Tutti pazzi per Pedro

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Eoghan Gilmartin 5 Maggio 2026

Il premier spagnolo Sánchez si presenta come il politico europeo più critico nei confronti dell’avventura israelo-statunitense. Un modo per supportare la strategia di cerniera tra Occidente e Sud del mondo. Ma le elezioni sono imminenti e il leader spagnolo rischia

Negli ultimi due mesi, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez si è posto all’attenzione internazionale come il più autorevole critico europeo della guerra israelo-americana contro l’Iran. Mentre alcuni dei suoi discorsi diventavano virali sui social media, il Financial Times lo ha soprannominato «la nemesi di Trump», l’Independent «la coscienza d’Europa», e il New York Times lo ha descritto come «un supereroe progressista per molti esponenti della sinistra globale».

È facile capirne il motivo. Mentre gli altri leader europei hanno evitato di opporsi apertamente all’aggressione militare di Washington, la retorica schietta di Sánchez ha trovato riscontro tra i progressisti di tutto il mondo. Davanti al Parlamento spagnolo a marzo, ha descritto la guerra come «illegale, assurda e crudele», mentre in un recente articolo su Le Monde Diplomatique ha denunciato «i tentativi unilaterali degli Stati uniti di provocare un cambio di regime in Venezuela e in Iran, il tutto senza cercare nemmeno una parvenza di consenso internazionale».

La sua sfida non si è limitata alle parole. Fin dall’inizio della guerra, l’amministrazione di centrosinistra di Sánchez ha negato agli Stati uniti l’utilizzo delle basi aeree gestite congiuntamente sul suolo spagnolo, una decisione che ha spinto il presidente Donald Trump a minacciare per ritorsione la Spagna con un embargo commerciale. L’11 marzo il governo di Sánchez ha poi richiamato definitivamente il proprio ambasciatore in Israele, a cui è seguita il 30 marzo la chiusura dello spazio aereo spagnolo a tutti gli aerei militari statunitensi coinvolti nei bombardamenti.

Queste mosse sono state molto popolari: due terzi degli elettori spagnoli hanno dichiarato ai sondaggisti di essere contrari alla guerra e il 57% ha esplicitamente appoggiato la posizione del governo. In questo senso, il vantaggio politico interno è stato un fattore determinante nella posizione intransigente di Sánchez contro la guerra.

La sua capacità di affermarsi come figura di riferimento morale e il suo posizionamento anti-Trump hanno permesso al suo partito, il Partido Socialista Obrero Español (Psoe), di riguadagnare consensi in patria dopo mesi di difficoltà a causa di un grave scandalo di corruzione e dell’incapacità di affrontare la crisi abitativa del paese.

Non è un caso che Sánchez sia stato l’unico capo di governo europeo a cogliere questa opportunità politica. In quanto politico formatosi in una battaglia durata quasi un decennio per contrastare la sfida populista di sinistra di Podemos, è il leader di centrosinistra in Europa più sensibile alla necessità di rappresentare e mobilitare il proprio elettorato, piuttosto che trincerarsi dietro all’idea del governo responsabile.

Accanto a questa dimensione interna, la sua posizione sull’Iran è anche influenzata da un più ampio calcolo diplomatico sulla possibilità di rinegoziare il ruolo della Spagna in un ordine internazionale in rapida evoluzione.

Al centro di questo riassetto c’è la spinta verso un maggiore impegno con la Cina e con altri attori del Sud del mondo, con Sánchez che insiste sulla necessità per l’Unione europea di diversificare le proprie alleanze di fronte a un’America in declino e sempre più aggressiva. Nonostante le sfide interne, come la persistente stagnazione salariale, questo riposizionamento in politica estera rappresenta uno dei pochi seri tentativi in ​​Europa di affrontare il mondo multipolare post-americano.

Nelle ultime settimane, il governo spagnolo ha promosso attivamente questo programma. L’11 aprile, Sánchez ha effettuato il suo quarto viaggio ufficiale in Cina in poco più di tre anni, una frequenza senza precedenti tra i suoi omologhi dell’Ue. Una settimana dopo, ha ospitato a Barcellona un vertice globale sulla Mobilitazione Progressista che ha riunito socialdemocratici europei e capi di governo come il brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, la messicana Claudia Sheinbaum e il sudafricano Cyril Ramaphosa.

Entrambi gli impegni hanno messo in luce il mix di ambizioni diplomatiche e di sviluppo del suo governo, che mira a posizionare la Spagna come anello di congiunzione privilegiato tra l’Europa e il Sud del mondo, consolidando al contempo la sua posizione di polo energetico verde del Mediterraneo occidentale. Questi obiettivi strategici non sono nati da un giorno all’altro.

Al contrario, avendo già investito un considerevole capitale politico nello sviluppo delle relazioni con il mondo non occidentale negli ultimi anni, nonché dando priorità alla rapida diffusione delle energie rinnovabili, l’amministrazione Sánchez si è trovata in una posizione migliore rispetto alla maggior parte dei governi dell’Ue per rispondere ai profondi cambiamenti geopolitici che si sono accelerati durante il secondo mandato di Trump.

La condanna da parte di Sánchez del massacro israeliano a Gaza, e la sua disponibilità a definirlo un genocidio, hanno creato un’apertura diplomatica nel mondo arabo, in particolare per ricucire i rapporti tesi con l’Algeria, principale fornitore di gas della Spagna.

Nel frattempo, mentre il centro di gravità dell’Ue si spostava a destra, la sua amministrazione ha anche rafforzato i legami con la sinistra latinoamericana, con Sánchez che ha aderito all’iniziativa di Lula per i governi progressisti nella regione, La Reunión en Defensa de la Democracia, a partire dal 2024. Insieme a Lula, ha anche promosso l’accordo commerciale Ue-Mercosur, presentandolo come un contrappeso al protezionismo coercitivo di Trump, nonostante le riserve dei sindacati spagnoli sulla mancanza di tutele per i lavoratori nell’accordo. Un accordo bilaterale firmato a Barcellona a marzo prevede inoltre la lavorazione a livello nazionale delle terre rare brasiliane in collaborazione con aziende spagnole.

Ma soprattutto, nel 2023, durante il suo primo viaggio ufficiale in Cina, Sánchez ha adottato una linea di dialogo, presentando il suo governo come un interlocutore alternativo per Pechino tra i principali Stati membri dell’Ue. Nel contesto del ritiro dell’Italia dalla Belt and Road Initiative cinese nello stesso anno e delle dichiarazioni dell’allora ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock, che definì Pechino «sempre più un rivale sistemico», Sánchez si è mosso per colmare il vuoto.

La leadership cinese ha guardato con favore all’astensione della Spagna dal voto sui dazi Ue per i veicoli elettrici cinesi nell’ottobre 2024, così come all’appello di Sánchez a riconsiderare il rapporto con loro. Ma un punto di svolta fondamentale è stata la disponibilità del primo ministro spagnolo a incontrare il presidente cinese Xi Jinping nella stessa settimana in cui Trump ha presentato i suoi drastici dazi del «Giorno della Liberazione» l’anno scorso, nonostante l’avvertimento del Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent, secondo il quale l’incontro equivaleva a un autogol per la Spagna.

«La Cina rappresenta un sesto della popolazione mondiale e si prevede che entro il 2030 contribuirà al 30% della produzione industriale globale, pertanto qualsiasi grande sfida globale, come la lotta al cambiamento climatico o la ricostruzione della governance multilaterale, richiede la cooperazione tra Europa e Cina», insiste il socialista catalano e vicepresidente del Parlamento europeo Javi López.

Il quale spiega a Jacobin che «la politica spagnola nei confronti della Cina non si basa sulla scelta dei blocchi, bensì sulla difesa degli interessi europei e spagnoli nel contesto attuale […] in cui gli Stati Uniti hanno approvato una strategia di sicurezza nazionale apertamente ostile all’Europa e hanno attaccato direttamente i nostri interessi con la loro politica sui dazi».

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A questo proposito, come ha osservato l’economista politico Miguel Otero in un recente studio per la Friedrich-Ebert-Stiftung, l’apertura di Sánchez è motivata sia dal «realismo economico» nazionale sia dal disagio per l’«eccessivo allineamento» della Commissione europea con la politica statunitense nei confronti della Cina, basata sul contenimento e sulla rivalità sistemica. In termini di vantaggi economici, l’offensiva diplomatica di Sánchez è stata un fattore chiave dietro l’aumento del 331% degli investimenti cinesi in Spagna lo scorso anno, passati da 149 milioni di euro nel 2024 a 643 milioni di euro nel 2025.

«Si tratta ancora di una cifra relativamente bassa, soprattutto se confrontata con il totale degli investimenti statunitensi nel 2025, ma è anche una questione di qualità», ha dichiarato a Jacobin l’analista di relazioni internazionali Mario Esteban .

«Una parte significativa degli afflussi statunitensi è costituita da fondi avvoltoio che investono in settori come quello immobiliare, mentre gli investimenti cinesi tendono a concentrarsi maggiormente sui settori manifatturieri, che potrebbero potenzialmente espandere e rafforzare la base industriale spagnola». Esteban ritiene che l’amministrazione Sánchez stia cercando di bilanciare i rischi di una nuova eccessiva dipendenza dalla Cina e di un preoccupante deficit commerciale con la possibilità «di integrare la Spagna nelle emergenti catene del valore globali in settori come le tecnologie verdi e i veicoli elettrici».

A questo proposito, cita la partnership da 4,1 miliardi di euro tra il gigante cinese delle tecnologie pulite Contemporary Amperex Technology Co., Limited (Catl) e la casa automobilistica multinazionale Stellantis per la costruzione di uno dei più grandi stabilimenti di batterie al litio-ferro dell’Ue presso il vecchio impianto Opel alla periferia di Saragozza. Allo stesso tempo, la Spagna sembra sempre più destinata a diventare il principale polo produttivo per i veicoli elettrici cinesi nell’Ue, dopo una serie di accordi annunciati con produttori cinesi. Chery sta investendo 400 milioni di euro per riattivare l’ex stabilimento Nissan di Barcellona, ​​e Desay SV riaprirà lo stabilimento Linares di Jaén, mentre il 24 aprile la società statale cinese Saic Motor ha annunciato che il primo stabilimento MG nell’Ue sarà costruito in Spagna.

«La Spagna è determinata ad arrivare per prima alla stazione dell’industrializzazione verde», afferma López, sottolineando il vantaggio competitivo di cui gode attualmente, con «il 60% del suo mix energetico totale proveniente da fonti rinnovabili».

Ritiene inoltre che il governo spagnolo punti a garantire «trasferimenti tecnologici nell’industria verde», utilizzando gli investimenti diretti esteri cinesi per sviluppare capacità e competenze tecnologiche nazionali, come la Cina ha fatto con le aziende occidentali nei decenni passati. Esteban insiste tuttavia sul fatto che il successo dipenda dai dettagli di questi accordi: «Resta da vedere in che misura alcuni di questi investimenti genereranno effettivamente effetti a cascata nel settore produttivo locale, perché non è la stessa cosa che queste fabbriche si limitino ad assemblare componenti provenienti dalla Cina rispetto a che questi componenti vengano fabbricati in Spagna, con una reale localizzazione dell’attività produttiva».

Esteban afferma che questa sarà anche una prova per la Cina, per vedere «se, di fronte allo scetticismo della Commissione europea, riuscirà a dimostrare una reale volontà di raggiungere un rapporto economico più equilibrato con la Spagna». Ciò darebbe credito alla più ampia visione politica di Sánchez per l’Ue nei confronti della Cina, che Esteban definisce «interdipendenza gestita».

Spiega che essa si concentra sul «riequilibrio del rapporto non principalmente attraverso il ritiro e una minore dipendenza dalla Cina come mezzo per ridurre i deficit commerciali, ma rendendo la Cina più dipendente dall’Ue nei settori industriali chiave in cui l’Europa detiene un vantaggio comparato, integrando al contempo la tecnologia cinese per rafforzare l’industria europea in altri settori».

Multipolarità

Se l’Ue vuole davvero ridurre la sua dipendenza dagli Stati uniti in settori come l’energia, le comunicazioni digitali e l’industria della difesa, dovrà combinare la riduzione del rischio e la diversificazione delle catene di approvvigionamento con questo tipo di approccio più calibrato nei confronti della Cina.

Secondo Otero, anche sotto l’amministrazione di Joe Biden, il governo Sánchez riteneva che assecondare gli Stati uniti nella politica di blocco in stile Guerra fredda «rischiasse di restringere l’autonomia diplomatica dell’Europa e di limitarne il margine di manovra economico» nei confronti della Cina, preoccupazioni che si sono solo moltiplicate durante il secondo mandato di Trump. In un recente discorso sul futuro dell’Europa, Sánchez ha esortato i leader dell’Ue a «non inchinarsi» agli Stati uniti, ma a «prendere decisioni coraggiose» che consentano «un’Europa più autonoma e libera».

In particolare, ha sottolineato il rifiuto, unico tra gli Stati membri della Nato, del suo governo di impegnarsi a raggiungere l’obiettivo di Trump di destinare il 5% del Pil alla Difesa entro il 2035, risorse che, ha ribadito, «finirebbero semplicemente nelle mani dell’industria bellica statunitense» anziché essere utilizzate per sviluppare la capacità industriale europea, dato lo stretto lasso di tempo previsto dall’impegno. «In merito alla Nato, la Spagna è stata un’eccezione», sostiene Berna León, direttore del think tank Avanza del Psoe.

«Non soddisferà i desideri di una specifica amministrazione riguardo a obiettivi che non sono legati alle nostre reali esigenze e capacità di sicurezza», afferma. «Si tratta più di questo che di un’aperta opposizione al progetto in sé, sebbene ritenga che il futuro della Nato sia ora in discussione a causa delle decisioni di questa amministrazione e di quello che a mio avviso può essere definito un pessimo lavoro del suo attuale segretario generale, [Mark] Rutte».

«L’Europa deve capire che non facciamo più parte del nucleo del sistema globale, ma occupiamo ora una posizione intermedia più ambigua», continua León. Egli ritiene che «il governo spagnolo sia il primo in Europa a svegliarsi da questa fantasia», facendo riferimento al recente discorso di Sánchez all’Università di Tsinghua, dove ha dichiarato che la multipolarità «non è un’ipotesi… né un desiderio, ma già una realtà» che «non possiamo cambiare». Eppure, nonostante la frenetica attività diplomatica di Sánchez negli ultimi mesi, sono pochi i segnali di una volontà europea di abbandonare un atlantismo ormai obsoleto.

Negli ultimi diciotto mesi, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno fatto delle concessioni agli ultimatum di Trump la loro prassi predefinita, mentre la Polonia e gli Stati baltici continuano a considerare gli Stati uniti come il garante ultimo contro la percepita minaccia esistenziale proveniente dalla Russia. Persino la guerra con l’Iran non sembra aver intaccato tale acquiescenza. Anzi, lo stesso giorno in cui Lula si trovava a Barcellona a lodare il «coraggio» di Sánchez per la sua posizione, Merz era a Parigi a insistere sul fatto che «la guerra non deve trasformarsi in uno stress test transatlantico».

Limiti nazionali

Oltre alla difficile battaglia a Bruxelles sull’agenda di deregolamentazione di Merz, Sánchez si trova ad affrontare anche le probabili elezioni generali nei prossimi dodici mesi, nelle quali scommette che la sua maggiore visibilità internazionale gli permetterà di mobilitare gran parte dell’ex elettorato di Podemos e di consolidare la rinnovata egemonia del Psoe sul voto di sinistra. Tuttavia, nonostante il miglioramento dei consensi del suo partito dall’inizio della guerra con l’Iran, la maggior parte dei sondaggi indica ancora il blocco di destra sulla buona strada per ottenere la maggioranza assoluta, seppur con un margine sempre più ristretto. Un problema di fondo che il Psoe e il partner di coalizione Sumar si trovano ad affrontare è che, nonostante gli impressionanti dati di crescita e la riduzione della disoccupazione in Spagna, i salari reali sono diminuiti dello 0,3% tra il 2019 e il 2025, mentre i prezzi degli affitti sono aumentati del 72% nell’ultimo decennio, ben al di sopra della media Ue del 58%.

Come ha scritto Jorge Tamames su Phenomenal World lo scorso anno, ciò riflette in parte il fatto che la Spagna «sembra intrappolata tra i suoi nuovi e vecchi modelli di crescita», con un mercato del lavoro ancora eccessivamente dipendente dal turismo, dall’edilizia e dal lavoro stagionale a basso salario, mentre l’industrializzazione verde è ancora «in fase embrionale». Tuttavia, evidenzia anche i limiti dell’agenda di redistribuzione di Sánchez, soprattutto considerando che il suo governo ha dovuto operare senza una chiara maggioranza in parlamento dal 2023, nonché la sua mancanza di volontà politica di affrontare la crisi abitativa durante i suoi otto anni di mandato.

In questo contesto, le elezioni generali potrebbero coincidere con le elezioni di metà mandato statunitensi o, più probabilmente, con le elezioni presidenziali francesi della prossima primavera, al fine di rafforzare la prospettiva internazionale prediletta da Sánchez e la sua dicotomia «democrazia o autoritarismo». Un messaggio ripetuto al vertice della Mobilitazione Progressista Globale di Barcellona è stato che l’ondata di estrema destra si sta ora spezzando sotto il peso dei disastri della politica estera di Trump. La candidatura alla rielezione della figura di centrosinistra più in vista d’Europa rappresenterà un banco di prova fondamentale per questa tesi.

*Eoghan Gilmartin è uno scrittore, traduttore e collaboratore di JacobinMag, vive a Madrid. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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