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12-06-2026 – di: Andrea Bagni
Si è parlato molto dei giovani e delle giovani per il voto sul referendum costituzionale. Disimpegnati, apatici cronici – che si impegnano e vanno a votare. Sorpresa. A me è tornato in mente un brano del romanzo Sabato di Ian McEwan del 2005. Il figlio risponde al padre che mi pare gli chieda come mai non è in piazza per la guerra in Iraq.
Theo, il figlio, risponde: «Quando ci ostiniamo ad occuparci dei massimi sistemi, della situazione politica, del surriscaldamento dell’atmosfera, della povertà nel mondo, sembra tutto tremendo, senza possibilità di recupero, senza la minima prospettiva. Se invece ridimensiono il pensiero, avvicino lo sguardo – concentrandomi, che so, sulla ragazza appena conosciuta, oppure la canzone che vogliamo fare con Chas, o la giornata di snowboard il mese prossimo –, diventa tutto bellissimo.
Perciò d’ora in poi il mio motto sarà: solo pensieri su scala ridotta». Ho pensato anche al libro di grande successo di Michele Serra, Gli sdraiati. Solo una vita serenamente passiva e progetti da divano. Telecomando cellulare e popcorn.
Ma sono gli stessi giovani, così lontani dalla politica, che hanno riempito le strade per Gaza e la Flottiglia; che hanno votato in massa per difendere la Costituzione con il referendum, e prima ancora anche per i quesiti sul lavoro della Cgil? Sì, è passato un po’ di tempo ma sono loro. Sembra un paradosso.
Perché le ragazze e i ragazzi che incontriamo sono davvero disincantati rispetto alla dimensione tradizionale della politica.
E si sentono anche impotenti di fronte al disastro del mondo. Non solo i giovani peraltro. L’impotenza è un sentimento di massa, come il disincanto. Non si crede più nei governi o nelle opposizioni, nel sicuro avvento del sole dell’avvenire. Che lo Stato, le Leggi, le Istituzioni possano cambiare la tua vita, meno che mai.
Però quel disincanto e quel senso di impotenza nei giovani non producono affatto disimpegno. Anzi. È casomai la generazione di mezzo che scompare dai radar: i giovani e i vecchi li trovi nei luoghi della polis. Hanno il desiderio e anche la pratica della comunità.
Ho trovato una riflessione su questo agire senza certezze nel piccolo magnifico libro di Franco Marcoaldi, La Disperanza. Si racconta che in auto verso una gelateria di Orbetello, il giovane Leo dichiara di punto in bianco: «La sai una cosa? Ho vent’anni e non so cosa voglia dire “sperare in un mondo migliore”. […] Mi piace da pazzi viaggiare con gli amici, andare in luoghi lontani e magari conoscere qualche ragazza che mi fa battere il cuore. […] Adoro la gentilezza, soprattutto di sconosciuti incontrati per caso, che mi salutano per strada e neanche li conosco, mentre mi fanno infuriare le mille ingiustizie di cui è pieno il mondo e contro le quali scendo in piazza con altri ragazzi come me. […]
Ma la speranza in un mondo diverso, quella proprio non so cosa sia». La gentilezza. Mi ha fatto venire in mente la mia nipote di sette anni che mi ha detto chi sono per lei i super-eroi – come il nostro amico Filippo che, anestesista, è andato con Medici Senza Frontiere a Gaza. «Nonno ecco, sono quelli che fanno una cosa che gli sta molto a cuore, e la fanno con gentilezza».La gentilezza come una pratica rivoluzionaria, tessitura di umanità.
Dunque la generazione che si sente impotente e non spera in un futuro radioso, nelle magnifiche sorti e progressive, è tutt’altro che disimpegnata. Scende in piazza di fronte all’ingiustizia e al genocidio, va anche a votare per la Costituzione.
A Firenze riempie gli appuntamenti di lotta e di letteratura della ex Gkn – altra pratica conflittuale e amorosa di comunità. Quello che colpisce i nonni come me, è il rapporto che queste ragazze e ragazzi hanno con la rappresentanza. Zero, proprio zero.
Nessuna fiducia, non si aspettano niente.
Chissà perfino se vanno a votare per le politiche – se lo fanno penso sarà solo per scegliere il male minore, il meno peggio. Il mondo della politica istituzionale a me sembra per loro lontanissimo. Quindi nessuno si azzardi a pensare che quelli saranno tutti voti per il centrosinistra nel 2027.
Sarebbe un disastro annunciato. Forse ha fatto eccezione, ha superato questo baratro, il Governo Conte due, nella prima fase della pandemia. L’appuntamento delle 18 era una scadenza collettiva, intercettava un sentimento diffuso anche fra i miei studenti. Più o meno quel “nessuno si salva da solo” che – di nuovo – produceva il senso di una comunità e il valore dello spazio pubblico. Di cura e di relazione.
Si potrebbe pensare che sia compito della politica colmare la distanza, magari a partire da un programma elettorale adeguato, e certo non è sbagliato. Ma il messaggio dovrebbe essere radicale e i messaggeri sono radicalmente non credibili, così consumati dai politicismi, indesiderabili.
A me sembra che adesso quella disaffezione dalla rappresentanza sia un dato irreversibile. Quasi un tratto ontologico di questo protagonismo giovanile. Il punto però è che quella mancanza di speranza nello Stato e nella Politica può essere una ricchezza. Non c’è il sole dell’avvenire ma neanche qualcuno o qualcosa cui affidarsi che ti faccia aspettare fiducioso. Nessuna o nessuno a cui delegare o al cui esercito appartenere.
Aveva scritto Marco Revelli in un saggio bellissimo di venti anni fa, Oltre il Novecento, che il futuro sarebbe stato non di militanti ma di volontari, e oggi sono Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans che emozionano.
Quello che accende la partecipazione delle ragazze e dei ragazzi mi sembra una dimensione etica profonda, di politica esistenziale. Un sentimento di intollerabile ingiustizia, il bisogno di esserci individualmente con gli altri per gli altri.
Non si aspettano che cambi il mondo perché sono scesi in piazza, e però le riempiono lo stesso le strade. Perché non puoi farne a meno. Perché il mondo e la sua violenza sono entrati in quella “scala ridotta” dei pensieri, nel senso che sono diventate ferite personali. Il telecomando ti fa vedere bambini che muoiono di fame, barche affondate, persone a testa bassa piegate nell’umiliazione dei potenti.
E nel Mediterraneo non ci sono taxi, solo grandi cimiteri di mamme e neonati. E tutto ci tocca e ci riguarda. Non si può chiedere a questo slancio, che nasce da un sentimento, continuità e organizzazione. Di nuovo, ne è ontologicamente lontano. E tuttavia esiste, e immette nel tessuto discorsivo della società le sue parole e la sua etica. Non garantirà vittorie elettorali, forse, però educa e diffonde civiltà umana.
Questo esserci comunque, anche senza grandi certezze o facili speranze, scalda il cuore. Ha un che di leopardiano. Non ci sono paradisi alla fine, vite eterne da conquistare; siamo tutti gettati in un mondo privo di senso soprannaturale e senza eternità.
Ma in questo essere “ginestre” orfani di dio siamo fratelli e sorelle. E possiamo dare senso al mondo con quello che facciamo nel mondo noi stessi, per come ci aiutiamo a vicenda. Per come siamo sensibili alla sofferenza e sentiamo certe ferite come nostre. Non c’è bisogno di avere fede nella rivoluzione per essere rivoluzionari. Importa vivere intensamente – e con gentilezza – il nostro presente individuale e collettivo. Di individualismo comune. Come ha scritto Albert Camus (citato da Marcoaldi): «Mi rivolto dunque siamo».
Ho l’impressione che sul piano del voto politico, questa generazione sia condannata a quello che una volta di chiamava “voto d’opinione”. Cioè senza appartenenza.
Forse l’epoca delle forti appartenenze è finita con il Novecento e la storia dei partiti comunisti. Allora essere membri di un partito dava una sorta di orientamento universale, una chiave di lettura del mondo. Il principio e il fine di ogni agire politico.
A me allora sembrava un po’ una chiesa, però funzionava e faceva storia. Tuttavia oggi nessuna teleologia mi pare più possibile. Oggi forse conta più il percorso che la meta. Più i compagni di viaggio e il paesaggio che si incontra che l’obiettivo definito da raggiungere. Il paesaggio sono gli essere umani, le guerre, l’ambiente che devastiamo, le migrazioni che imprigioniamo per non riconoscere noi stessi in quella fragilità, in quel desiderio disperato e appassionato di vita.
Non so bene che può fare la politica istituzionale per questo mondo giovanile – e non solo giovanile. Intanto quello che ha scritto il 26 maggio Gaetano Azzariti su il manifesto: «In fondo, oggi, non è difficile interpretare le “passioni elementari espresse dal popolo” in sede referendaria.
Esse sono quelle che la nostra Costituzione ha scritto alle origini della nostra Repubblica, e che sono state progressivamente abbandonate e sostituite da altre. Le piazze le hanno ribadite, protestando contro tutte le guerre e riaffermando il principio pacifista, ribellandosi alla concentrazione dei poteri dei nuovi “re” (No Kings) e rivendicando il protagonismo del demos, inorriditi dal genocidio dei popoli e a favore dei diritti umani, opponendosi alle misure di esclusione dei “diversi” e invocando processi di integrazione tra i popoli».
Provarci almeno a interpretare quelle passioni.
Praticare da subito una sorta di etica radicale del linguaggio per una politica radicale. Che garantisca la vita sul pianeta, la pace, spazi pubblici, reti di relazioni radicalmente antiautoritarie. Relazioni in cui essere intere e interi. Con il diritto alla gioia e al piacere.
Sui cartelli delle ragazze alle manifestazioni del Friday For Future il lavoro del femminismo appariva chiaro. “Le stagioni sono più irregolari del mio ciclo”, “C’è più foresta sulle mie gambe che nell’intero pianeta”, “Se si sciolgono i ghiacciai come lo facciamo il mohito”, “Sopra i 40 gradi solo i super alcolici”, “La crisi climatica è più reale dell’orgasmo delle vostre mogli”… In fondo il femminismo è l’unica rivoluzione che nel Novecento si è realizzata. E ancora agisce. La vita politica oggi è personale oppure non è niente, si perde nell’iperuranio del chiacchiericcio mediatico.
Questa moltitudine di ragazze e ragazzi, che appare e scompare dalla sfera pubblica, ma esiste, è lontanissima dall’immaginarsi membro di un partito che dovrebbe conquistare lo Stato, per poi cambiare il mondo dal potere. Ma forse è capace di produrre spostamenti molecolari. È capace di resistenza, esodo, diserzione, per fare comunità altrove. Magari a partire dai propri divani. Sono gli sdraiati che ci salveranno.