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31 Ottobre 2026 Monica Cillerai
Sono atterrati a Roma questa mattina quattro dei cinque italiani arrestati giovedì 29 in Cisgiordania dai militari israeliani. Il quinto si trova ancora nelle carceri d’Israele, dove verrà portato a processo nei prossimi giorni per essersi opposto al rimpatrio. I cinque facevano parte di un gruppo di 14 attivisti fermati mentre raccoglievano le olive nel villaggio palestinese Al-Lubban al-Gharbi, in una delle stagioni di raccolta che si sta dimostrando tra le più violente di sempre.
Secondo OCHA infatti sono almeno 272 gli attacchi documentati dal 1 settembre al 26 ottobre, numero che ha superato il totale delle aggressioni registrate durante l’intera raccolta delle olive del 2024 e del 2025. In questo periodo un palestinese è stato ucciso, 200 sono stati feriti e oltre 3200 alberi di olive sono stati danneggiati
.«Eravamo arrivati il 17 ottobre per aiutare una famiglia che abita nell’area di Betlemme colpita da decenni dalla violenza dell’esercito e dei coloni», dice Susanna Bernodi, 73 anni, a L’Indipendente. La donna, che da molti anni è parte di ISM (International Solidarity Movement), uno dei movimenti internazionali presenti in Palestina, è stata rimpatriata questa mattina dopo due notti passate in una stazione della polizia israeliana.
Susanna racconta le violenze che ha visto nelle ultime settimane: descrive i lividi sui corpi dei palestinesi picchiati dai coloni mentre raccoglievano le olive sulla propria terra, gli abusi dei militari e della polizia israeliana, le ambulanze bloccate per ore dai soldati per impedire di raggiungere i feriti.
«Noi siamo un movimento guidato dai palestinesi, andiamo dove le famiglie e i contadini ci chiamano. Raccogliere le olive non è reato, ma l’esercito fa di tutto per impedirlo». È il terzo gruppo di italiani in dieci giorni costretto al rimpatrio: il 21 ottobre Alberto e Manuel Tartarotti, padre e figlio di Bolzano, erano stati arrestati e poi deportati mentre osservavano le operazioni dell’esercito che voleva demolire alcune infrastrutture di un villaggio palestinese.
Pochi giorni dopo, è stato il turno di altre 5 attiviste, fermate e poi deportate mentre partecipavano alla raccolta delle olive nel villaggio di al-Bweib, nel sud di Hebron.
«Eravamo 14 internazionali di 7 nazionalità diverse», continua Susanna. «La raccolta delle olive è oggi l’unica forma di sussistenza per migliaia di famiglie palestinesi, specialmente dopo il 7 ottobre dato che Israele ha bloccato i permessi lavorativi in quel pezzo di territorio occupato e a Gerusalemme».
Il gruppo è stato arrestato mentre si trovava nella casa di un palestinese. A causa delle pressioni dei coloni dell’avamposto di Avichai Farm, la raccolta era stata interrotta e i solidali attendevano nell’abitazione di rientrare a Ramallah. È lì che è arrivato l’esercito. «Ci hanno tolto i passaporti e ci hanno detto che quel territorio era una zona militare chiusa, che era illegale stare lì. Ma l’hanno dichiarata successivamente.
Lo fanno apposta per impedire la raccolta delle olive o le attività di pastorizia. È uno dei loro metodi per obbligare i palestinesi ad andarsene dalla propria terra», continua.
I militari israeliani hanno inoltre fermato il sindaco di al-Lubban al-Gharbi, che è stato brutalmente picchiato. Hanno danneggiato i beni presenti nella sua falegnameria e lo hanno minacciato, intimandogli di non tornare sui terreni agricoli e di non portare mai più attivisti internazionali nel villaggio. «Ci hanno rinchiuso in una stazione di polizia, ci hanno preso le impronte, ci hanno fotosegnalato, interrogato.
Abbiamo passato la notte sdraiati su dei materassi nella mensa della struttura», racconta Susanna. Gli uomini, invece, sono stati divisi, ammanettati e incatenati ai piedi e a due a due tra di loro. Così sono stati portati al carcere dell’aereoporto, dove sono stati nuovamente interrogati, fotografati, e costretti a dare le impronte digitali. «Sono due anni che gli israeliani hanno intensificato il loro lavoro per eliminare occhi che guardano, che osservano, che possano poi testimoniare, orecchie che possano ascoltare», dice. «Come a Gaza non entrano giornalisti, non vogliono giornalisti neanche in Cisgiordania, non vogliono attivisti, vogliono sempre più isolare e separare.
Anche letteralmente, dato che Netanyahu ha progettato altri 500 chilometri di muro nel territorio.»
Intanto, Donato Ferdori, 56 anni, si trova tuttora detenuto nel carcere di Givon dopo aver rifiutato il rimpatrio. Bolognese ma residente a Roma, Ferdori è professore di filosofia e storia nelle scuole superiori oltre ad essere autore di saggi, poesie e articoli. “Sono solidale con il popolo palestinese, che viene considerato dalla maggioranza degli israeliani e dal loro governo come un popolo inferiore — da sfruttare, soggiogare, torturare e persino sterminare.
Non posso continuare a vivere normalmente come se nulla di tutto ciò stesse accadendo, limitandomi a qualche dichiarazione sui social media o alla partecipazione a manifestazioni.” Aveva dichiarato ad ISM spiegando la sua decisione di unirsi alle iniziative di solidarietà internazionale in Palestina. “Come persone comuni, cerchiamo di fare ciò che la ‘comunità internazionale’ dovrebbe fare e, vergognosamente, non fa.”
Questi arresti avvengono in un contesto di ripetuti attacchi da parte dei coloni contro gli agricoltori di al-Lubban al-Gharbi, dove l’espansione dell’avamposto israeliano di Avichai negli ultimi tre anni ha portato all’occupazione di centinaia di acri di terreni agricoli, limitazioni all’accesso dei campi e sfollamenti. L’espulsione dei volontari internazionali indebolisce ulteriormente la presenza protettiva che gli agricoltori palestinesi hanno richiesto durante il periodo del raccolto.
Monica Cillerai
Laureata in Scienze Internazionali a Torino, con un master in Risk Analysis and Management all’Università di Scienze Politiche di Bordeaux. Per L’Indipendente è corrispondente dal Medio Oriente oltre a scrivere di immigrazione e frontiere, estrattivismo e tematiche ambientali.
