Se persino le armi sono sostenibili

Dal blog https://comune-info.net/

Paolo Cacciari 02 Giugno 2026

Dopo una vita stentata è calata una pietra tombale sulla sostenibilità. A mettercela è stata direttamente la Commissione europea con una “Commission Notice”, pubblicata già il 30.12.2025 sul Official Journal (l’equivalente della Gazzetta Ufficiale), concernente la valutazione degli investimenti nel settore della difesa nel quadro di riferimento per la finanza sostenibile e della Direttiva sulla Due Diligence (CSDDD) per la valutazione degli affari economici1.

La comunicazione della Commissione fornisce le linee guida sulle tipologie di investimento nella difesa che rientrano nel quadro di finanza sostenibile (Regolamento Ue sull’informativa di sostenibilità nel settore dei servizi finanziari, SFDR, soggetti al controllo della Autorità europea dei mercati finanziari, ESMA).

Concretamente, per uscire dal labirinto normativo dell’Ue, la Notice stabilisce che gli investimenti e le attività delle imprese nel settore della difesa sono considerati compatibili con le norme sulla sostenibilità, ad esclusione solo delle “armi controversi”, cioè quelle già proibite dalle convenzioni internazionali: bombe a grappolo, mine antiuomo, armi biologiche, laser accecanti2.

La raccolta del risparmio e il credito bancario per finanziare le industrie che producono tutti gli altri sistemi d’arma (nucleari comprese) sono ritenuti in linea con i criteri ambientali, sociali e della buona governare (ESG, Evironmental, Social, Governance3).

Si sono così bruscamente chiusi anni di vivaci discussioni su quali dovessero essere i parametri da rispettare per poter definire cosa è “sostenibile”. Questione per la quale è nata persino una disciplina accademica, la “Sustainability science”4. Se le armi posso intestarsi questo merito reputazionale figuriamoci se non lo può fare qualsiasi altro prodotto immesso sul mercato. Si troverà sempre una qualche utilità superiore per giustificare la sua produzione.

Le mani sui risparmi privati e sui bilanci pubblici

A dire il vero le normative europee sulla “tassonomia verde” (Regolamento UE 2020/852 per la classificazione delle attività economiche utili alla “ecosostenibilità” e alla lotta al cambiamento climatico) erano già state ampiamente compromesse dall’inserimento delle filiere produttive del gas e dell’energia nucleare.

Anche allora complice della decisione era stata la guerra (l’invasione della Federazione russa in Ucraina) e la necessità di garantire approvvigionamenti energetici in Europa anche senza il gas russo. Ma con l’inclusione delle armi pare proprio che sia crollata alla base la traballante impalcatura su cui regge il concetto stesso di sostenibilità.

Ed è un vero peccato, poiché come vedremo più avanti, pure con tutte le sue ambiguità, distorsioni e faziose distorsioni, per più di cinquant’anni il principio di sostenibilità ci ha aiutato in molte battaglie ambientaliste, perlomeno per smascherare il greenwashing.

Con quest’ultimo colpo di mano il termine sostenibilità ha subito un rovesciamento completo di senso. È lo stesso destino capitato a molti altri vocaboli, come: libertà nelle mani dei liberisti, sviluppo contabilizzato nei bilanci delle multinazionali, benessere ridotto a benavere, lavoro subalternizzato al profitto, cura appaltata al Terzo settore, comunità confinata nelle identità etniche, democrazia sequestrata dai partiti, giustizia delegata ai tribunali, vita separata dalle vite reali delle persone.

Illich le chiamava parole ameba, altri pensatori le hanno chiamate parole caucciù. Ora, anche sostenibilità è stata fagocitata e conquistata dai suoi nemici.

Era da tempo che i ministri della difesa dell’Unione Europea, riuniti nel board dell’Agenzia europea della difesa, chiedevano di liberare dal marchio d’infamia gli investimenti in aziende collegate alla produzione di armi. Se la guerra non è più un disvalore – anzi, un dovere morale – le armi sono il necessario complemento.

Il ministro per la Difesa del Regno Unito, Grant Shapps, ha detto: «Non c’è nulla di poco etico nel sostenere l’industria degli armamenti, che ci permette di difendere il nostro stile di vita, soprattutto in questo periodo di incertezza globale» (Valori.it 05.12.2023).

Anche il ministro dell’Economia francese Eric Lombard, afferma che finanziare l’industria bellica è un «atto responsabile», in perfetto allineamento con i principi Esg (Maurizio Bongioanni, Investimenti “sostenibili” nelle armi: il nuovo paradosso europeo, Valori 08.04.2025). Difficile dare torto a questi signori, non c’è incoerenza in loro, poiché sono stati i parlamenti europei a proclamare il superiore interesse pubblico del riarmo, della deterrenza proattiva e della “prontezza” nell’entrare in guerra contro i “pericoli esistenziali” che minaccerebbero la civiltà, la prosperità, la religione cristiana.

Già il Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea – vero documento programmatico del secondo mandato della Commissione Von der Leyen – c’era scritto che «l’accesso ai finanziamenti [per la difesa] è spesso ostacolato dall’interpretazione data dalle istituzioni finanziarie ai quadri di riferimento dell’Ue per la finanza sostenibile e ai quadri di riferimento ambientali, sociali e di governance (Esg)».

È noto che il piano Rearm Europe della Commissione europea5 è alla ricerca di canali di finanziamento per 800 miliardi, più quelli che saranno necessari per rimpiazzare il disimpegno degli Usa dal fianco est della Nato. Servono fondi pubblici e risparmi privati6.

È giunto il momento di fondere le campane per fare cannoni e di donare oro alla Patria. Il generale Vannaci non emerge dal nulla.

In questo contesto non c’è azione più etica che stornare denari pubblici dalle spese sociali agli armamenti e garantire ottime remunerazioni agli investimenti privati nelle industrie delle armi, lo certificano gli utili da capogiro che sta realizzando il settore. Le industrie del settore fatturano ogni anno la ragguardevole cifra di 5mila miliardi di dollari. Se la guerra è considerata giusta dalle pubbliche autorità legittimate dalla sovranità popolare, allora finanziarla e prendervi parte (vedi le varie iniziative che si aggirano sull’Europa per rendere più o meno obbligatoria la leva militare) può apparire non solo necessario, ma glorioso.

A fronte di tale stringete ragionamento diventa inutile la disputa scientifica su ciò che è o non è sostenibile. Ci sarà sempre un fine d’interesse superiore che giustifica l’impiego di qualsiasi mezzo necessario a raggiungerlo. Schiere di esperti, di negoziatori, di legulei e rispettive commissioni di valutazione, tavoli di confronto, forum tra stakeholder e “dibattiti pubblici” vengono scavalcati d’un sol colpo.

La decisione politica torna ad essere puro comando, le tecnocrazie si adeguano, la infinita produzione di trattati, codici e regolamenti evapora. Se il diritto internazionale è diventato un orpello nelle dispute tra gli stati, figuriamoci che fine fanno le specifiche tecniche sulla sostenibilità Esg dei prodotti7.

La nuova frontiera degli investimenti sostenibili sono le armi. Secondo i dati di Morningstar citati dalla testata francese Les Echos, i fondi sostenibili definiti come tali negli articoli 8 e 9 della regolamentazione Ue (Regolamento SFDR e il piano d’azione per la finanza sostenibile8) gestiscono oltre 6.100 miliardi di euro. Pari al 60% del totale degli asset europei.

Una cifra enorme su cui l’industria della difesa ha puntato gli occhi per finanziare il piano Rearm Europe. Infatti, i fondi denominati Esg finora sono entrati per pochissimi denari nei portafogli dei settori aerospaziale e della difesa. Thomas Jusquame, (già citato nella nota n.1) rende noto che un consorzio di giornalisti ha recentemente rilevato che «tra il 2021 e il 2023, 120 miliardi di euro provenienti dai fondi “verdi” delle banche sono stati investiti nella produzione di armamenti».

La finanza sostenibile screditata

Come è potuto accadere che anche il principio della sostenibilità sia fagocitato dal furore bellico?

Dove abbiamo sbagliato? Forse, nell’esserci illusi che la sostenibilità delle attività umane potesse realizzarsi per via normativa, a prescindere da una preliminare condivisione profonda, sostanziale di ciò che è etico e di ciò che non lo è.

La sostenibilità, come la pace e molti altri bei principi, non basta scriverli nelle costituzioni bisogna che entrino nella testa e nel cuore delle persone.

Si possono costruire carrarmati rispettando i diritti dei lavoratori e completamente riciclabili, forse, anche bombe “eco”, ma una guerra non sarà mai sostenibile9.

Le tassonomie che classificano ciò che è sostenibile vengono dopo aver definito cosa è bene e cosa è male. Se non sono chiari i principi morali dell’agire umano si troveranno sempre delle giustificazioni per agire in deroga.

C’è una straordinaria frase di papa Bergoglio che ammoniva contro la filantropia compensativa: «Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto piantano alberi, per compensare parte del danno arrecato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è ipocrisia!».

Più avanti precisava: «Il capitalismo conosce la filantropia non la comunione»10. Con buona pace di quanti in questi anni hanno tentato di far riconosce e istituzionalizzare la finanza sostenibile, pesino “etica”.

Ricordo che l’economista Enrico Giovannini, ministro con Letta e Draghi fece una campagna per iscrivere nella Costituzione il lemma “sviluppo sostenibile”.

Lo stesso Giovannini è il principale promotore di una Alleanza di successo tra le imprese (ASviS) per lo Sviluppo Sostenibile, ossia per una “crescita verde”. Dal canto loro anche le banche e gli istituti finanziari si sono dati da fare con il Forum per la Finanza sostenibile.

Il suo principale promotore e direttore generale, Francesco Bicciato, ci ricorda che sulla sostenibilità degli investimenti in armi è in corso un dibattito tra gli operatori: «Ci teniamo a sottolineare che la finanza sostenibile si fonda sull’integrazione tra i fattori economici e quelli ambientali e sociali. Secondo questa logica, gli investimenti in armi non ci sembra possano essere considerati sostenibili»11.

Andrea Baranes, già presidente della Fondazione Finanza Etica e del Consiglio di Amministrazione di Banca Etica, ha lanciato un invito: «Forse occorre fermarsi solo un attimo. Sono oltre due secoli che la definizione di finanza sostenibile si fonda sull’esclusione dell’industria delle armi. Già nel XVIII secolo alcuni fondi religiosi negli Stati Uniti decidono di non investire nelle “azioni del peccato”.

Tra i primi, la comunità protestante dei quaccheri che esclude in particolare due settori: le industrie implicate nella tratta degli schiavi e quelle legate alla guerra (…) È sempre stato così. Fino a ieri. Da oggi, anche un fondo che investe in armi può essere sostenibile (…) La sostenibilità diventa “un ostacolo”. Siamo oltre la soglia del ridicolo» (Andrea Baranes, La fine della sostenibilità. L’Unione europea ha autorizzato il primo fondo “sostenibile” che investe in armi, svuotando di significato l’idea stessa di finanza sostenibile, Valori, 21.10.2025).

Il principio di sostenibilità va preso sul serio

Ora che l’Ue è riuscita a purificare pure le armi e fagocitare il principio di solidarietà, cosa ci rimane? Nulla, poiché la nozione di sostenibilità è davvero cruciale per riuscire ad orientare i comportamenti umani. Dobbiamo quindi difendere in tutti i modi i parametri logici ed etici della sostenibilità.

Il concetto viene dalle scienze naturali e indica la capacità della biosfera (e di ogni singolo ecosistema capace di autoregolarsi e di evolvere spontaneamente) di sopportare perturbazioni e impatti diretti o indiretti che vengono da attività esterne senza compromettere le sue caratteristiche e funzioni. Carring capacity, nei manuali di ecologia.

Avere cognizione dei limiti di tollerabilità del sistema Terra (Gaia, nella bella immagine di un unico grande macrorganismo vitale) e dei suoi sottosistemi – “catena della vita”, la chiama Fritjof Capra -, significa quindi prendere coscienza della rete di relazioni che legano il mondo naturale e noi – l’umanità – con lui. Omnia coexa sunt. Lo sapevano già gli antichi. Sostenibilità, persistenza, equilibrio, armonia, integrazione… diventano così i parametri di riferimento per ogni attività umana.

Le regole auree della convivenza. Il concetto di sostenibilità abbraccia tutti i campi dell’agire umano. Quello più propriamente analitico della conoscenza scientifica dei “limiti planetari” all’interno dei quali è possibile salvaguardare la rigenerazione delle forme di vita – perlomeno non danneggiarle. Quello normativo, politico-istituzionale che stabilisce i codici sociali e gli strumenti di regolamentazione nell’uso delle risorse naturali.

Ma, prima di tutto, la sostenibilità abbraccia i criteri etici che presidiano il modo di concepire il mondo e le relazioni fra gli esseri umani e l’intero vivente.

Senza questo codice universale morale sarà difficile che le comunità e i singoli individui riescano ad assumersi la responsabilità politica collettiva della salvaguardia della buona vita del e nel pianeta. La nostra civiltà moderna occidentale è figlia di concezioni utilitaristiche, antropocentriche, prometeiche. Pensiamo ed agiamo come se non ci fossero limiti nelle possibilità di estrarre materie ed energie dalla Terra.

Pensiamo di poter dominare a nostro piacimento le forze della natura. Abbiamo trasformato le scoperte scientifiche in feticci tecnologici. Ignoriamo i segnali di stress (le retroazioni negative) che gli ecosistemi ci trasmettono. Estinzioni di massa delle specie viventi, inquinamenti d’ogni tipo, surriscaldamento climatico, pandemie, riduzione della fertilità maschile e innumerevoli altri “tipping point” ci dicono che stiamo erodendo le basi naturali che sostengono – appunto! – ogni attività umana.

Il fallimento degli obiettivi dello Sviluppo sostenibile

I movimenti ecologisti sono sorti all’indomani della catastrofe della Seconda guerra mondiale per denunciare le conseguenze di un modello di crescita economica e tecnologica fuori controllo. Fall out nucleare, inquinamento chimico, devastazione degli habitat naturali sono sotto gli occhi di tutti. Ad un certo punto sembrava che i potenti della Terra dessero ascolto alle popolazioni e agli scienziati12.

Si comincia a pensare che lo “sviluppo” delle forze produttive dovesse essere in qualche modo tenuto sotto controllo. All’inizio viene proposto di usare il concetto di “eco-sviluppo”, ma ad alcuni sembrò troppo vincolate e con il rapporto Rapporto Brundtland del 1987 fu adottato definitivamente il lemma “sviluppo sostenibile”13.

L’idea che sta alla base è provare ad addomesticare la crescita economica, imbrigliandola in traiettorie di lungo periodo e di controllo sociale.

Lo sviluppo continua ad essere l’alfa e l’omega delle politiche governative, di destra e di sinistra, ma deve essere subordinato al raggiungimento di obiettivi di pubblica utilità.

Gli Obiettivi del Millennio (2000) e poi i famosi Goals dell’Agenda 2030 (SDGs) adottati dalle Nazioni Unite il 25 settembre 2015, sottoscritti da 193 stati costituiscono un corpus programmatico e normativo di enorme portata: 17 obiettivi principali, articolati in 169 target specifici e 240 indicatori.

A meno di quattro anni dalla data di scadenza, scopriamo che quegli ambiziosi progetti di autoriforma dell’attuale sistema socioeconomico sono di fatto falliti. I report dell’Onu, ma anche quelli a scala locale elaborati dall’ASviS, segnalano ritardi che, con lo scoppio delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, diventano incolmabili.

La spesa militare globale ha raggiunto il livello record di oltre 2.700 miliardi di dollari, con un trend in crescita che, se confermato, porterebbe a raggiungere livelli compresi tra 4.700 e 6.600 miliardi di dollari entro il 2035, una cifra equivalente a quattro-cinque volte quella registrata alla fine della Guerra Fredda.

Risultato: solo il 18% dei Target è in linea con l’obiettivo del 2030, per il 17% sta compiendo progressi moderati, per il 31% miglioramenti marginali o assenti, per il 17% è in stagnazione e nel 18% dei casi si osserva un regresso rispetto a dieci anni fa. Da tener presente che i risultati maggiori si sono registrati in Cina, che non mi pare stia rispettando i criteri di governance cari agli occidentali.

Sull’ambiente i dati sono drammatici.

Prendiamo il Goal 12, quello sul “consumo e sulle produzioni responsabili”. Tra il 2015 e il 2022 il consumo interno di materiali ha superato il ritmo di crescita della popolazione, aumentando del 23,3% e passando da 92,1 a 113,6 miliardi di tonnellate, mentre il consumo pro-capite è cresciuto del 14,8%, passando da 12,4 a 14,2 tonnellate pro capite.

L’idea dello sviluppo sostenibile si basava sulle capacità delle imprese di innovare gli apparati produttivi con il decoupling, la separazione tra l’aumento del valore monetario del volume delle merci e dei servizi e la diminuzione dei flussi di materiali necessari a produrli. Risultato, fallimento su tutti e due i versanti: tramonto dell’era dello sviluppo (“stagnazione secolare” negli indici di aumento del Pil) e sfondamento dei limiti biogeofisici del pianeta.

La strategia dello sviluppo sostenibile paga ambiguità semantiche (la sovrapposizione di crescita e sviluppo), illusioni ideologiche (la marea che cresce aiuterebbe tutte le barche ad uscire dal porto), soprattutto, difetti strutturali: le logiche di sviluppo capitaliste non sono correggibili agendo con gli strumenti del mercato.

La logica di valorizzazione e accumulazione del capitale ha bisogno di un incessante processo di accelerazione dei cicli di produzione e di consumo.

Fattori produttivi e merci, estrazione di risorse naturali e produzione di scarti e rifiuti procedono più o meno appaiati, ma nella stessa direzione. Qualche cosa si potrà riciclare (economia circolare), qualche cosa si potrà efficientare (nuove tecnologie green), qualche cosa si potrà evitare di sprecare (sobrietà), qualche cosa potrà essere persino eco, ma fino a che i modi produttivi e le relazioni sociali saranno dominati dalle logiche di mercato non si potrà mai realizzare una integrazione equilibrata, armoniosa tra ecologia ed economia, tra attività antropiche e biosfera.

Ha scritto Edgar Morin:

«Potrà svilupparsi un capitalismo ecologico che fabbrichi e venda il non-inquinante, il sano, il rigenerante (…) tuttavia il problema ecologico ci obbliga prendere in considerazione la struttura della vita e della società umana (…) Abbiamo bisogno di una bio-antropologia, di una ecologia generalizzata» (L’anno I dell’era ecologica, Armando editore, 2007).

La crisi sistemica, multifattoriale e multidimensionale, in cui sono precipitate le società occidentali obbligano a una scelta. Non sembrano esserci più molti margini di accomodamento tra sviluppo e preservazione delle capacità rigenerative della biosfera, dei supporti vitali che ci offre il Sistema Terra.

La sostenibilità va quindi presa sul serio, integralmente, come vincolo e come guida, in tutte le sue dimensioni: analitico-scientifiche, razionali (la carring capacity), normative (le politiche pubbliche, le strumentazioni) e, prima di tutto, etiche. Quelle cioè che chiamano in causa la consapevolezza e la responsabilità. La più bella definizione di sostenibilità è probabilmente quella che ci dette Hans Jonas nel lontano 1979, Il principio responsabilità:

«Agisci in modo tale che le conseguenze delle tue azioni siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra».


1 Official Journal of the European Union, COMMISSION NOTICE on the application of the sustainable finance framework and the Corporate Sustainability Due Diligence Directive to the defence sector./2025/4950. La notizia è stata commentata dal giornalista Thomas Jusquame, Oh Dio! Quanto è bella la guerra,

Le Monde Diplonatique, maggio 2026: «La Commissione europea ha stabilito che “la finanza sostenibile dell’Unione Europea è compatibile con gli investimenti nel settore della difesa”. Così alcune armi nucleari, armi incendiarie e munizioni all’uranio impoverito sono diventate ammissibili tra gli investimenti “etici” allo stesso titolo dei carri armati, dei cannoni, degli aerei da combattimento, dei proiettili e dei software di sorveglianza (…) Questi investimenti, gestiti secondo criteri ambientali, sociali e di governance [ESG] sono ritenuti legati allo sviluppo sostenibile».

Vedi anche Alessandro Bonini ed Elisa Campisi, L’Ue annacqua la finanza sostenibile: ok anche alle armi nucleari, Avvenire del 24 gennaio 2026. «Una bomba atomica può essere considerata un investimento sostenibile? Per quanto possa sembrare incredibile, per le regole europee sulla finanza Esg (cioè gli investimenti che rispettano criteri ambientali, sociali e di governance) la risposta, sorprendente, è “sì”».

Sull’argomento ha scritto anche Luca Pisapia, I parametri Esg, l’ennesima vittima delle guerre, in Valori 14.11.2023: «Una vittima delle guerre in corso è l’idea stessa che sia possibile costruire una forma di capitalismo etico. La scomparsa dell’etica negli investimenti finanziari resta una vittima, o se preferite un effetto collaterale, delle guerre». 

E anche Simone Siliani, «In fumo anni di lavoro sulle regole per la finanza sostenibile», Valori, 28.01.2026.

2 Scrive Maurizio Bongioanni «Il regolamento Sfrd (Sustainable finance disclosure regulation) (…). Non dice nulla, quindi, sulle armi convenzionali» (Valori 08.04.2025). Ciò che viene chiesto è solo una informazione “trasparente”.

3 In realtà l’Unione Europea ha prodotto delle normative solo sulla sostenibilità ambientale, sulla base di classificazioni (“tassonomie”) delle attività finalizzate alla mitigazione degli impatti antropici sui sistemi naturali, all’adattamento degli insediamenti umani alle nuove condizioni climatiche, al recupero e al riciclo dei materiali, alla conversione energetica, tutti con il vincolo di non danneggiare significativamente nessuna matrice naturale. Sugli altri criteri (Social e Governance) c’è traccia di numerosi studi e gruppi di lavoro, ma non risulta ancora nessuna proposta della Commissione.

4 Vedi: Revisiting the sustainability science agenda, di Mesfin Sahle et altri in IGES e IR3S 2025.

5 ReArm Europe (Riarmare l’Europa), ribattezzato “Readiness 2030”, proposto dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, è stato approvato dal Parlamento europeo il 12 marzo 2025 con l’obiettivo di investire fino a 800 miliardi di euro per rafforzare l’infrastruttura di difesa europea.

6 Ha scritto Andrea Baranes che sia la finanza pubblica che quella privata sono impegnate a «convogliare i 10mila miliardi di euro che i cittadini europei detengono sui loro conti correnti bancari verso investimenti finanziari (…) Ogni risorsa disponibile deve essere impiegata. Anche quelle che esplicitamente chiedono di non farlo. Su questo fronte si lavora alla direttiva Saving and Investment Union». Andrea Baranes, La fine della sostenibilità. L’Unione europea ha autorizzato il primo fondo “sostenibile” che investe in armi, svuotando di significato l’idea stessa di finanza sostenibile, Valori 21.10.2025.

7 Mi riferisco alla Direttiva sul reporting di sostenibilità (Csrd) che impone alle imprese di fare un’analisi degli impatti ambientali e sociali del loro business.

8 Pierangela Peruzzo, La finanza sostenibile e i fondi di investimento classificati Art.8 e Art.9 secondo il Regolamento SFDR, https://unitesi.unive.it/handle/20.500.14247/13488

9 Secondo la Direttiva sulla Due Diligence (CSDDD) anche le aziende deli sistemi d’arma sono tenute a mappare e mitigare i potenziali impatti negativi delle proprie linee produttive sui diritti umani e sull’ambiente.

10 Udienza con il movimento dell’Economia di Comunione, 4 febbraio 2017. I riferimenti di papa Francesco all’industria delle armi sono stati frequentissimi, ad esempio: «È terribile “guadagnare con la morte”, ma “purtroppo oggi gli investimenti che danno più reddito sono le fabbriche delle armi”», Avvenire, 2 maggio 2024.

11 In Alessandro Bonini ed Elisa Campisi, L’Ue annacqua la finanza sostenibile: ok anche alle armi nucleari, Avvenire del 24 gennaio 2026.

12 Qui una mini-cronologia: 1969 negli Stati Uniti, il 31 dicembre, il Congresso vara il “National Environmental Policy Act” (Nepa); nel 1970 viene istituita l’EPA, l’Agenzia modello nella protezione dell’ambiente; il 22 aprile 1970 viene celebrato l’Earth-Day, sotto l’egida delle Nazioni Unite; nel 1971 viene firmata la Convenzione Ramsar (uccelli); nel

1972 viene pubblicato il Rapporto del MIT sui “limiti dello sviluppo” commissionato dal “Club di Roma”; nel 1972 a Stoccolma il Summit sull’ambiente dell’uomo con la “Dichiarazione” delle Nazioni Unite; nel 1987 viene scritto il Rapporto Brundtland WCED in preparazione del Summit della Terra che si svolgerà a Rio de Janeiro nel 1992; nel 1988 nascono l’Organizzazione meteorologica mondiale (World Meteorological Organization, WMO) ,il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (United Nations Environment-Programme, UNEP) e il Gruppo di esperti intergovernativo sul cambiamento climatico Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC).

13 Questa la definizione classica: «Lo sviluppo è sostenibile se soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri bisogni».


Testo preparato per il modulo su “Sostenibilità: origine ed evoluzione”, nell’ambito del Progetto formativo “Commercio 4.0 Etico e Sostenibile”, dell’Azienda cooperativa Filò – BDES, promosso a Martellago (Venezia) il 20 maggio 2026

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.