Il corto circuito disumano e costoso della Piana di Gioia Tauro 

Dal blog https://comune-info.net

Patrizia Riso 11 Maggio 2026

Nella Piana di Gioia Tauro l’aria profuma di zagara e sale. Del resto è una delle principali aree di produzione di agrumi in Italia. Cinquemila aziende agricole, una produzione che supera le 200.000 tonnellate annue, un porto, quello di Gioia Tauro, che da solo contribuisce al 72% del PIL calabrese. Ogni anno, tra novembre e marzo, quando altrove la campagna rallenta, questa pianura continua a vivere al ritmo della raccolta: circa quattromila braccianti provenienti dall’Africa subsahariana – Burkina Faso, Costa d’Avorio, Gambia, Mali, Senegal – e non solo arrivano a raccogliere arance e mandarini. La stagione finisce, la maggior parte riparte verso altri campi in altre regioni. Circa duecento, nella sola tendopoli di San Ferdinando, restano tutto l’anno, alcuni da oltre quindici anni. Eppure, tutte queste persone vivono in maniera provvisoria, in una emergenza che non finisce mai perché nessuno ha interesse a farla finire davvero.

Quali sono i costi di questa scelta che paghiamo tutti, in termini civili ed economici?

La Piana, le arance e chi ci guadagna

Le condizioni di lavoro sono documentate dagli anni Novanta. I salari reali, fino al 2010, si aggiravano intorno ai 25 euro al giorno. Oggi la situazione è cambiata in parte: spesso vengono sottoscritti contratti e le paghe possono arrivare a 40 euro o più, anche se permangono significative irregolarità su ore dichiarate e trattamento contributivo. Il rapporto del 2019 della Relatrice speciale ONU Urmila Bhoola, elaborato a seguito di una visita diretta agli insediamenti di San Ferdinando, ha documentato retribuzioni che scendono fino a tre euro l’ora e salari mediamente inferiori del 40% rispetto al contratto collettivo nazionale, con molti lavoratori pagati a cottimo, meno di un euro a cassetta di arance, per giornate fino a dodici ore.

La filiera che produce questi numeri ha un’architettura precisa. In cima c’è la Grande Distribuzione Organizzata, che convoglia il 72% degli acquisti alimentari degli italiani e acquista gli agrumi della Piana a sette centesimi al chilo. L’imprenditore agricolo, stretto tra quel prezzo e i costi di produzione, recupera margine soltanto abbassando il costo del lavoro. Tra il produttore e il bracciante opera spesso un intermediario, ma qui è necessario fare una distinzione che il dibattito pubblico semplifica troppo. 

Caporalato e presenza della ‘ndrangheta

La ricerca “Essenziali ma invisibili. Lavoratori migranti, politiche e pratiche nell’agricoltura meridionale italiana” di Corrado, Caruso e D’Agostino mostra che nella Piana di Gioia Tauro la maggior parte del reclutamento non avviene attraverso reti verticali di caporalato ma attraverso reti familiari e comunitarie: sono le stesse comunità di braccianti a regolare i flussi, richiamare parenti e conoscenti nei periodi di picco e ridurli quando il lavoro cala. Il caporalato in senso stretto, reclutamento coercitivo con trattenuta sul salario, è più frequente tra i lavoratori subsahariani, dove le reti familiari sono più deboli, ma anche in quel caso è meno strutturato di quanto si pensi. Lo sfruttamento non scompare, si sposta: le responsabilità principali ricadono sui datori di lavoro, sulle pressioni di prezzo della filiera, e sulle politiche migratorie che producono irregolarità e ricattabilità strutturale, condizioni in cui qualsiasi rapporto di lavoro può diventare ricatto.

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La presenza della ‘ndrangheta in questo quadro è reale e documentata, ma va contestualizzata. Il rapporto Eurispes 2025 su immigrazione e criminalità organizzata certifica che i clan hanno infiltrato il settore agricolo attraverso società che gestiscono parti della filiera e in alcuni casi reti di intermediazione. L’operazione Rasoterra del 2021, coordinata dalla Procura di Palmi, ha smantellato una rete di sfruttamento il cui vertice era riconducibile all’alleanza Piromalli-Molè. I clan Pesce e Bellocco controllano il territorio di Rosarno da decenni, con interessi che coprono il mercato degli agrumi, il porto container, l’estorsione e l’accumulazione fondiaria. Tutto questo è vero. Ma ridurre il problema dello sfruttamento alla ‘ndrangheta rischia di assolvere gli altri attori – la GDO, i datori di lavoro, le istituzioni locali – e di far apparire il fenomeno come patologia criminale anziché come funzione economica deliberata di un sistema che produce profitto attraverso la vulnerabilità delle persone.  

La rivolta del 2010: spartiacque mediatico e non solo

Il 7 gennaio 2010, due braccianti di origine africana vengono feriti con colpi di arma da fuoco mentre tornano dai campi. Il responsabile è un killer della ‘ndrangheta. I lavoratori migranti scendono in strada. Seguono due giorni di scontri, una “caccia al nero” organizzata da una parte della popolazione locale, decine di feriti. Tra mille e duemila lavoratori vengono trasferiti o fuggono in altre città. 

Non era la prima volta. Nel dicembre 2008 c’era già stata una rivolta, ignorata. Le baracche dove vivevano allora duemilacinquecento persone – senza luce, senza acqua, senza servizi igienici – erano note alle autorità locali e nazionali da anni. La risposta del ministro dell’Interno Roberto Maroni fu di attribuire la causa degli scontri all’eccessiva tolleranza verso l’immigrazione irregolare: nessun riferimento alla ‘ndrangheta, nessun riferimento al caporalato, nessun riferimento alle responsabilità di chi quegli uomini e quelle donne li assumeva in nero ogni giorno.

Quella risposta ha dettato il copione dei quindici anni successivi. I fatti di Rosarno sono stati uno spartiacque mediatico: hanno prodotto visibilità nazionale e internazionale, sono stati seguiti anche da altre mobilitazioni bracciantili di altri attori, hanno sollecitato in modo importantissimo l’opinione pubblica a livello nazionale e internazionale e contribuito a produrre anche interventi normativi come la legge 199/2016 che ha introdotto la diretta responsabilità del datore di lavoro, chiamato a rispondere dello sfruttamento dei lavoratori come il caporale che li ha reclutati. Dopo il 2010 viene anche introdotto il concetto di “condizionalità sociale”, un meccanismo introdotto nella PAC 2023-2027 che collega i pagamenti agricoli al rispetto dei diritti lavorativi e delle condizioni di lavoro, con l’obiettivo di combattere il caporalato e migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro.

Trent’anni di soldi pubblici bruciati

La storia degli investimenti istituzionali nella Piana di Gioia Tauro è una storia di denaro speso male, non speso affatto, o speso per costruire strutture mai arrivate a destinazione. Ricostruirla mostra che il fallimento non è frutto di incapacità, ma di scelte sistematiche. Si può leggere su due livelli: quello degli interventi direttamente tracciabili su Rosarno e San Ferdinando, e quello della spesa regionale e nazionale più ampia che li circonda. Ecco una cronologia degli interventi diretti divisa in sei parioridi.

2009, Villaggio della Solidarietà, 2 milioni di euro. Il primo tentativo strutturale arriva subito dopo la rivolta del 2008 che precede quella più nota del 2010 e che l’opinione pubblica dimentica quasi subito. Il ministero dell’Interno stanzia 2 milioni di euro di fondi PON Sicurezza per costruire il Villaggio della Solidarietà nella Betom Medma, ex cementificio confiscato al clan Bellocco. La struttura viene quasi completata, materassi e condizionatori già installati. Nel 2013 un’interdittiva antimafia blocca l’impresa appaltatrice: il cantiere si ferma, l’edificio viene abbandonato, poi saccheggiato e vandalizzato per mesi. Il 19 marzo 2016 viene occupato da famiglie locali con il supporto dichiarato della destra locale, al motto “prima gli italiani”. Il Comune chiede al governo il rifinanziamento e il cambio di destinazione d’uso: arriva mezzo milione di euro, che viene però dirottato sullo smaltimento rifiuti. Solo nel 2021, dopo l’arresto del sindaco di Rosarno per scambio elettorale politico-mafioso, arrivano altri 500.000 euro per il ripristino dell’edificio. La commissione straordinaria, che guida il Comune per due anni dopo lo scioglimento, investe 700.000 euro per ripristinare la struttura: 92 posti letto in 16 unità abitative complete di ogni servizio, arredate, pronte. La gara per la gestione va deserta quattro volte consecutive. Fino all’8 marzo 2024, quindici anni dopo il primo finanziamento, il Villaggio viene finalmente inaugurato e circa cento braccianti trasferiti dai container di Testa dell’Acqua, chiusi dopo tredici anni di operatività “provvisoria”. Il campo container di Rosarno non c’è più. Il Villaggio della Solidarietà esiste. Le palazzine di Serricella sono ancora vuote e nel frattempo vandalizzate. La tendopoli di San Ferdinando è ancora lì.

2010, Palazzine di Serricella, 3,5 milioni di euro. Dopo la rivolta del 2010, la Regione Calabria stanzia 3,5 milioni di euro di fondi europei (POR FESR) per costruire sei palazzine a tre piani con 36 appartamenti in Contrada Serricella a Rosarno, con una convenzione che li vincola esplicitamente all’accoglienza di persone migranti. Gli edifici vengono consegnati nel 2019. Non vengono assegnati ai destinatari: il Comune teme le proteste dei residenti. Nel 2021 arriva il commissariamento per infiltrazioni mafiose: i commissari trovano le palazzine non certificate e non arredate. Nel 2026 sono ancora vuote.

2011-13, Campo container e prima tendopoli, fondi Ministero dell’Interno. Nel febbraio 2011 viene inaugurato il campo container di Testa dell’Acqua a Rosarno: 23 container abitativi per 120 persone, gestito da un’associazione di volontariato con fondi ministeriali. Nel 2013 sorge la prima tendopoli istituzionale nella zona industriale di San Ferdinando: 65 tende per 400 persone. Entrambe le strutture vengono progressivamente abbandonate dai gestori per mancanza di fondi, passando in autogestione alle persone migranti e diventando punto di attrazione per chi non trova altro riparo. È il meccanismo che genera le baraccopoli: le istituzioni montano una struttura emergenziale, smettono di finanziarla, i lavoratori migranti la abitano e la espandono con materiali di scarto.

2016-17, Centro di Taurianova e nuova tendopoli, 1,3 milioni di euro. Nel 2016 viene inaugurato in contrada Donna Livia a Taurianova un Centro polifunzionale per l’inserimento socio-lavorativo degli immigrati, finanziato con circa 650.000 euro dal PON Sicurezza: non entra mai in funzione. Nel 2017 la Regione Calabria costruisce una nuova tendopoli a San Ferdinando – la terza sulla stessa area – con 54 tende per 700 posti, telecamere e mura con grate metalliche: costo tra i 300.000 e i 600.000 euro. La gestione viene affidata ogni tre mesi a una cooperativa diversa a rotazione, per una spesa stimata di circa 14.000 euro al mese.

2019, lo sgombero Salvini: 569.000 euro per tornare al punto di partenza. Nel marzo 2019 il ministro dell’Interno Matteo Salvini ordina la demolizione con le ruspe della baraccopoli di San Ferdinando.il grande insediamento informale cresciuto accanto alla tendopoli ministeriale, dove vivevano circa mille persone. L’operazione: 900 uomini tra forze dell’ordine, vigili del fuoco e militari, due ruspe del Genio dell’Esercito, diciotto pullman. Costo certificato dalla Prefettura di Reggio Calabria: 569.000 euro. Le macerie restano sul posto. Sette mesi dopo Mediterranean Hope stima che smaltirle costerebbe tra i 300.000 e i 500.000 euro aggiuntivi; il Comune calcola che una bonifica completa del suolo richiederebbe 2 milioni: fondi che nessuno trova. Il ministero dell’Interno monta una tendopoli d’emergenza a cento metri dal campo appena demolito. Nel 2026 è ancora lì.

2021-2025 – Tre progetti, tre governi, zero risultati. PNRR, governo Draghi (2021-2022): 10 milioni di euro per la chiusura delle baracche e la costruzione di alloggi veri. Il governo Meloni, insediatosi nell’ottobre 2022, non presenta nessun progetto: il finanziamento viene cancellato. Ecovillaggio San Ferdinando, Regione Calabria (2020-2022): circa 10 milioni di euro di fondi comunitari. Il Consiglio comunale di Gioia Tauro lo boccia nel maggio 2024, votando contro la delibera per il cambio di destinazione d’uso dell’area da industriale a residenziale. Decreto 208/2024, cosiddetto Caivano bis: 10 milioni approvati nel 2025 con scadenza dicembre 2027, destinati prevalentemente a scuole, auditorium e aree verdi — solo in parte alla chiusura della tendopoli. A luglio 2025 i lavori non sono ancora partiti.

La “Relazione sullo stato di attuazione del PNRR” consegnata dal governo al parlamento il 31 dicembre 2025 certifica il fallimento del programma nazionale per il superamento degli insediamenti abusivi in agricoltura: su 200 milioni stanziati per 37 Comuni, ne verranno spesi 24,8, distribuiti tra 11 piccoli centri. Tutti i grandi ghetti calabresi restano fuori. I fondi non spesi non sono rinviati: sono definitivamente persi, perché i termini PNRR sono scaduti.

Il quadro che mancava: la spesa regionale e nazionale

I numeri fin qui elencati riguardano interventi direttamente tracciabili su Rosarno e San Ferdinando. Ma la ricerca Essenziali ma invisibili di Corrado, Caruso e D’Agostino (Università della Calabria, 2022) ha ricostruito il quadro complessivo degli stanziamenti regionali e nazionali per le politiche migratorie in Calabria: dal 2009 al 2013 sono stati mobilitati circa 65 milioni di euro tra fondi statali ed europei. La tabella completa comprende, tra gli altri: il PON Sicurezza 2012 per quasi 19,8 milioni, il POR FESR Calabria per 18,1 milioni, il POR FSE per 3,6 milioni, lo SPRAR per quasi 1,9 milioni. Nel ciclo 2014-2020, si aggiungono i fondi FAMI per l’integrazione, i programmi SU.PR.EME. per il contrasto allo sfruttamento (5,2 milioni di euro per le cinque regioni meridionali), e una serie di progetti regionali per il capacity building delle istituzioni locali.

La ricerca è esplicita sulla resa di tutto questo investimento: «a tali stanziamenti finanziari non corrisponde una reale capacità di attuazione dei progetti, soprattutto nelle aree delle piane agricole calabresi». Non si tratta di fondi mal gestiti da singoli amministratori disonesti, ma di un modello di governance che una funzionaria del Settore politiche sociali della Regione Calabria ha descritto alle ricercatrici senza alcun imbarazzo: «il compito della regione è pubblicare dei bandi, ma poi sono i soggetti che li vincono a doverne garantire l’attuazione». Pubblicare bandi come fine, non come mezzo.

Mentre questo sistema produce carta, nella Piana di Gioia Tauro ci sono 35.000 abitazioni vuote o inutilizzate, di cui 15.000 nella fascia costiera adiacente alla baraccopoli. In tutta la Calabria le case sfitte o abbandonate sono 450.000: il rapporto case vuote/abitanti più alto d’Italia. Non mancano le case. Manca la volontà politica di usarle e di decostruire il bombardamento mediatico razzista che vede “gli stranieri” come nemici, alimentando la paura di affittargli le case.

Francesco Piobbichi, coordinatore di Mediterranean Hope, sintetizza la contraddizione con una frase che vale più di qualsiasi tabella: «Se dopo l’esperienza di Dambe So lo Stato spende tre milioni per un campo, un’esperienza come la nostra sembra quasi un fallimento». Non è un’esagerazione: è la descrizione di un sistema che premia la scala emergenziale e riduce a eccezione tutto ciò che funziona davvero. Le cause, dice Piobbichi, sono due: «La diffusa irresponsabilità della filiera agricola e l’assenza istituzionale di una politica dell’abitare». 

Come affermano Alessandra Corrado e Mariafrancesca D’Agostino: parlare di ‘Modello Rosarno’ è una post-verità da demolire. Non esiste un modello Rosarno. Esiste un ciclo: sgombero, tendopoli, baraccopoli, sgombero, che produce continua visibilità periodica, ma nessuna soluzione. 

L’aggravante più profonda è che, anche se tutti questi interventi fossero stati a costo zero, avrebbero risposto ad uno stesso disegno di razzializzazione spaziale: allontanare, ghettizzare, separare, additare e isolare il “bracciante”, “il nero”, “lo sfruttato” operando per creare una emergenza e un allarme sicurezza permanente. 

Irregolari, vulnerabili, deportabili

Le politiche di immigrazione e asilo producono irregolarità e precarietà; i meccanismi politico-amministrativi che dovrebbero supportare la migrazione stagionale per lavoro pure non funzionano. Ma anche l’amministrazione locale pone ostacoli e le politiche di inclusione abitativa e lavorativa sono inesistenti. 

Giovanni Cordova, attivo nella Piana con Nuvola Rossa APS, mette a fuoco il meccanismo con precisione: «Non è paradossale che la manodopera agricola sia tenuta in quelle condizioni di vita, perché è evidente che serve tenere le persone in uno stato di vulnerabilità e quindi di deportabilità. La precarietà non è un effetto collaterale, ma una funzione del sistema. Un lavoratore irregolare, senza residenza, senza permesso stabile, senza contratto visibile, non può protestare nè sindacalizzarsi. È uno strumento di produzione che non ha diritti da far valere».

A chi conviene l’emergenza eterna

La GDO e l’industria di trasformazione agroalimentare è il soggetto meno nominato nel dibattito pubblico sulla Piana di Gioia Tauro e quello che incide di più sulle sue dinamiche. Sette centesimi al chilo per le arance è un prezzo che non lascia margine all’agricoltore per pagare salari dignitosi né per investire in condizioni abitative decenti per i lavoratori. 

La ‘ndrangheta ha un interesse articolato nel mantenimento dello status quo. Gestisce i caporali e lo sfruttamento nei campi, ma opera anche a un livello più profondo: secondo lo storico Rocco Lentini, la mafia locale era consapevole che, senza i contributi europei all’agricoltura e senza manodopera disponibile, i piccoli coltivatori sarebbero andati in crisi e costretti a cedere le proprietà. Lo sfruttamento dei braccianti è anche un meccanismo di accumulazione fondiaria. La deportazione silenziosa che seguì alla rivolta del 2010 non fu un effetto collaterale degli scontri: per molti osservatori fu una pulizia etnica pilotata, funzionale a eliminare la manodopera diventata scomoda e ad accelerare la pressione sui piccoli produttori.

E poi c’è il sistema di accoglienza emergenziale, che non è certo neutro. Il rapporto Eurispes 2025 documenta che la ‘ndrangheta ha infiltrato ripetutamente i centri di accoglienza italiani attraverso cooperative e società riconducibili ai gruppi criminali. Il modello dei grandi centri gestiti in emergenza privo di trasparenza, affidato con procedure semplificate, privo di rendicontazione pubblica è strutturalmente più permeabile alla criminalità organizzata di qualsiasi sistema di accoglienza diffusa in piccole unità abitative.

«In questo momento storico – continua Francesco Piobbichi – è in corso una guerra tra poveri in cui ci guadagna la GDO. Per questo è il momento di passare dall’accoglienza delle persone migranti a quella dei lavoratori. Per farlo, c’è bisogno di esercizio della responsabilità sociale d’impresa, bisogna mettere una quota su ogni kg di arance prodotte nella Piana. Sono milioni i kg di arance che entrano nel circuito della GDO e ogni anno entrerebbero milioni di euro per le politiche di accoglienza dei lavoratori, che pagherebbe la grande impresa e non la fiscalità generale». Il cambio di prospettiva non è semantico: significa smettere di trattare le persone come un problema di ordine pubblico o di emergenza umanitaria e cominciare a trattarle come soggetti titolari di diritti del lavoro.

Quello che funziona e perché non basta

Nella Piana esistono esperienze che dimostrano la praticabilità di modelli alternativi. È importante nominarle senza trasformarle in retorica dell’eccezione.

Dambe So significa “casa della dignità” in lingua bambara ed è un ex albergo di tre piani nel quartiere Eranova di San Ferdinando, ristrutturato da Mediterranean Hope. Ospita cinquanta persone, affitto a 90 euro al mese, corsi di italiano ogni pomeriggio, autogestione della struttura ed eventi culturali.

Il progetto Campagne Aperte, condotto dal CRIC in partnership con Mediterranean Hope, ha accompagnato, dal 2023 al 2025, circa 90 persone verso un alloggio dignitoso, con Nuvola Rossa e Arci Reggio Calabria ha organizzato diciassette tirocini lavorativi con sei contratti stipulati, realizzato cinque workshop sul diritto del lavoro per 150 persone, distribuito mille giubbotti catarifrangenti cuciti dalla cooperativa di rifugiate di Camini per chi si muove in bicicletta sulle strade buie della Piana. Con Medu ha assistito da un punto di vista sanitario e legale circa 800 persone. Otto persone si sono formate come reporter di comunità. Unical ha realizzato nell’ambito dello stesso progetto una ricerca per una trasformazione agroecologica dell’area metropolitana di Reggio Calabria. 

A Drosi, borgo di ottocento abitanti a pochi chilometri da Gioia Tauro, la Caritas mappa le case sfitte molte abbandonate perché i proprietari sono emigrati e convince i proprietari ad affittarle ai braccianti, facendo da garante. Centocinquanta persone sistemate in trenta abitazioni, con affitti di poche decine di euro al mese.

E ancora: Sos Rosarno aggrega piccoli produttori che scelgono contratti regolari, salari equi e destinano parte del ricavato a risolvere il problema abitativo per i propri dipendenti. La cooperativa Valle del Marro, Libera Terra gestisce terreni confiscati alla ‘ndrangheta, dimostrando che anche in quel territorio è possibile fare agricoltura pulita, anche se i furti e gli incendi dolosi ricordano che chi ci prova paga un prezzo.

Queste esperienze non sono modelli da esportare chiavi in mano, ma prove di fattibilità in un contesto che le contiene senza assorbirle. Il punto è che il sistema che circonda queste esperienze è costruito esattamente per fare in modo che rimangano eccezioni. Un’accoglienza diffusa, capillare, costruita sul recupero del patrimonio edilizio abbandonato e sul rispetto dei diritti del lavoro, non richiede grandi investimenti straordinari, ma volontà politica ordinaria.

La Piana di Gioia Tauro ha delle specificità che uniscono dinamiche economiche e sociali locali e al tempo stesso globali. Non è un’anomalia del paese, ma lo specchio in cui si vede in modo nitido il razzismo sistemico di funzionamento di un’economia che preferisce l’emergenza permanente alla dignità ordinaria: con la prima si guadagna facile consenso basato sulla paura, mentre con la seconda si dimostrerebbe che quella paura non ha motivo di esistere. Noi sappiamo che bisogna cominciare a parlare seriamente di prezzo equo e costruire una vera giustizia agraria per superare la prospettiva umanitaria o i singoli risultati positivi che diventano l’eccezione da esaltare, senza però rivedere il sistema.


Patrizia Riso per CRIC ETS

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