Ben Gvir e Smotrich troppo fascisti anche per Netanyahu

Dal blog https://www.remocontro.it

22 Maggio 2026 Ennio Remondino

Israele: alla vigilia delle elezioni anticipate parte la corsa a disconoscere Ben Gvir. Il quale accentua i peggiori atteggiamenti razzisti a cacci dei voti del peggiore ebraismo. Tutti accettano il voto anticipato, e tutti inseguono gli elettori dello Stato ebraico ormai allo sbando.

Mentre Gad Lerner denuncia, «La trasfigurazione fascista d’Israele è un processo avvertibile prima dal basso che dal vertice delle istituzioni».

Amici impresentabili

«Itamar Ben Gvir? Ha esagerato. Parola di Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele e leader del Likud, ma anche del Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar che hanno criticato, ma senza esagerare, atteggiamento e dichiarazioni del Ministro della Sicurezza Nazionale e leader di Potere Ebraico all’arrivo degli equipaggi fermati della Global Sumud Flotilla. Ma siamo al puro opportunismo. Tutti contro tutti, anche tra i peggiori, per un voto in più. Il Likud nazionalista e conservatore di Netanyahu ha bisogno di smarcarsi dagli estremisti alla sua destra. I partiti al potere che fingono di non essere mai stati assieme. Ben Gvir, fautore della svolta dura contro i palestinesi, della pena di morte per i sospettati palestinesi di terrorismo, di un nazionalismo israeliano incancrenito portato al governo da Netanyahu in cambio del sostegno ai giochi politico-giudiziari del premier e alle sue contro-riforme. E solo ora Netanyahu si accorge dell’uomo a cui ha dato spazio e potere?

Certa politica è marcia ma la società israeliana è malata

«Israele si sta trasformando in uno Stato fascista, alimentato dall’odio interno e dall’impunità dei coloni. Solo una presa di coscienza collettiva e pressioni esterne efficaci possono evitare il collasso democratico», denuncia Lerner. La società israeliana è malata nel profondo, la triste realtà per gli ebrei della diaspora. «Magari bastasse sanzionare il ministro Ben-Gvir, divenuto indispensabile al premier più longevo della storia di un paese intriso di violenza, dal quale sempre più numerosi emigrano quelli che possono e al quale iniziano a voltar le spalle perfino le destre nazionaliste che ne ammiravano la brutalità». Non era un destino segnato, ma sta accadendo. E torniamo alla frase di apertura: «Per quanto sia doloroso ammetterlo, la trasfigurazione fascista d’Israele è un processo avvertibile prima dal basso che dal vertice delle istituzioni»

Israele tribalizzata con l’ennesimo Netanyahu

Israele, rispetto al 2022, le precedenti elezioni politiche, è molto più nazionalista, molto più radicale e molto più ‘tribalizzata’. E le prossime, anticipate o meno, peserà in maniera determinante il giudizio politico sull’operato personale del premier. Mentre i partiti all’esterno, cercheranno di imporre e il proprio scenario politico-economico di un Paese stremato da quattro anni continui di guerra per consolidarsi alle urne. Ne uscirà, certamente, uno Stato ancora meno coeso di quello che lascia Netanyahu oggi. Ma intanto, il ‘Cge fare’, con una consioderazione chiave come premessa: Itamar Ben Gvir è un ben noto fanatico razzista ma il vero problema da affrontare è l’impunità totale di cui gode Israele. Servono sanzionialla Stato che si pertmette di imporre al mondo sinmili governanti.

Ben Gvir e Smotrich braccio armato di Netanyahu

«Nella campagna elettorale israeliana, Ben Gvir e Smotrich sfruttano il risentimento contro l’Europa e la narrativa della guerra perpetua per guadagnare consensi, intensificando l’oppressione dei palestinesi e attaccando le istituzioni internazionali», sottolinea da Gerusalemme Michele Giorgio sul Manifesto. Mentre Yossi Verter su Haaretz ribadisce ciò che sappiamo da tempo. «Benyamin Netanyahu ha bisogno della guerra. Subito. Idealmente su più fronti e il più a lungo possibile, dura e sanguinosa», scrive l’analista israeliano, aggiungendo che il premier punta a elezioni nella data ufficiale del 27 ottobre e non anticipate a settembre. Ha bisogno di una vittoria, vera o presunta, da portare al tavolo della campagna elettorale per provare a confermarsi primo ministro».

‘Botte e abusi sessuali’, racconti shock della Flotilla

Il deputato Carotenuto: ‘Ci pestavano selvaggiamente, c’erano persone con fratture’.  Botte che non hanno risparmiato donne e anziani, catene alle caviglie, umiliazioni e anche abusi sessuali.

Dal racconto degli attivisti della Flotilla rilasciati oggi da Israele emergono i dettagli delle violenze subite dopo l’ultimo abbordaggio delle barche della missione umanitaria diretta a Gaza. “Ci pestavano e ci dicevano ‘Welcome to Israel” racconta, con gli occhi lucidi, il deputato del M5S Dario Carotenuto all’arrivo allo scalo di Fiumicino assieme al giornalista del Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani. Sono loro i primi due italiani ad aver fatto ritorno a casa: gli altri atterreranno in tarda serata negli scali di Roma e Milano Malpensa

“Ci hanno picchiato selvaggiamente tre energumeni – continua -. A un certo punto mi sembrava di non vedere più”. Parla di un container, una “panic room”, in cui venivano spogliati, tenuti al freddo, e pestati. “A me è andata bene e ne sono uscito in piedi – aggiunge -. C’è chi è stato invece portato in infermeria con lesioni interne”. Alcuni sarebbero stati bendati, tutti trattati “come criminali”. “Al pronto soccorso – prosegue – hanno curato persone messe malissimo, anche anziani, ragazze; venti, trenta con fratture ed alcuni con abusi sessuali”.

A fornire altri pesanti particolari il giornalista Alessandro Mantovani rientrato a Roma sullo stesso volo: “Mi hanno tolto i pantaloni col portafoglio e non me li hanno ridati. Poi abbiamo preso botte, ho visto anche donne colpite”. Venivano chiamati tramite un numero identificativo, davanti a “mitra spianati” e sono rimasti “ammanettati e con le catene alle caviglie” fino a quando sono saliti in aereo

Racconti che combaciano con quelli di altri attivisti liberati oggi dal centro di detenzione di Ketziot. Sono stati, infatti, rilasciati tutti i 430 partecipanti alla missione (di diversi Paesi) e sono partiti da Israele a bordo di tre voli charter Turkish. “Nel porto di Ashdod era stato allestito un vero e proprio campo di concentramento, fatto di container e filo spinato” dice Vittorio Sergi, del coordinamento Marche per la Palestina, appena atterrato all’aeroporto di Istanbul. “Venivamo picchiati ogni volta che alzavamo la testa o che provavamo a sederci” aggiunge

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