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27/10/26 di monica frassoni
A quattro anni dal suo insediamento, un bilancio sulle politiche e la strategia del governo Meloni in materia di clima, ambiente ed energia. E un invito alle opposizioni a presentarsi con proposte radicalmente alternative.
Per anni la destra che oggi governa l’Italia ha trattato la crisi climatica come la fissazione di qualcun altro: un’ideologia da salotto, un capriccio di Bruxelles, un conto assurdo da far pagare a chi lavora, una “follia”. Il negazionismo climatico è diventato più discreto quando l’evidenza dei suoi effetti si è fatta ingombrante, ma è rimasto qualcosa di insidioso: la convinzione che il problema non sia davvero un problema, che il clima sia una scocciatura sulla quale non serva agire e che convenga solo “comprare” tempo.
Ne discende una strategia precisa: frenare le regole europee, difendere le rendite fossili, rinviare.
Lo si è visto di recente nella trattativa sul bilancio europeo 2028-2034, dove l’Italia guida la spinta a indebolire il principio che vieta di spendere fondi comuni in attività dannose per l’ambiente, chiedendo che basti rispettare la normativa vigente per esserne esentati. I 27 lo hanno mantenuto a fine giugno con l’astensione di Roma, e la Commissione prepara linee guida con eccezioni: il denaro pubblico che non deve fare danni rischia di diventare un optional da anime belle.
Nello stesso negoziato il ministro Foti ha chiesto di separare lo Stato di diritto dall’accesso ai fondi: il negazionismo climatico va di pari passo con la disattenzione a diritti e democrazia, nell’idea dell’Unione europea come bancomat senza regole né condizioni.
L’energia
Per capire questa linea bisogna guardare a chi pesa sulle decisioni del governo. Lo Stato è il primo azionista di Eni ed Enel, e le scelte che difende coincidono con gli interessi di quelle aziende e dei loro azionisti, quando dovrebbe valere il contrario: più gas, più infrastrutture per il gas, più tempo per il carbone.
Così la decarbonizzazione rallenta, e imprese e famiglie continuano a pagare bollette alte e a respirare aria inquinata, mentre per molti la povertà si somma al degrado ambientale.
Il gas è il centro di tutto. Produce ancora quasi metà dell’elettricità italiana e, invece di ridurlo, si costruiscono nuove condotte: Snam, che gestisce la rete del gas, porta avanti la Linea Adriatica, oltre 2 miliardi in tubi per far arrivare più gas dal sud al nord, e ha un piano da 14 miliardi per fare dell’Italia il grande snodo del gas europeo: un’ambizione difficile da spiegare mentre i consumi calano ovunque, Italia compresa.
E a pagare questi investimenti, rigassificatori di Piombino e Ravenna inclusi, sono le nostre bollette.
Lo stesso approccio guida il Piano Mattei per l’Africa, dove la diplomazia segue le esigenze dell’Eni: 3 dei suoi 5,5 miliardi vengono dal Fondo italiano per il clima, che ha dato 75 milioni di dollari a Eni Kenya per la produzione di biocarburanti, al centro di un’inchiesta giornalistica su agricoltori spinti a cambiare coltura e poi abbandonati.
Il carbone, che doveva chiudere nel 2025, resta in riserva fino al 2038, e le due centrali Enel ferme, Brindisi e Civitavecchia, costano allo Stato 70-78 milioni l’anno e ovviamente non sarà avviata nessuna bonifica.
Anche davanti al rincaro dei carburanti il governo evita di toccare i grandi gruppi. L’Italia chiede all’Europa un quadro comune di tassazione degli “extraprofitti” fossili, la Commissione risponde che ogni Paese può farlo da sé, ma Palazzo Chigi preferisce negoziare con ENI e altre imprese un minisconto provvisorio che costerà circa 100 milioni di euro a ENI di fronte a profitti che superano il miliardo.
Confindustria, da parte sua, ha chiesto di sospendere il mercato europeo del carbonio (ETS), quello in cui alcune imprese pagano per ogni tonnellata di CO2 emessa e che è il più importante strumento di mercato della politica climatica europea. Ma non è l’ETS a far salire le bollette: a pesare sul prezzo dell’energia è il gas, non il costo della CO2: e su questo Bruxelles non c’entra, ma il governo non vuole agire.
Media e social non hanno aiutato un dibattito sano, anzi. L’emergenza clima entra nei telegiornali con l’alluvione o il gran caldo, quasi mai con un ragionamento sulle soluzioni. Secondo il rapporto di Greenpeace e dell’Osservatorio di Pavia, nei sette principali telegiornali serali di Rai, Mediaset e La7 le notizie sul clima sono calate del 53% tra il 2022 e il 2025, e solo il 2% parla dei problemi legati alla dipendenza dai combustibili fossili.
Il quadro proprietario aiuta a capire il silenzio: l’agenzia AGI è di Eni, che nel 2024 rinunciò a venderla ad Antonio Angelucci, che è un deputato leghista ed editore di Il Giornale, Il Tempo e Libero; Repubblica è passata nel marzo 2026 al gruppo greco Antenna; Il Sole 24 Ore è il giornale di Confindustria, dove ENI, ENEL, Leonardo e Fincantieri danno la linea.
Non è la prova di una linea editoriale concordata; ma è comprensibile che il clima e i vantaggi delle politiche verdi trovino poco spazio.
Le scelte strategiche del governo sono tutte coerenti con questa impostazione culturale e questi condizionamenti economici e di “potere”. Un caso emblematico è la recente svolta nuclearista: è evidente che il nucleare non aiuterà in nulla a ridurre le bollette o a affrontare caldo e alluvioni ora e nei prossimi anni. Peraltro finora sono stati stanziati pochi spiccioli rispetto a quel che servirebbe, anche per ragioni di propaganda.
La legge delega 169/2026 approvata qualche giorno fa non indica né siti né tecnologie certe e sul fronte europeo l’Alleanza per i piccoli reattori modulari seleziona progetti ma non ha una dotazione propria: insomma, nessuno, né Roma né Bruxelles, ha messo per fortuna sul piatto i soldi che servirebbero.
È difficile credere che il governo pensi davvero di avere reattori modulari funzionanti entro il 2035, dato che non sono ancora operativi da nessuna parte a scala utile e costi sostenibili: il gioco perciò è un altro: prolungare il più possibile la dipendenza dal gas in attesa della soluzione-miracolo del nucleare, che forse non arriverà mai, ma in fondo non importa.
Allo stesso tempo, si continua a ripetere che rinnovabili ed efficienza sono ancora soluzioni marginali e a inizio legislatura il governo non ha raccolto l’offerta di Elettricità Futura, l’associazione dei produttori, di investire 85 miliardi per installare 60 gigawatt in tre anni.
Il fotovoltaico a terra è vietato su gran parte dei suoli agricoli, il decreto sulle aree idonee restringe ancora le superfici e molte Regioni hanno sposato un atteggiamento inerte, che segue e non affronta le giuste preoccupazioni di cittadini e territori, spesso disinformati e sfiduciati; i fondi per le comunità energetiche sono scesi da 2,2 miliardi a 795 milioni a fronte di richieste per oltre un miliardo, e oltre 1.700 progetti attendono l’autorizzazione per procedere.
Il Ministro Urso, in un decreto sulle imprese appena annunciato, ipotizza la nomina di un commissario, in un Paese che ne conta già più di 70 di nomina governativa e il cui ruolo e competenze rimangono opachi. Agostino Re Rebaudengo (Energy Square) propone due correzioni a costo zero al Testo unico delle rinnovabili: limitare alle sole aree di pregio il parere vincolante del ministero della Cultura, oggi necessario ovunque, anche dove non c’è nulla da tutelare, e dare tempi certi alle Regioni, visto che 22 gigawatt già approvati dallo Stato restano fermi oltre 18 mesi in attesa del loro via libera.
Intanto i sussidi dannosi ai combustibili fossili continuano a salire, 20,6 miliardi, dai 13 del 2020, nonostante gli impegni ripetuti a eliminarli: denaro pubblico che tiene basso il prezzo dei fossili e sottrae risorse alla transizione.
La natura e il territorio
La stessa logica, ecoindifferente se non eco-ostile, attraversa il governo della natura e il territorio. Il governo porta avanti un’offensiva anche culturale per riabilitare la caccia come pratica e come tradizione, pur se i cacciatori sono ormai pochi: ma sono un riferimento elettorale certo per questo governo “corporativo”.
La riforma Malan-Lollobrigida, approvata dal Senato il 23 giugno e ora alla Camera, sposta il cardine della legge dalla protezione alla gestione, rende il parere dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale consultivo invece che vincolante, allarga i calendari venatori e ammette strumenti come i visori notturni o i richiami vivi.
La Commissione europea ha avvertito, con una lettera del 18 dicembre 2025, che il testo rischia di violare le direttive Habitat e Uccelli, già minacciate dalla svolta contro il Green Deal di una parte importante dei Paesi Ue. Nello stesso spirito l’Italia ha chiesto insieme ad altri paesi e ottenuto il declassamento della protezione del lupo, e manca ancora una legge che fermi il consumo di suolo: nel 2024 sono stati trasformati in superfici artificiali 83,7 chilometri quadrati, il 15,6% in più dell’anno prima e il dato netto più alto da dodici anni.
Inoltre, dove servirebbe prevenzione, le risorse si assottigliano. Il Piano nazionale di adattamento è arrivato dopo anni di attesa nel 2023 e senza fondi dedicati né la nomina della commissione competente; quelli per il dissesto idrogeologico nel Piano nazionale di ripresa e resilienza sono scesi da 2,49 a 1,2 miliardi, e il fondo per l’aria della Pianura Padana è stato tagliato da 320 a 116 milioni nel triennio.
Anche l’azione della società civile è stata fortemente limitata, tanto da far definire l’Italia uno “spazio civico ostruito”, come l’Ungheria ai tempi di Orbán a causa, tra l’altro, dei ripetuti decreti sicurezza, delle limitazioni ad attivisti e società civile e degli attacchi ai giornalisti. Chi protesta, o semplicemente manifesta, trova un clima sempre più ostile: la legge sugli ecovandali e il decreto sicurezza hanno reso reato il blocco stradale, punito con la reclusione fino a un mese e, se organizzato, da sei mesi a due anni.
Ultima Generazione parla di centinaia di processi, e a settembre due sue attiviste sono state condannate a tre mesi per una protesta al Senato nel 2023, anche se la Procura aveva chiesto l’assoluzione.
Anche le decisioni positive del governo, il sì all’obiettivo 2040 e il Piano sociale per il clima da 9,3 miliardi (7 europei, 2,3 nazionali), nascono da obblighi europei ancora di là da venire più che da una scelta convinta. E dove si tratta di tradurre le regole in legge nazionale l’Italia è in ritardo: non ha recepito per intero la direttiva sull’efficienza energetica (il 1° ottobre la Commissione ha inviato il parere motivato), come molti altri Stati non ha recepito quella sulle Case Green e non ha consegnato entro il 1° settembre il piano nazionale per il ripristino della natura.
Il piano europeo
Sul piano europeo, purtroppo, il lavoro del governo è stato molto più efficace che in passato, anche per merito delle ricche lobby vicine ad alcuni attori industriali, che possono fruire di porte sempre aperte a Bruxelles. Il metodo è sempre lo stesso: opporsi con forza, cercare alleanze tra gli Stati membri, trattare al ribasso e poi, a seconda dell’esito, vantarsi di essere grandi europeisti o delegittimare le decisioni dell’Unione.
L’Italia ha votato contro la legge sul ripristino della natura e contro la direttiva sulle Case Green, ed è stata la sola a votare contro il mandato del Consiglio sul regolamento imballaggi, facendo pressioni abbastanza efficaci e uscendone con deroghe sul riuso e sul compostabile. Ha ottenuto anche, sempre in alleanza con altri paesi, due rinvii sul regolamento contro la deforestazione importata.
Sul target intermedio di riduzione delle emissioni per il 2040, indispensabile per orientare le normative in vista di emissioni zero fissato per il 2050, Meloni ha detto sì solo dopo aver ottenuto, insieme alla Francia, di poter coprire fino a 5 punti del taglio con crediti internazionali (la Polonia e altri ne chiedevano 10), una clausola di revisione e il rinvio al 2028 dell’estensione dell’ETS a trasporti ed edifici.
A marzo ha chiesto di sospendere l’ETS per il termoelettrico, ma per fortuna la richiesta è stata respinta da otto governi e dalla Commissione che ha fatto a luglio una proposta che tenta di salvare il meccanismo. Ma la partita è ancora aperta: Confindustria spinge con forza e trova alleanze in altre associazioni industriali europee, mentre l’iter legislativo è appena iniziato al Parlamento europeo e al Consiglio dei Ministri.
L’auto merita un discorso a parte. Dal 2035 la regola europea chiede di azzerare le emissioni di CO2 delle auto nuove, cioè di non vendere più motori termici. L’Italia vi si oppone dal 2023, ha scritto alla Commissione con Polonia, Ungheria e Cechia e propone biocarburanti e carburanti sintetici, che però non possono rimpiazzare il carburante fossile: le materie prime sostenibili sono poche, l’Italia importa oltre il 90% dei biocarburanti che usa e, secondo Transport&Environment, la domanda di auto, aerei e navi insieme supererebbe di molte volte, al 2050, ciò che si può produrre senza competere con il cibo.
Il 16 dicembre 2025 la Commissione ha proposto di ridurre il traguardo al -90%, e al Parlamento europeo il relatore di Forza Italia Massimiliano Salini vuole che i crediti per biocarburanti e acciaio verde valgano fino al 17%, così da lasciare più spazio ai motori termici: il taglio effettivo scenderebbe allora al 73%.
Il settore che il governo dice di difendere non ne ha tratto vantaggio: nel 2025 Stellantis ha prodotto in Italia 213.000 auto, il livello più basso dal 1955, in una crisi che viene da ben prima della svolta elettrica.
E sulla transizione all’elettrico l’Italia resta in coda: nel 2025 le auto elettriche sono state solo il 6,2% delle immatricolazioni, contro quasi il 20% della media dell’Europa occidentale, ultimo posto tra i grandi mercati; e ha tagliato ben 4 miliardi di euro che erano stati allocati per sostenere questa transizione, spostandoli sulla difesa. Non risultano però grandi proteste da parte dei mancati beneficiari, che preferiscono attaccare la UE.
Le conseguenze dell’eco-ostilità
Le conseguenze di queste politiche si leggono nei numeri e nei bollettini medici. Le emissioni del 2025 sono risalite a 373 milioni di tonnellate, dai 363 del 2024, soprattutto perché l’idroelettrico ha prodotto meno e si è bruciato più gas: restano circa il 28% sotto il 1990.
Per trasporti, edifici e agricoltura, i settori fuori dal mercato del carbonio, l’Europa ci chiede di scendere del 43,7% entro il 2030 rispetto al 2005, cioè di non superare 193,9 milioni di tonnellate l’anno. Le stime dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale ne prevedono 200,8, quasi 7 milioni in più, anche se tutte le misure aggiuntive del Piano nazionale energia e clima venissero attuate.
Le rinnovabili coprono il 20,5% dei consumi contro un obiettivo del 39,4%. La dipendenza dai fossili resta la più alta tra i grandi Paesi europei: il gas fissa il prezzo dell’elettricità nell’89% delle ore, e nei primi quattro mesi del 2026 il megawattora all’ingrosso è costato 130,5 euro, contro 99,8 in Germania, 70,4 in Francia e 42,5 in Spagna.
La competitività difesa a Bruxelles strepitando contro il Green Deal non si vede: la produzione industriale è calata del 2,5% nel 2023, del 3,5% nel 2024 e dello 0,2% nel 2025. Peraltro, sospendere o svuotare l’ETS sarebbe un errore pesante anche per l’industria italiana: cancellerebbe il segnale di prezzo su cui regge la transizione e i ricavi che l’Italia ne incassa, circa 3 miliardi l’anno, di cui oggi destina alla transizione una quota minima, intorno al 9% contro il 50% previsto.
E colpirebbe le eccellenze italiane nel green, che vivono di regole europee stabili: l’Italia ricicla l’86% dei rifiuti contro il 53% della media europea, ha il tasso di uso circolare dei materiali più alto tra i grandi Paesi (20,8%) e una produttività delle risorse quasi doppia; oltre ad avere un ruolo di leadership su pompe di calore ed accumuli.
Poi ci sono le persone. Il particolato fine, di cui la Pianura Padana è l’epicentro, provoca in Italia circa 43.000 morti premature l’anno secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, il numero più alto dell’Unione; le infrazioni ambientali ci sono costate 1,2 miliardi dal 2012, circa 87 milioni l’anno, con 69 procedure aperte, e siamo in ritardo nel recepire le direttive su efficienza energetica e Case Green.
Il suolo coperto da superfici artificiali è già il 7,17% del territorio contro il 4,4% europeo, con una perdita di servizi ecosistemici stimata tra 8,7 e 10,6 miliardi l’anno. L’estate 2026 è stata la più calda dal 1950, con 75.782 ettari bruciati al 10 agosto e oltre 3 miliardi di danni da eventi estremi; per le sole alluvioni in Emilia-Romagna e Toscana lo Stato ha dovuto spendere 11 miliardi in emergenza.
Una vera alternativa
Di fronte a questo vero e proprio disastro, culturale, ambientale, economico e di strategia produttiva, le opposizioni devono cambiare passo e presentarsi con proposte radicalmente alternative, ma anche “desiderabili” come sosteneva Alex Langer. È un passo che finora hanno compiuto a metà, forse nella convinzione, che condividono in parte con la destra, che con il clima non si prendano voti; ma le politiche climatiche e della transizione verde e digitale sono la via per salvare l’economia e la competitività in Europa.
Cambiare passo significherebbe smettere di essere una minoranza di blocco in Europa contro tutte le politiche climatiche, una vera zavorra; difendere il mercato del carbonio e restituirne i ricavi alle imprese e alle famiglie; sganciare il prezzo dell’elettricità dal gas e portare le installazioni a 11,5 gigawatt l’anno, il ritmo necessario per avere un effetto reale sul sistema energetico.
E poi reti, accumuli e comunità energetiche; puntare sull’efficientamento energetico senza cadere negli eccessi del Superbonus; chiudere il carbone, abrogare la delega nucleare e dirottare le risorse su efficienza e reti; uscire dai sussidi fossili con un calendario vincolante e con risorse visibilmente ridirette ai settori vulnerabili e alla formazione delle lavoratrici e dei lavoratori; recepire la direttiva su Efficienza energetica e performance energetica degli edifici (Case Green) con un piano che parta dall’edilizia residenziale pubblica, usando al meglio le risorse nazionali ed europee; ritirare la riforma della caccia, fermare il consumo di suolo, finanziare prevenzione, adattamento, difendere la biodiversità e abrogare le norme contro le mobilitazioni non violente dei cittadini, investendo nel dialogo con le comunità, anche quelle ostili alle rinnovabili e altri impianti.
La destra ha scommesso che affrontare l’emergenza climatica non porti voti, e punta a manipolare le paure degli italiani, alimentandole con la cattiva informazione e la diffidenza verso tutto ciò che è verde, mentre protegge gli interessi più ricchi, potenti e fossili.
Ma in gioco non c’è un’ideologia astratta: ci sono milioni di persone esposte a una minaccia grave quasi senza accorgersene, dentro un’economia sempre più debole e senza prospettive, con un’energia che non smette di pesare sulle famiglie e sulla qualità della loro vita, estati che diventano insopportabili e territori sempre più fragili.
Non basta un’opposizione che corregge i dettagli: serve un’alternativa capace di tessere alleanze con i settori produttivi, le amministrazioni locali e le associazioni che hanno già scelto di cambiare; e capace di dimostrare, numeri e fatti alla mano, che la transizione ecologica è il modo più concreto per proteggere proprio chi oggi quei rischi li paga, oltre che una parte fondamentale del futuro dell’Italia e dell’Europa.
È così che il clima, da terreno su cui la destra crede di vincere sempre, può diventare la chiave della sua sconfitta.