Dalla pg FB di Giustiniano Rossi
I dazi sulle importazioni di auto e camion annunciati dal presidente USA Donald Trump sarebbero “l’inizio della fine di una ultratrentennale catastrofe del libero scambio”, si dice nel grande sindacato intercategoriale USA “United Automobile, Aerospace and Agricultural Implement Workers of America” (UAW). Sarebbe un passo atteso da tempo perché, finora, il modello economico avrebbe “devastato la classe operaia e scatenato una concorrenza al ribasso transfrontaliera”. Dai soli tre grandi produttori USA – Ford, General Motors e Stellantis – negli ultimi 20 anni sarebbero stati chiusi 65 stabilimenti e distrutti migliaia di posti di lavoro.
Anzitutto la delocalizzazione della produzione nel vicino Messico è per i sindacati USA una spina nel fianco. Negli ultimi anni, in molte fabbriche la produzione sarebbe crollata ma, nello stesso tempo, “milioni di auto vendute qui sarebbero state prodotte all’estero pagando bassi salari e in condizioni di sfruttamento proibitive”. La Volkswagen è citata come esempio. Il 40% dei veicoli di questo costruttore venduti negli USA sarebbe “prodotto da operai con salari di fame in Messico”. La possibilità di delocalizzare gioverebbe al gruppo anche per far pressione sui lavoratori negli USA. Nel Tennessee, recentemente, durante le prime trattative contrattuali VW avrebbe cancellato unilateralmente un turno.
“Ogni volta che i lavoratori dell’auto osano rivendicare salari corretti, una pensione adeguata, l’assistenza sanitaria o un migliore Work-Life-Balance, i costruttori li minacciano con la perdita del posto di lavoro” dice UAW. Un sistema commerciale marcio viene impiegato “per mettere sotto pressione e intimidire lavoratori di qua e di là dalla frontiera”. I dazi offrirebbero la possibilità di una svolta. Ora sarebbe possibile in pochi mesi riportare negli USA impieghi ben pagati moltiplicando i turni o le linee di produzione in fabbriche sottoutilizzate. Il presidente dell’UAW Shawn Fain, pero’, sottolinea anche che si deve trattare di “garantire i diritti sindacali per tutti i lavoratori dell’automobile”. Ne fanno parte una pensione dignitosa con la garanzia di un’ assicurazione sociale e un’assistenza sanitaria per tutti i lavoratori. Il sindacato USA vede dunque nell’intenzione di Trump di prelevare a breve termine dazi del 25% sulle importazioni di auto anzitutto una chance per mettere fine alla competizione globale fra fabbriche in cui i lavoratori in paesi diversi sono messi l’uno contro l’altro a favore del capitale.
Nell’IG Metall tedesca l’entusiasmo è minore, anche perché finora gli USA tassavano le auto europee solo del 2,5% mentre l’UE tassa le auto importate dagli USA del 10%. “In tempi comunque impegnativi per l’industria automobilistica tedesca e per i lavoratori questi sviluppi sono benzina sul fuoco dell’incertezza. Alla fine i dazi in programma peseranno sugli occupati del settore auto e sui consumatori negli USA” dice Christiane Benner, prima segretaria del sindacato. La IG Metall chiede adesso una risposta europea comune. Nello stesso tempo dovrebbe essere evitata un’ulteriore escalation. Il comunicato stampa è stato diffuso insieme all’associazione alla Confederazione padronale dell’industria dell’auto VDA, la cui presidente Hildegard Müller cha ribadito che dazi del 25% sulle esportazioni negli USA sarebbero un “notevole aggravio” per le imprese e un “segnale fatale per il commercio libero e basato su regole”. Sindacato dei lavoratori e sindacato padronale sono d’accordo sul problema dei dazi e si impegnano per la liberalizzazione del commercio.
Inutile cercare, invece, prese di posizione comuni, solidali, di sindacati europei e americani che colleghino gli interessi dei lavoratori dell’UE e di quelli del Nord – e del Centro-America…
Giustiniano
3 aprile 2025