Da una email del prof. Enoturi
Carlo A. Bachschmidt https://www.linkedin.com/pulse/chi-controlla-il-cervello-della-smart-city-carlo-a-bachschmidt-h9zsf?fbclid=IwY2xjawSScXpleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETByY1h3clo5S1NlZ1FxVW9Tc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHhBcj9Jm9VegNwDYsNhapcqoa4fHNEFISC4dGlHmzEfhl_G_s1DJ0y-7MeRe_aem_gq4BwJH72LLr0y5xVTaggA
Quali dati sono stati utilizzati? Con quali autorizzazioni? Quali benefici riceve la collettività in cambio dell’utilizzo di un patrimonio informativo prodotto nello spazio pubblico? In alcuni documenti relativi alle piattaforme di gestione cittadina si legge che «la tecnologia e la piattaforma saranno ospitati nel Data Center gestito da Liguria Digitale e tutta l’infrastruttura hardware e software resterà di proprietà della città».
Genova è diventata uno dei primi laboratori europei per l’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale applicati alla gestione del traffico urbano. Un progetto sviluppato da Milestone Systems e NVIDIA che, secondo le dichiarazioni delle aziende coinvolte, ha utilizzato dati provenienti dalla città per addestrare un nuovo modello europeo di Vision AI.
A prima vista potrebbe sembrare una garanzia rassicurante. I dati restano a Genova, l’infrastruttura appartiene al Comune, il sistema è ospitato in una struttura pubblica. Fine della discussione. Ma è davvero così?
Possedere i server non significa necessariamente controllare il software. Possedere le telecamere non significa necessariamente controllare gli algoritmi che interpretano ciò che le telecamere vedono. In una Smart City il valore non risiede soltanto nell’infrastruttura fisica, ma soprattutto nei modelli matematici che elaborano i dati, nei software che li analizzano, nelle piattaforme che li organizzano e nelle regole che ne consentono l’utilizzo.
Un’amministrazione può essere proprietaria delle telecamere, dei server e perfino delle banche dati; tuttavia, se gli algoritmi che elaborano le informazioni sono sviluppati da soggetti esterni, se il codice sorgente non è accessibile, se gli aggiornamenti dipendono da fornitori privati e se la logica decisionale dei sistemi rimane opaca, il controllo effettivo dell’infrastruttura diventa molto più difficile da definire.
Una telecamera installata a un incrocio non registra soltanto il passaggio di un’automobile. Può contribuire a costruire modelli del traffico, individuare comportamenti ricorrenti, prevedere congestionamenti, suggerire interventi sulla mobilità e orientare le politiche urbane future. Lo stesso dato può assumere significati diversi a seconda di chi lo interpreta e degli strumenti utilizzati per farlo.
È qui che la metafora utilizzata dall’assessora Rita Bruzzone diventa particolarmente interessante. Se la videosorveglianza è il sistema nervoso della città, allora è inevitabile chiedersi dove si trovi il cervello che interpreta i segnali raccolti dai sensori disseminati sul territorio. È il Comune, Liguria Digitale, le aziende che forniscono software e piattaforme, o una combinazione di soggetti pubblici e privati?
E ancora, chi decide quali dati siano rilevanti? Chi definisce le categorie attraverso cui leggere la realtà urbana? Chi stabilisce quali fenomeni debbano essere monitorati e/o previsti?
Negli ultimi anni Genova ha investito risorse ingenti nella costruzione di migliaia di telecamere, reti di sensori, piattaforme integrate per la gestione dei servizi pubblici e progetti di intelligenza artificiale applicata alla mobilità e al territorio. Questa trasformazione viene spesso presentata come un processo inevitabile, ma non lo è affatto.
Ogni scelta tecnologica rappresenta la visione della città, decide quali problemi meritano attenzione, quali comportamenti devono essere osservati, quali dati devono essere raccolti e quali obiettivi devono essere perseguiti. Per questo la questione non può essere ridotta alla sola tutela della cd. privacy.
Riguarda la sovranità sui dati pubblici, la trasparenza degli algoritmi, il controllo democratico delle infrastrutture digitali e la possibilità per i cittadini di comprendere come vengono prese decisioni che incidono sulla loro vita quotidiana. Quando una città affida una parte crescente della propria capacità di osservazione e interpretazione a sistemi automatizzati, diventa essenziale sapere chi governa quei sistemi.
Quali algoritmi vengono utilizzati? Esistono valutazioni pubbliche sui loro effetti? Chi può accedere ai dati? Per quanto tempo vengono conservati? Quali soggetti possono utilizzarli per attività di sviluppo o addestramento di nuove tecnologie?
Sono interrogativi che riguardano ogni cittadino che vive e lavora in città. Forse una città maintelligente si misura dalla capacità di rendere trasparente il modo in cui quei dati vengono utilizzati, da chi vengono governati e a beneficio di chi. Perché una delle questioni che riguardano la cd. Smart City non è quante telecamere possiede, ma chi controlla il cervello che le collega tutte insieme.
Molte delle esperienze più avanzate a livello internazionale hanno compreso che una città intelligente non può limitarsi a raccogliere dati, deve anche costruire strumenti di partecipazione e controllo democratico sui dati stessi. A Bologna, ad esempio, il progetto del Digital Twin è stato accompagnato da percorsi di coinvolgimento civico e di co-progettazione. A Barcellona la discussione sulla Smart City ha portato alla creazione di piattaforme pubbliche attraverso cui i cittadini possono conoscere e contribuire alle scelte della città.
Perché Genova non potrebbe fare lo stesso?
Turi Palidda