azienda guidata allora dai Riva tra il 2008 e il 2009 si apprestasse a fare record di produzione, gli operai di alcuni reparti dell’area a freddo dell’Ilva di Taranto – principalmente tubificio e rivestimento tubi, ossia la stessa area che oggi tutti dicono che debba continuare a produrre – chiudeva e gli operai di quei reparti erano posti in cassaintegrazione. Alcuni di questi operai da allora non sono mai più rientrati in fabbrica.

Io sono stato più fortunato, avevo chiesto lo spostamento di reparto per altri motivi come ho raccontato nel libro Malesangue. Sono un operaio che è stato spostato in un reparto dell’area a caldo mentre i padroni facevano i soldi e a noi abbassavano il salario.

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La mia è una voce di chi oltre a sapere cosa significa essere un cassaintegrato può testimoniare anche cosa vuol dire beneficiare dei «contratti di solidarietà», ammortizzatore sociale che solitamente dovrebbe essere applicato in aziende con numeri modesti, dove è possibile fare una rotazione tra lavoratori e lavoratrici. Il concetto di fondo di questo ammortizzatore sarebbe «lavorare meno per lavorare tutti». Mi chiedo e vi chiedo, questo concetto è stato rispettato in Ilva dal 2014? Realmente tutti i lavoratori e le lavoratrici si sono alternati alla stessa maniera? E i capi questa rotazione l’hanno fatta? Non mi pare proprio. Anzi sono certo che non ci siamo alternati in modo equo, anche perché un’azienda come l’Ilva, grande due volte e mezzo la città di Taranto e con al suo interno tanti reparti uno diverso dall’altro, dove il rischio di farsi male è sempre in agguato e dove ci sono stati 11 morti sul posto di lavoro dal 2012 a oggi, questa rotazione equa è quasi impossibile.

Il mancato rispetto di questo principio la dice lunga su come negli ultimi vent’anni è stata gestita la vertenza tarantina. I soldi pubblici sperperati per i contratti di solidarietà potevano essere utilizzati per aziende più piccole, dove davvero la rotazione poteva essere applicata. Tutta la vicenda Ilva del resto ha prodotto aspettative e accordi mai rispettati fino in fondo, basti pensare all’accordo del 2018 che prevedeva il reintegro in fabbrica degli operai Ilva in Amministrazione straordinaria, di cui io faccio parte. Un reintegro che da contratto doveva avvenire tra il 2023 e il 2025 mentre ancora oggi io non conosco il mio futuro, non so di che morte devo morire. Nessuno ci sa dare spiegazioni né informazioni. Quello di cui io sono sicuro è che, in ogni caso, sono un esubero.

Anche se la fabbrica dovesse continuare a produrre a ciclo integrale infatti, con una produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio, io operaio Ilva in As sarei comunque un esubero, così come lo sarebbero anche altri 2-3.000 operai di Acciaierie Italia, visto che per essere economicamente sostenibile il parametro che si dovrebbe rispettare tra produzione e forza lavoro impiegata è 1 milione di tonnellate di acciaio prodotto ogni 1.000 operai. Con 6 milioni di tonnellate prodotte servono quindi 6.000 operai.

Se la produzione da ciclo integrale dovesse invece trasformarsi in «decarbonizzata», con forni Dri e forni elettrici, questa trasformazione degli impianti – sempre che sia davvero tecnicamente possibile, cosa che dubito – potrebbe avvenire non prima di 10 anni. Ancora però non è dato sapere chi sarebbe in grado di garantire l’investimento economico necessario per questo cambio di tecnologia, né dove sono i progetti. In realtà al momento non esiste né un piano industriale né un piano ambientale.

Sicuramente però, se la produzione si dovesse trasformare con una nuova area a caldo con forni elettrici, io sarei comunque un esubero visto che da studi fatti risulta che il personale di cui questi impianti hanno bisogno è nettamente inferiore, ossia servirebbe un terzo della forza lavoro attuale, e allo stesso tempo si inquinerebbe di meno ma non si eliminerebbe il problema inquinamento che uccide i cittadini di Taranto e i suoi operai. Alla fine in questo modo la città morirebbe definitivamente sia a livello sanitario che a livello socioeconomico.

La «monocultura dell’acciaio» imposta a Taranto se negli anni Settanta e Ottanta ha effettivamente portato benessere ha poi prodotto il suo contrario: Taranto è sempre più spesso agli ultimi posti nelle graduatorie sulla qualità della vita. Per questo insistere su questa monocultura, anche se con termini come ambientalizzazione, decarbonizzazione e idrogeno, è un’ostinazione della maggioranza delle forze politiche e sindacali ma a cui non credono più nemmeno i padroni. Nessun acquirente si è fatto avanti e sono dieci anni che l’attività produttiva va avanti solo grazie a decreti e rinnovi delle prescrizioni ambientali.

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Nella realtà quindi, la decarbonizzazione non risolverebbe il problema dell’occupazione perché gli esuberi sarebbero comunque tanti, così come non risolverebbe fino in fondo la questione sanitaria. Per questo la grande manifestazione del 17 ottobre ha chiesto la bonifica della fabbrica a carico dello Stato. Secondo il principio europeo di «chi inquina paga», infatti, chi ha inquinato le nostre terre, il nostro mare e la nostra aria è lo Stato. Dal 1961 al 1995 in modo diretto con l’Italsider, di proprietà dell’Iri, poi con i vari Commissari e con gli aiuti di vario tipo agli imprenditori privati.

Del resto solo se le bonifiche le fa lo Stato, formando gli operai diretti e dell’indotto dell’Iva, avremo la garanzia che siano realmente eseguite. Abbiamo i migliori carpentieri del mondo per poter smantellare gli impianti, abbiamo i gruisti, i meccanici, i saldatori, i tecnici: tutta la forza lavoro necessaria. Solo se lo Stato si fa carico delle bonifiche io forse non sarò più un peso per la società e rientrerò nel mondo del lavoro.

Dall’aprile 2024 il Comitato Cittadini Lavoratori Liberi e Pensanti, di cui faccio parte, l’Associazione Genitori Tarantini, il sindacato Lavoratori Metalmeccanici Organizzati (Lmo) e Tracce hanno dato vita a un nuovo soggetto: «L’onda del futuro». Un soggetto nato per ricompattare le realtà associative che, al di fuori della politica partitica, hanno continuato a lottare per la chiusura dello stabilimento e perché nessun lavoratore e nessuna lavoratrice di quella fabbrica perda il reddito. Abbiamo cercato, con la manifestazione del 17 ottobre, di riavvolgere il nastro che nel 2012 era riuscito a portare in piazza 30mila persone, con uno striscione a testa del corteo dove c’era scritto «Taranto libera». Questa volta lo striscione di apertura recitava: «Ci avete tolto tanto, ci prenderemo tutto».

I giovani di Taranto vogliono decidere il proprio futuro, riprendersi la libertà in una città colonizzata dalla fabbrica della morte ma anche da Eni, Marina militare e discariche di ogni tipo. La sentenza della Corte d’Appello che ha definito i 90 giorni per lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo e i ricorsi intentati dai commissari hanno impresso l’urgenza di rendere chiara la posizione delle realtà che in città si battono da anni per far prevalere il diritto alla salute sul profitto di una fabbrica mortale.

Il nostro obiettivo è smontare la narrazione mainstream, mostrare l’assoluta solidarietà verso ogni lavoratore e lavoratrice della fabbrica, dell’indotto, di tutte le categorie penalizzate, fino alle migliaia di disoccupate e precari che a Taranto devono scegliere se morire di fame o di lavoro, se restare o partire, se riprodursi o rassegnarsi a un’aridità imposta per il profitto altrui.

Nella settimana che ha preceduto il corteo invece si è perpetrato l’ennesimo abuso su tutte e tutti noi, esasperando la strategia della contrapposizione per far scoppiare una guerra sociale vera e propria: operai contro operai, operai contro cittadini e viceversa. Purtroppo a enfatizzare la crisi sociale come esito della probabilissima chiusura della fabbrica non sono stati solo i commissari, che lavorano per atti amministrativi e intese con il governo, ma anche le principali forze sindacali, che mi hanno anche impedito di prendere la parola per spiegare le nostre ragioni nell’assemblea di operai convocata davanti alla fabbrica.

Nonostante ciò, la manifestazione del 17 ottobre ha trovato un’enorme risposta dalla comunità tarantina e tanta vicinanza dalle lotte, vicine e lontane, che in presenza o con una marea di messaggi hanno reso pubblica la loro solidarietà alla città in corteo. Taranto è stanca, ha già dato tanto, merita di essere risarcita.

Come ribadito nel documento politico della manifestazione, la classe operaia e la cittadinanza sono unite: non si possono abbandonare i lavoratori dopo averli sfruttati, così come non si possono giustificare produzioni nocive per la salute umana in nome del lavoro. Se il lavoro deve essere dignitoso come ci raccontano, devono rispondere alla domanda che noi ci poniamo da anni: quanto è dignitoso un lavoro che uccide i lavoratori e i loro familiari?

Sabato 17 ottobre Taranto è stata un fiume in piena. Questa è stata la risposta che aspettavamo con trepidazione e finalmente è arrivata. Dritta al cuore.

C’era gente ovunque, con gli sguardi pieni di fiducia che incrociavano quelli di bambine e bambini, tantissime ragazze e ragazzi, tante compagne e compagni che avevano sfilato con noi nel 2012. È la nuova generazione tarantina che sa cosa vuole per gli anni a venire, che ha gli occhi aperti su un passato di cui non ha colpa e lo sguardo rivolto al futuro che vogliono costruire. Ce lo hanno raccontato in tanti modi, cartelloni, striscioni, poesie, disegni e musica. Una girandola di colori a cui Taranto ha tributato uno dei suoi tramonti meravigliosi.

*Raffaele Cataldi, nato a Taranto nel 1971, è un operaio dell’Ilva dal 1997, un allenatore di portieri di calcio e un ultras della squadra della sua città. È stato un militante sindacale della Fiom per poi fondare, insieme ad altri, il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. È autore di Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto (Alegre, 2025

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