Dal blog https://volerelaluna.it
28-10-2026 – di: Teresa Isenburg
Alle 9,09 della sera anche l’infido presidente di turno del Tribunale Superiore Elettorale, Kassio Nunes Marques, ha riconosciuto con una dichiarazione ufficiale la vittoria di Luis Inácio Lula da Silva come presidente della Repubblica Federativa del Brasile. Si è chiusa così formalmente una tesissima competizione composta di due fasi: la prima fra agosto e inizio ottobre 2026 conclusa con il turno elettorale generale, la seconda fra il 4 e i 25 ottobre per i ballottaggi. Ma già verso le 20.00 le proiezioni attestavano il sorpasso e dalle strade era salito un grido liberatorio. Dal primo al secondo turno sono passati dall’astensione, dal voto nullo o dal voto bianco al voto valido oltre dieci milioni di suffragi, dei quali 71% per Lula; nel solo Stato di San Paolo (il più popoloso, ricco e di destra del paese) oltre due milioni. Il distacco fra cittadini e cittadine che hanno preferito Lula a Flavio è stato di oltre 4,4 milioni, un margine difficile da contestare. Che cosa ha prodotto questo cambiamento di comportamento di masse significative non è ovvio, bisognerà approfondire con cura. Ma alcuni elementi si colgono già con uno sguardo iniziale.
Intanto va notato che sociologi, statistici, sondaggisti poco conoscono della società brasiliana con il risultato che diffondono fake news preterintenzionali. Tutte, senza eccezione, le grandi agenzie di analisi di dati (di proprietà di banche e istituti finanziari) hanno ripetuto in modo martellante che Flavio era in vantaggio di due punti su Lula. Solo uno studio poco noto parlava di pareggio: 50 a 50. Quanto i sondaggi condizionano l’agire dei candidati? e quanto le scelte degli elettori oscillano e si modificano di fronte ad affermazioni mascherate dalla “certezza” dei numeri? Lo schieramento bolsonarista ha preso per buone queste previsioni e nel mese di ottobre si è dedicato a organizzare il futuro governo che credeva suo. Così ha scelto come probabili ministri persone rozze e facili a dichiarazioni inquietanti che hanno messo in allarme molti: Daniela Marques per l’economia («Bisogna tagliare nella carne viva» per ridurre il bilancio federale di 200 miliardi di R$ all’anno, 1,5 del PIB); Claudio Lottenberg, medico di una clinica esclusiva, per la sanità («Il SUS non ha bisogno di ulteriori finanziamenti»); forse Guilherme Deritte per la sicurezza pubblica, considerato eccessivo persino dai sui colleghi di San Paolo. La spropositata certezza di successo di Flavio era peraltro giustificata sia dalla prepotenza del candidato, sia dal fatto che lo stesso ha avuto, da agosto in poi, l’appoggio pieno della stampa economica (Band e Globo), della stragrande maggioranza degli imprenditori a cominciare dalla Fiesp/Federazione delle industrie dello Stato di San Paolo (con poche eccezioni, come il colosso delle proteine animali JBS), dell’agribusiness, del complesso finanziario legale e illegale, della quasi totalità delle chiese neopentecostali (parzialmente arginate da una prudente assunzione di responsabilità della Chiesa cattolica), delle milizie, della criminalità organizzata. Senza dimenticare l’intromissione internazionale. Atteggiamento opposto valeva per il campo progressista.
Come è stato arginato tutto questo nel clima teso del periodo 4-25 ottobre? Con una tensione prodotta da un fattore emotivo: l’euforia della destra e, specularmente, la delusione dell’area di centro-sinistra rispettivamente per avere vinto e per essere stata superata nel primo turno. Anzitutto vaste masse hanno autonomamente compreso il progetto di convergenza tra la destra e l’estrema destra al di là delle parole del loro rappresentante («Non toglierò il bonus famiglia», «Tutti potranno difendersi con più armi» ecc.). Lula personalmente ha dato un contributo insostituibile alla comprensione del nuovo fenomeno politico rappresentato da Bolsonaro jr. Fin dall’inizio del confronto per il secondo turno ha utilizzato per definire l’avversario il termine “miliziano” (senza che nessuna denuncia per ingiuria sia stata depositata al riguardo). «Mai avrei pensato di dovermi confrontare con un fascista miliziano», ha ancora ripetuto la notte del 25 ottobre nella grande manifestazione spontanea della Avenida Paulista a San Paolo. E ciò, ha aggiunto, è delegittimante per un presidente che deve dialogare in continuazione con i grandi del mondo e nelle istanze internazionali: infatti Flavio, nell’ideologia e nella pratica fascista, rappresenta il filone, particolarmente ripugnante, che le salda con la struttura delle milizie paramilitari. Con Flavio presidente la milizia avrebbe occupato il vertice dello Stato. E ciò è stato ben compreso e respinto da vasti settori.
In questo contesto di presa di coscienza diffusa e di massa si è rotto l’incantesimo della passività e dell’antipolitica. L’espressione maggiore di questo fatto centrale si è avuta sabato 24 ottobre pomeriggio. Per la manifestazione di chiusura della campagna del fronte progressista un fiume immenso di giovani adulti ha inondato e sommerso l’Avenida Paulista a San Paolo in uno spazio di 2400 metri per 47: un fiume sereno, sorridente, colorato, determinato. Di nuovo la sera e la notte del 25 ottobre sono affluiti, sempre alla Paulista, gli stessi infiniti giovani adulti decisi a costruire il proprio destino. Anche nell’infelice tornata elettorale del 4 ottobre per il Senato e per la Camera si è formato un gruppo non piccolo uomini e donne fra i 30 e i 40 anni dal quale emergeranno gruppi dirigenti innovativi che già in parte si vedono.
Vorrei chiarire che cosa intendo dire parlando di partecipazione spontanea. Il fronte di sostegno a Lula ha moltiplicato comizi e incontri e preparato montagne di materiale di propaganda stampato e online, ma tutto questo è stato preso in mano da migliaia e migliaia di persone lontane dalla militanza classica ed è stato diffuso con contatti diretti, messaggi di comunicazione non verbale riconosciuti e condivisi, assunzione di iniziative di singoli e piccoli gruppi dei tipi più diversi. Tutto ciò senza, ovviamente, sottovalutare l’impegno di partiti, sindacati, movimenti. È stata un’azione coraggiosa che ha sfidato un clima onnipresente di minacce: «se vince Lula ti licenzio», dicevano le padrone alle domestiche o i padroni nei luoghi di lavoro; «se nel tuo quartiere non c’è il numero di voti che vogliamo, picchiamo la tua famiglia» dicevano le milizie nella favelas di Rio; «vi mandiamo via» minacciavano le alte gerarchie a pastori e fedeli di parrocchie neo pentecostali e così via. Ma qualche cosa si è mosso dentro alla società ed è affiorato alla superficie con una forza incontenibile. Questa spinta iniziale mossa dalla percezione di un pericolo inusitato (il fascismo delle milizie) ha trovato un punto su cui fare leva nella piattaforma del deputato André Janones intensamente operativa dopo il 4 ottobre. Con 53.000 iscritti a inizio ottobre, ha raggiunto i quattro milioni a metà mese e i dieci milioni il 23 ottobre. Dubito che senza quella piattaforma si sarebbe vinto, perché essa, denominata con scelta felice “esercito di Lula”, ha trasmesso il senso di non essere soli e offerto un punto di organizzazione chiaro e semplice da capire ed eseguire per evitare di agire in modo frammentato. E soprattutto ha rotto la paralisi del campo progressista nell’uso politico delle reti sociali. Come questa esperienza influenzerà la partecipazione politica del mondo progressista nel tempo a venire non è dato sapere. La vita del quarto Governo Lula non sarà certo facile: un collegamento continuativo con quella parte della società che ha bloccato Bolsonaro può essere decisivo.
La vittoria di Lula e soprattutto il non accesso al potere di Flavio hanno un riflesso internazionale evidente. Il Governo Trump e il segretario di Stato Marco Rubio, così come il Governo di Netanyahu, sono intervenuti in vario modo, più o meno manifesto, nelle elezioni e adesso vedono il loro prestigio appannato. Mettere in dubbio il riconoscimento delle elezioni e parlare di brogli non significa molto. Il progetto di Trump e Rubio di completare il controllo dell’America Latina è al momento ridimensionato. “Le vene aperte dell’America Latina” che il linguaggio profetico di Eduardo Galeano ci ha fatto conoscere hanno ricevuto un temporaneo, pur insufficiente balsamo. Il messaggio è stato colto nel continente e tutti i presidenti di destra che hanno negli ultimi anni conquistato gli esecutivi dei loro paesi hanno riconosciuto immediatamente i risultati elettorali e inviato messaggi non formali a Lula. Fa eccezione, e non stupisce, Milei, sempre citato come esempio da seguire da Flavio. Il peso territoriale ed economico del Brasile condiziona inesorabilmente l’intera area. Ovviamente, per il Brics (che l’Europa, incapace di uscire dalla sua matrice colonial-imperialista, guarda con sufficienza e disprezzo), il Brasile del multilateralismo è necessario e quindi nei prossimi mesi il sodalizio del sud globale potrà cercare di intensificare la sua attività pur fra le difficoltà prodotte dalle guerre. Per l’Europa democratica una vittoria di Flavio avrebbe rafforzato non poco le destre fascistizzanti già ben coordinate nel CPAC (Conservative Political Action Conference), ma i singoli paesi sono lenti nell’inviare un messaggio di congratulazione al neo eletto. Il Governo italiano è stato lentissimo. Si deve sperare che sappia separare i rapporti personali di alti esponenti dell’esecutivo con la simpatica famiglia Bolsonaro dai comportamenti istituzionali. Nel complesso i paesi e le istituzioni regionali europei sono sempre state sospettosi verso i governi di centro sinistra brasiliani. Avere posto un argine al dilagare di forze fascistizzanti è – sembra a me – qualche cosa di comune vantaggio, un bene comune da non danneggiare.
Tutto bene dunque? Assolutamente no. Le forze conservatrici e anticostituzionali continuano potenti in Brasile e non sembrano intenzionate a retrocedere dai loro progetti di dominio; l’esecutivo che si insedierà a inizio 2027 si trova di fronte un fronte legislativo di destra combattivo e senza scrupoli; una crisi profonda investe i più alti livelli del potere giudiziario e non sarà facile trovare un nuovo equilibrio. Questo nel contesto devastante di un mondo in fiamme. Ma in Brasile non è scesa la notte.