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23 Maggio 2026 Stefano Baudino
Sono passati 34 anni dalla tremenda esplosione che, in un soleggiato pomeriggio di maggio palermitano, squarciò un lungo tratto di autostrada presso lo svincolo per Capaci, su cui stava transitando l’auto del giudice Giovanni Falcone insieme ai veicoli della sua scorta. Tremendo il bilancio: 5 morti (Falcone e sua moglie, anch’essa magistrato, e i tre uomini della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani) e 23 feriti. Indagini e processi, nel corso dei decenni, hanno approfondito fatti e responsabilità.
Non ci sono dubbi sulla chiara matrice mafiosa dell’attentato, ma sono ormai innumerevoli gli elementi che fanno propendere a ritenere come dietro la strage ci sia stata una compartecipazione – a livello ideativo e probabilmente anche esecutivo – di entità che vanno ben oltre le gerarchie di Cosa Nostra. A questo proposito, ci viene incontro l’imponente ordinanza con cui il Gip di Caltanissetta Graziella Luparello, negli scorsi mesi, ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura nissena in merito all’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi degli anni Novanta, che contiene spunti molto interessanti sullo stato degli atti.
La decisione
Per quanto concerne il piano d’azione mafioso, la stessa giurisprudenza richiamata nel provvedimento descrive un piano stragista che nasce da una decisione originaria degli anni Ottanta (Falcone fu il grande artefice del Maxiprocesso, anche e soprattutto grazie alla sapiente gestione dei “pentiti”), viene confermato in una riunione di fine ’91 e poi ulteriormente consolidato in una serie di riunioni ristrette nel febbraio-marzo 1992.
Tra il 24 febbraio e il 5 marzo 1992, un commando di uomini di Cosa Nostra operò a Roma con il mandato di uccidere Giovanni Falcone, il ministro Martelli (considerato “traditore” perché, dopo che nel 1987 Cosa Nostra decise di votare il PSI alle elezione quale massimo esempio di partito garantista, si rivelò grande sponsor di Falcone, chiamandolo a lavorare come direttore generale degli affari penali al Ministero della Giustizia) e il giornalista Maurizio Costanzo, “reo” di avere attaccato la mafia nelle sue trasmissioni. Il 4 marzo ’92, però, Riina ordinò al mafioso Vincenzo Sinacori, a capo del gruppo salito nella Capitale, di «sospendere tutto» perché «avevano trovato cose più importanti giù» – cioè l’attentato dinamitardo a Capaci.
La revoca della missione romana e la contestuale opzione per una strage di proporzioni militari avvennero nell’arco di una sola settimana. «In quel lasso temporale assai esiguo, Riina non poteva avere effettuato, in maniera solitaria, lo studio di fattibilità dell’attentato di Capaci, perché non ne possedeva le competenze tecniche richieste – scrive Luparello -. Eppure, il predetto aveva maturato la certezza della riuscita dell’attentato, altrimenti non avrebbe revocato la missione romana […]. Occorre a questo punto interrogarsi sulla identità del consigliere di Riina e sulle ragioni della transizione da un modello omicidiario plurimo (per uccidere Falcone, occorreva sterminare il personale di scorta) ad un modello stragista-terroristico».
L’esplosivo
Le consulenze tecniche sull’esplosivo utilizzato a Capaci hanno accertato come la carica fosse costituita prevalentemente da tritolo proveniente da ordigni bellici della Seconda guerra mondiale recuperati in mare; tuttavia, sono state rinvenute anche tracce di T4 (RDX) e – fatto di estrema rilevanza – di pentrite, esplosivo militare di potenza superiore al tritolo, più sensibile agli urti, mai rinvenuto nelle riserve di Cosa Nostra.
La sua presenza non è spiegabile né come mera contaminazione né come componente del Semtex-H (che pure contiene pentrite, ma in percentuali minime del 25%, mentre a Capaci la pentrite risultava aggiunta separatamente). Ciò suggerirebbe dunque un canale di approvvigionamento esterno a Cosa Nostra, di tipo militare. «Gode di una evidente plausibilità l’ipotesi di un rafforzamento della carica di tritolo, utilizzato per l’attentato a Giovanni Falcone, alla moglie e alla sua scorta, mediante uso di pentrite, la cui provenienza potrebbe rimandare anche ad ambienti esterni a Cosa Nostra di tipo militare», scrive Luparello.
La “pista nera”
È documentalmente accertato che Stefano Delle Chiaie, esponente di punta dell’eversione nera, si recò in Sicilia tra il 1991 e il 1993. La “nota Cavallo” dell’ottobre 1992, redatta sulla base di confidenze di Maria Romeo (compagna del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero) riferiva di un incontro tra Delle Chiaie e il boss Mariano Tullio Troia a Palermo nell’aprile 1992, con discussione sul procurarsi esplosivo da una cava di Capaci.
Eppure, scrive la Gip, «assumono connotati inquietanti» sia «l’incredibile evaporazione, negli uffici dell’Arma, di tutto il materiale documentale relativo a Delle Chiaie» sia «il silenzio della Squadra Mobile di Palermo sulla presenza dello stesso in Sicilia nel dicembre 1991». «La relazione di servizio a firma del capitano Cavallo – evidenzia Luparello – fu da questi trasmessa alle Procure di Palermo e Caltanissetta per i profili di rispettiva competenza; gli approfondimenti sul punto hanno anche in tal caso fatto emergere delle gravi anomalie con la conseguenza che, anche in tali casi, nessuna indagine è stata svolta sul contenuto della stessa».
C’è un altro personaggio della destra eversiva, Paolo Bellini – recentemente condannato all’ergastolo per la strage di Bologna – che aleggia su questo pezzo di storia. Egli si recò infatti più volte in Sicilia nel 1991-1992, incontrando ripetutamente Antonino Gioè, esponente di Cosa Nostra. Come evidenziato da alcuni collaboratori di giustizia, i due ebbero intense interlocuzioni in merito alla prospettiva di veicolare la strategia stragista «nel continente» (piano che trovò effettivi sbocchi nelle bombe di Firenze, Milano e Roma, che fecero 10 morti e centinaia di feriti, nella primavera-estate del 1993).
Nei suoi primi interrogatori del 1997, Bellini riferì che l’11 luglio 1992 – a soli dieci giorni dal primo interrogatorio di Gaspare Mutolo – il boss Antonino Gioè gli confidò le sue preoccupazioni per quella collaborazione. Un dettaglio inquietante: Mutolo si era pentito solo il 1° luglio e la notizia era coperta da segreto istruttorio, eppure Gioè, ai vertici di Cosa Nostra, ne era già a conoscenza.
Come dimostrano i contenuti delle audizioni tenute in Commissione Antimafia e i suoi diari personali, prima di morire Falcone aveva indagato sulla “pista nera” dietro all’omicidio di Piersanti Mattarella – il magistrato era convinto che a uccidere l’allora governatore della Sicilia fosse stato Giusva Fioravanti, condannato come esecutore della strage di Bologna – e sulle connessioni tra la struttura paramilitare Gladio e i cosiddetti “delitti politici”. In seguito al fallito attentato subito all’Addaura nel 1989, Falcone parlò espressamente di «menti raffinatissime» dietro alla sua pianificazione.
I velivoli
Nell’ordinanza, la gip affronta una questione spinosa, inerente i velivoli avvistati nei pressi di Capaci il pomeriggio della strage. Dalle consulenze tecniche del processo “Capaci 1” emerge che due distinti corpi mobili furono rilevati: il primo, tra le 16.30 e le 16.44, corrisponderebbe al velivolo pilotato dal giovane incensurato Marco Noto (decollato dall’Aeroclub di Boccadifalco); il secondo, tra le 17.51 e le 17.57 (un minuto prima dell’esplosione), sarebbe partito da Punta Raisi e si sarebbe mosso a velocità compatibile con un aeromobile leggero, anche se i tecnici non escludono che possa trattarsi di un mezzo a terra. Il teste Antonio Troiano dichiarò di aver visto un piccolo aereo girare più volte sulla zona e allontanarsi subito dopo il boato.
Luparello osserva che non è chiaro se si tratti dello stesso velivolo di Noto (che smise di emettere segnali radar alle 16.44) o di un secondo apparecchio, eventualmente con transponder spento. Al momento mancano ovviamente i riscontri, ma la gip non esclude che Paolo Bellini, ex aviere con legami con servizi segreti deviati e probabilmente legato a Gladio, possa essere stato il pilota di quel velivolo. Per questo dispone accertamenti: escutere Marco Noto, acquisire la documentazione dei voli da Boccadifalco (ore 14-19) e, se emergesse un secondo velivolo, verificare se si tratti dell’ultraleggero in dotazione al Centro Scorpione di Gladio a Trapani, mezzo ideale per eludere i radar.
Manipolazioni e presenze femminili
È accertato che dopo la strage di Capaci qualcuno entrò nell’ufficio di Falcone al Ministero (nonostante i sigilli) e cancellò o modificò file, tra cui quello “Orlando.bak” contenente appunti difensivi per il CSM, presenti nei suoi dispositivi digitali. Non si conoscono le identità dei responsabili, né se l’accesso fu facilitato da complicità interne.
«Sebbene in atto non si posseggano elementi per arrivare alla identificazione certa dei soggetti che si resero protagonisti delle descritte manipolazioni degli strumenti elettronici ed informatici – scrive la gip Luparello – […] tale circostanza non può non evocare il rinvenimento, a breve distanza dal cratere di Capaci, creato dall’esplosione, di guanti in lattice con tracce di DNA femminile, difficilmente riconducibile ad appartenenti a Cosa Nostra, atteso che nessuno dei collaboratori di giustizia ha mai accennato alla partecipazione, nella ideazione od esecuzione della strage, di componenti di sesso femminile».
Si tratta forse delle stesse donne che, nel 1993, sono state viste sui luoghi delle stragi di Firenze e Milano, per poi evaporare nel nulla?

Stefano Baudino
Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.