Da una email di movimentodilottaperlasalute@rete-ambientalista.it
23 giugno 2026
Prima puntata, Solvay imputato di pietra.
Al Processo di Vicenza sono stati condannati i manager di Miteni (a 17 anni e 6 mesi Brian McGlynn e a 17 anni Luigi Guarracino, entrambi provenienti da Spinetta Marengo, l’uno da Ausimont l’altro da Solvay), nonché i vertici della lussemburghese ICIG e della giapponese Mitsubishi. Queste due società sono chiamate a rispondere civilmente del danno (circa 56,8 milioni di euro al Ministero dell’Ambiente, 6,57 milioni alla Regione Veneto, 844 mila all’ARPAV, oltre a centinaia di parti civili a 15.000 euro ciascuna). Ebbene, detto chiaramente: ai risarcimenti dovrebbero provvedere, in solido, soggetti per lo più falliti imputabili fino al 2008 o irraggiungibili. Ma non Solvay/Syensqo, che invece è riccamente solvibile.
Solvay non compare né tra gli imputati, né tra i responsabili civili, né nel dispositivo. Non perché la Corte l’ha assolta ma perché non l’ha giudicata, cioè perchè l’Accusa non l’aveva portata a giudizio. Avrebbe dovuto, perché il committente di Miteni per il pfas cC6O4 negli anni 2000 è stata la monopolista Solvay: «A Trissino arrivava una resina dall’impianto Solvay in Italia (Spinetta Marengo) -si legge in sentenza- Dalle resine che provenivano da Solvay veniva recuperato il C6O4… e allo stesso modo poi veniva commercializzato restituito in parte all’impianto Solvay». Il flussoentra da Spinetta, viene lavorato a Trissino, e torna indietro come prodotto. A Trissino resta lo scarto, scaricato nelle falde acquifere.
Qui, nel trattamento dello scarto, sta il cuore dei delitti: avvelenamento doloso di acque destinate all’alimentazione e disastro ambientale. Lo smaltimento del rifiuto, la parte più sporca, era compito di Miteni,ma chi governava il ciclo che conoscevadolosoera Solvay. Il rifiuto finisce nelle falde idriche destinate all’alimentazione umana.
Centinaia di migliaia di persone la berranno per decenni, prima PFOA e poi Cc6O4.
“La piena consapevolezza”, il dolo di Solvay è irrefutabile. La sentenza stabilisce negli atti che i ricercatori del CNR, quando anni prima avevano cercato l’origine dell’inquinamento Pfas «risalendo il fiume Po», avevano «identificato nello stabilimento Solvay Solexis di Spinetta Marengo, che scaricava in Bormida la sorgente principale di PFOA nel fiume Po».
A Spinetta, Solvay continua a produrre Cc6O4 e a inquinare a livelli da Guinness dei primati. È il filo che la prossima puntata seguirà fino in fondo.
Nella prima puntata ci sono tutti i fatti, tutti accertati in una sentenza. Ciò che resta, che la Corte di Vicenza non fa, l’ha fatto Luca Santa Maria (l’avvocato già leader del collegio di difesa di Solvay nel precedente processo incentrato sul cromo esavalente) che ha depositato esposti alle Procure di Alessandria e di Vicenza. ESCLUSIVO clicca qui . Sono il cordone ombelicale che lega i due processi.
La qualificazione giuridica che se ne può trarre è: “che chi [Solvay] fornisce la materia, ne disegna il ciclo, ne ricava il prodotto e ne conosce la pericolosità, risponde in concorso (art. 110 c.p.) per l’evento che quel ciclo produce anche se materialmente la causa prossima, cioè l’immissione criminale nell’ambiente, è ascrivibile a un altro, in questo caso Miteni e alla sua condotta scriteriata nella gestione del rifiuto”. Il diritto, per arrivarci, non ha quindi bisogno di «bucare il velo» della società: non sa che farsene dei veli della personalità giuridica. Contano i fatti e il nesso di causalità tra ciascuna condotta e l’evento.
E i fatti portano ai mandanti. E lo standard della colpevolezza soggettiva è già scritto in questa sentenza: il dolo eventuale di chi accetta il danno «come prezzo da pagare» per il profitto. E Solvay deve pagare, come incitava al primo processo il procuratore generale della Cassazione.
Pronta la class action in Veneto.
In sede penale le Vittime, morti e ammalati, non hanno la possibilità di risarcimenti correlati alle patologie subìte. Per l’inquinamento da Pfas nelle province di Vicenza, Padova e Verona, in sede civile, comitati e associazioni sono pronte a una class action collettiva per chiedere risarcimenti per le 350mila persone residenti nelle zone.
Nel documento legato alla class action risarcitoria, denominato “Pfas Action”, si legge che “sebbene il processo penale si sia concluso con le condanne a 140 anni di reclusione totale, una vasta parte della popolazione colpita è rimasta esclusa dal risarcimentoo dalla possibilità di costituirsi parte civile”.In sede civile si rimedierà all’ “ingiustizia”.
Questa class action si somma ad una già lanciata mesi fa da uno studio legale e che metterà insieme non solo le parti civili ma sarà aperta a tutti.
Cause simili negli Stati Uniti, e anche in Australia recentemente hanno portato a richieste di miliardi di dollari.
Esami all’estero se vuoi controllare i pfas.
Voli gratuiti, alloggio pagato e screening del sangue a Bruxelles per le donne in età fertile. È la concreta iniziativa lanciata dall’eurodeputata di Europa Verde, Cristina Guarda, per sopperire a una grave mancanza del sistema sanitario italiano: l’impossibilità di accedere gratuitamente a esami specifici per rilevare la presenza di TFA (acido trifluoroacetico) e altri PFAS nel sangue, sostanze ritenute altamente nocive per la fertilità e lo sviluppo fetale.
L’iniziativa ha già coinvolto circa trenta donne – tra mamme, donne in gravidanza e giovani che pianificano una maternità – provenienti dalle aree contaminate del Veneto ma anche da altre regioni d’Italia.
I dati ematici raccolti, nel pieno rispetto della privacy, verranno aggregati e analizzati da un team di epidemiologi di fama internazionale. Tra questi figura il dottor Philippe Grandjean, l’esperto danese che ha definito i PFAS «il nuovo amianto» e che ha già testimoniato in aula al processo contro gli imputati del disastro ambientale della Miteni di Trissino.
Perché viaggiare fino a Bruxelles? Perché in Italia non ci sono laboratori che fanno questo tipo di analisi a tutti: sono gratuite o a pagamento solo per chi è sottoposto al biomonitoraggio.
Il cittadino boccia il sindaco che non tutela la salute.
Quando ha sottoscritto con Solvay il patteggiamento, col quale revocava la parte civile del Comune di Alessandria dal processo penale, scatenandosi addosso dalla bocca di Comitati e Associazioni ambientaliste una bufera di sarcasmi (“i trenta denari “…per tagliare l’erba nei cimiteri), avevamo commentato che il sindaco Giorgio Abonante si era giocato le residue probabilità di essere rieletto.
D’altronde, era già stato al centro di aspre critiche per non aver agito contro Solvay quale massima autorità sanitaria locale, anzi, per tali giudizi aveva querelato Lino Balza per presunta diffamazione. Ora, aveva aperto addirittura la strada a Regione e Governo per un patteggiamento globale che salvava la multinazionale belga dalle condanne penali.
Oggi, la previsione sul futuro politico di Giorgio Abonante, bocciata anche in CGIL, è confermata dal “playbook” realizzato da “LAB 21”, direttore Roberto Baldassari. L’apprezzatissima società di consulenza strategica integrata, in partnership con il settimanale Il Piccolo, fa una lettura comparata del capitale politico delle amministrazioni di Alessandria, Acqui Terme, Casale Monferrato, Novi Ligure, Tortona e Ovada.
Anche Abonante supera (92,7%) la media italiana della visibilità, ovvero della notorietà fra i cittadini. E proprio qui casca l’asino, quando si passa dalla conoscenza alla fiducia, dal dominio dello spazio mediatico al consenso. La notorietà non fa che amplificare il malcontento della cittadinanza. Abonante, infatti, registra una fiducia del 34,5%, cioè una distanza abissale tra iper-notorietà e approvazione del suo operato fra i cittadini: innanzitutto per la tutela della salute. Il cittadino, che individua nel sindaco la prima autorità sanitaria del territorio, pretendeva atteggiamenti attivi per l’emergenza del polo chimico della Fraschetta, piuttosto che fare fronte comune con la destra in Regione.
In conclusione, nel dossier di LAB 21, la matrice diagnostica della legittimazione, che incrocia il livello di fiducia con l’intenzione di voto, pone Abonante in zona rossa: fuori della partita delle elezioni 2027 con appena il 32,1% di elettori disponibile a votarlo.
Ma l’elettorato vuole un reset radicale, non solo del primo cittadino. Il messaggio è chiaro alla coalizione, che si è retta sull’asse PD-Cinquestelle (peraltro gli ex grillini sono in crisi in tutta la provincia), e alla quale si sarebbe avvicinata AVS. Invece, il potente segretario PD alessandrino Rapisardo Antinucci, spalleggiato obtorto collo dal consigliere regionale Domenico Ravetti, ripropone la vecchia guardia locale attorno ad Abonante: “Per noi la conferma di Giorgio è una prospettiva naturale”. Anche se a Torino è già stato discusso l’“Amoveatur ut promoveatur”, clicca qui. Agli utili alleati il monito: o mangiate la minestra o saltate dalla finestra delle primarie.
L’analisi di LAB 21 è stata solo il primo tassello scientifico e editoriale, al quale seguiranno due focus dedicati ai consiglieri e assessori regionali del territorio, nonché ai deputati eletti in provincia. Ora sono tutti sul chi vive.
L’Arpa è imparziale con Solvay?
Non è l’ennesima nostra polemica nei confronti dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale, ma è la domanda che è stata rivolta da più parti e alla quale il direttore regionale Secondo Barbero ha rassicurato Radio Gold sulle misure adottate a maggio dall’Arpa a fronte della controversa nomina di Miriam Arca a direttrice dello stabilimento Solvay Syensqo di Spinetta Marengo (https://www.rete-ambientalista.it/2026/05/02/la-strategia-solvay-di-occupare-le-istituzioni-passa-anche-dalla-strategia-dellimmagine/). Il marito della direttrice, infatti, è dipendente dell’Agenzia nel ruolo di chimico “inseritoin un dipartimento che riguarda due province, quella di Alessandria e quella di Asti, non solo del sito di Spinetta”.
Le misure adottate riguardano l’astensione completa del dipendente da qualsiasi attività collegata al sito Solvay di Spinetta Marengo. E non soltanto per quanto riguarda i rapporti con la società coinvolta, ma anche rispetto a tutti i procedimenti e alle attività riconducibili a quell’ambito. È stato inoltre disposto il divieto di accesso alle informazioni e alla documentazione inerente tali pratiche.
“Non ci sono mai stati momenti di conflitti di interesse con il dipendente della nostra agenzia” rassicura Barbero “Da maggio, abbiamo infatti attivatotutte quelle riorganizzazioni necessarie a consentire un’indipendenza tra le attività di Arpa di controllo, di vigilanza e di gestione amministrativa verso questo impianto rispetto alle attività svolte da questa persona che, quindi, non riguardano lo stabilimento di Spinetta Marengo, né dal punto di vista tecnico, né dal punto di vista amministrativo e neanche nella disponibilità di informazioni riservate che potrebbero in qualche modo non determinare una imparzialità della nostra agenzia nelle funzioni che svolgiamo”.
“Da quando siamo venuti a conoscenza della nomina a direttrice della dottoressa Arca, il primo maggio, abbiamo attuato queste azioni. Ripeto: il marito non sarà assegnato ad attività di analisi che hanno un collegamento con quelle che Arpa svolge verso il sito in questione”. “Prima di maggio se ne occupava nelle sue attività ordinarie sì, ma non in maniera prioritaria. Però, da maggio il rischio di conflitto di interesse era concreto e quindi era opportuno adottare queste azioni che ho spiegato”. “Quando siamo venuti a conoscenza di questa evoluzione degli incarichi ci siamo mossi in maniera preventiva proprio per sgomberare il campo da qualunque dubbio sull’imparzialità e sull’azione della nostra agenzia”.
Ma l’azione dell’Arpa non sembra propriamente “preventiva”. Prima del maggio 2026, infatti, Miriam Arca aveva lavorato per venti anni (dal 1999) nel sito alessandrino, passando per ruoli come Manufacturing Excellence Change Agent e Area Manager (a prescindere che negli ultimi due anni aveva diretto il sito Syensqo di Ospiate, frazione di Bollate).Eppure, secondoBarbero, per quei due decenni “Non esistevano i presupposti per ipotizzare conflitti di interesse”. Anzi, “Non posso escludere a priori che non ci siano altri dipendenti di Arpa Piemonte che abbiano delle parentele con persone che lavorano in Solvay Syensqo”. Non sarebbe opportuno verificarlo, Secondo Barbero?
L’Osservatorio Ambiente… che non si occupa di Solvay.
La Commissione (neppure lontana parente dell’”Osservatorio ambientale della Fraschetta” del 16 luglio 1988) è guidata dal sindaco di Alessandria Giorgio Abonante e presieduta da Adriano Di Saverio e dall’assessore all’Ambiente Daniele Coloris. Ne fanno parte esperti e tecnici di Arpa Piemonte Sud Est, Asl Al, Direzione Ambiente della Provincia, Amag Reti Idriche e Ambiente.
In precedenza, avevamo fatto sarcasmo (clicca qui) sull’annuncio dell’Osservatorio: “Scatta la bonifica delle discariche nella Fraschetta”. In realtà una bonifica giammai riferita alla questioncella della Solvay bensì al problemone de “gli interventi contro le discariche abusive, rimozione dei rifiuti abbandonati, ripristino dello stato dei luoghi a Spinetta Marengo, in particolare rifiuti ingombranti e indifferenziati, macerie da scarico, materiale isolante e ondulina catramata, eventuale amianto”.
Ebbene, l’Osservatorio Ambiente è reintervenuto a giugno 2026 “per analizzare le principali problematiche ambientali del territorio e individuare strumenti e strategie per migliorare la qualità dell’ambiente urbano e della vita dei cittadini”. In particolare, di nuovo: “Rafforzare i controlli contro l’abbandono illecito dei rifiuti. L’Osservatorio ha riconosciuto i progressi compiuti grazie al ripristino dei servizi di ispezione ambientale presso Amag Ambiente e il Comando di Polizia Locale, oltre all’introduzione di strumenti tecnologici come le fototrappole. Nonostante i risultati ottenuti, i componenti dell’organismo ritengono necessario incrementare ulteriormente le attività di controllo e monitoraggio, favorendo così una presenza sempre più capillare ed efficace sul territorio per contrastare i comportamenti scorretti che incidono sul decoro urbano e sull’ambiente”.
Inoltre, tra le azioni che saranno seguite dalla Commissione nei prossimi mesi figura anche lo sviluppo delle Comunità Energetiche Rinnovabili (Cer) e l’avvio del consueto pleonastico studio epidemiologico sulla Fraschetta, recentemente approvato e finanziato dal Comune di Alessandria in collaborazione con l’Università del Piemonte Orientale.
Pfas nel vino.
Per i vigneti del Monferrato alessandrino (barbera, gavi, grignolino), che sulle colline si riparano dai venti della pianura che sbuffano dalle ciminiere della Solvay di Spinetta Marengo, un segnale di allarme proviene dal Veneto.
Già abbiamo visto il Pfas TFA nelle bottiglie di prosecco (Mionetto, Cinzano e Martini). Ora, uno studio dell’università Ca’ Foscari di Venezia, pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Pollution, ha analizzato 76 bottiglie prodotte tra il 2017 e il 2023 nelle province di Verona, Vicenza e Padova interessate dal disastro ambientale dello stabilimento ex Miteni, tra la zona rossa e la zona arancione della contaminazione da Pfas. In 75 campioni su 76 sono state trovate tracce di Pfas (cancerogeni PFBA ovvero PFOA) e in 73 casi le concentrazioni erano misurabili (concentrazione mediana di 196 nanogrammi per litro e picchi superiori ai 18mila nanogrammi per litro).
Isde-medici per l’ambiente stimano che consumi elevati di vino possano portare al superamento della dose settimanale tollerabile stabilita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo alla settimana).
Lo studio dell’università di Venezia conferma la necessità di affrontare i Pfas non come emergenza episodica, ma come problema strutturale di prevenzione primaria: cioè con controlli ovvero eliminazione sulle sorgenti di contaminazione (leggi: impianti di produzione, cioè Spinetta) che entrano nelle filiere agricole e alimentari.
Infatti, eliminare il vino dalle tavole non è la soluzione. Non ci dimentichiamo la presenza di Pfas nelle acque minerali (Panna, Levissima, Rocchetta, San Pellegrino, Sant’Anna, Uliveto, ecc.) e nelle birre: 95% degli Stati Uniti presso le aree contaminate. La soluzione è eliminare i Pfas.
Pfas nel cibo.
La presenza di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) nei mangimi è una delle principali vie di contaminazione della catena alimentare. I limiti massimi sono regolamentati per gli alimenti di origine animale (come carne, pesce e uova), mentre per i mangimi ci si limita ad applicare raccomandazioni di monitoraggio europeo per limitare il bioaccumulo.
I mangimi (compreso il pet food) non contengono PFAS come ingredienti intenzionali, ma possono esserne contaminati.
I mangimi sono contaminati da terreno e foraggio attraverso l’uso di fanghi di depurazione o l’irrigazione con acque sotterranee contaminate, da bovini, avicoli e suini che assorbono i PFAS direttamente dall’acqua, da farine di pesce e mangimi ittici, dal contatto con imballaggi plastificati/impermeabili usati per gli animali domestici.