Numeri, politiche e programmi: il quadro del riarmo italiano

Dal blog https://www.lindipendente.online

23 Giugno 2026 Dario Lucisano

Negli ultimi anni, il governo italiano ha rilanciato le proprie politiche di riarmo. Nel 2025 l’Italia ha segnato il record assoluto di finanziamenti indirizzati all’industria della difesa e ha raggiunto il traguardo prefissato del 2% del PIL di spesa nel settore. Nonostante Roma non possa considerarsi al pari di Washington, il Belpaese risulta in proporzione tra i primi ad avere aumentato le esportazioni di armi e gli investimenti nella produzione.

Questo rinnovato slancio bellico si colloca sullo sfondo di un contesto geopolitico incerto, a cui l’UE ha scelto di rispondere promuovendo gli sforzi per migliorare la propria industria armata; trainate dai programmi comunitari e dalle imposizioni dell’Alleanza Atlantica, le politiche di riarmo stanno intaccando i fondi destinati alle periferie, e incoraggiando i membri a fare debito per comprare le attrezzature, smantellando quel po’ di Stato sociale che resisteva all’interno dello spazio europeo. 

I numeri del riarmo italiano 

Per quanto riguarda il settore della difesa, l’Italia non ha mai speso tanto quanto nel 2025. Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), il maggiore istituto di ricerca di studi di pace al mondo, l’Italia ha destinato al settore della difesa 41,10 miliardi di euro, pari al 2% del PIL, soglia concordata con l’Alleanza Atlantica nel 2014.

Tale cifra è valsa il dodicesimo posto al mondo nella speciale classifica di Paesi per spesa in armi, il sesto se si contano solo quelli del G7, quarto in Europa, e terzo nell’UE. In proporzione, tuttavia, l’Italia è uno degli Stati che ha aumentato maggiormente i propri investimenti: con il +20% di spese rispetto al 2024, l’Italia è il terzo Paese del G7 per aumento di fondi destinati al riarmo, e il secondo in Europa e nell’UE. Sul versante delle esportazioni, invece, nessuno è come noi: lo stesso SIPRI documenta che nel periodo 2021-2025 l’Italia ha aumentato le proprie esportazioni di armi del 157%, figurando il primo Paese del G7 per aumento di volume di export. La maggior parte della produzione bellica italiana, che in totale vale il 5,1% delle esportazioni belliche mondiali, va in Medio Oriente. 

I numeri del 2026 non sono ancora disponibili. Cionondimeno, secondo i dati ministeriali, forniti dallo Stato di previsione della spesa per l’anno finanziario 2026, una relazione annuale sulle spese di bilancio, nell’anno corrente l’Italia destinerà oltre 32 miliardi di euro al solo Ministero della Difesa: di questi, 8,76 miliardi sono destinati al programma di «approntamento e impiego dei Comandi e degli Enti interforze dell’Area tecnico/operativa»,

7,5 miliardi andranno ai carabinieri, 6,3 miliardi alle forze di terra, quasi 3 miliardi alle forze aeree, poco meno di 2,5 miliardi alla pianificazione generale delle Forze Armate, e 2,44 miliardi alla Marina; a esse si aggiungono le spese istituzionali e relative ai programmi di sviluppo.

Tali voci, insomma, non contano i progetti infrastrutturali civili a doppio uso, e quelli finanziati nell’ambito delle spese extra-ministeriali o di ministeri differenti. 

Piani e programmi di Italia ed Europa 

A costituire le fondamenta del piano di riarmo italiano, oltre alle spese di bilancio, vi sono i programmi delineati nell’ambito di accordi istituzionali, partenariati industriali, o direttamente in sede europea ed euroatlantica; ve ne sono una quantità smisurata, che rende pressoché impossibile fornirne una lista esaustiva.

Nonostante la mole di contenuti da analizzare – e soprattutto cercare – l’osservatorio Mil€x ha condotto un’analisi sugli ultimi anni di governo Meloni, ricostruendo le piattaforme che hanno permesso il progressivo rinnovamento dello strumento militare italiano. Secondo i dati forniti da Mil€x, in poco più di tre anni di legislatura sono stati avviati 78 programmi di riarmo con stanziamenti pluriennali per un totale di oltre 35 miliardi di euro: uno dei capitoli più pesanti è costituito dalla componente corazzata, che include tanto carri armati e semoventi quanto piattaforme, contando fino a 132 MBT di nuova generazione e fino a 140 mezzi derivati per recupero, soccorso, gittaponte e compiti del genio; in totale sono stati stanziati 15,2 miliardi di euro.

Sul fronte dell’aviazione, uno dei programmi più attesi è quello relativo all’acquisto di nuovi caccia Eurofighter Typhoon, per un valore stimato di 7,2 miliardi di euro; a esso si aggiungono gli 8,7 miliardi destinati al GCAP (Global Combat Air Programme), ovvero il caccia di sesta generazione sviluppato insieme al Regno Unito e al Giappone.

Sul versante della marina, sono attivi diversi programmi di acquisto e sviluppo di sottomarini, navi spia e fregate, per un valore complessivo di oltre 7 miliardi, mentre per quanto riguarda la difesa aerea e antimissile sono presenti programmi dal valore di oltre 3,5 miliardi. 

Il caccia Eurofighter Typhoon

I programmi italiani sono guidati dai piani di riarmo delineati da NATO e Unione Europea. Subito dopo il raggiungimento della soglia del 2% del PIL, l’Alleanza Atlantica ha concordato un ulteriore innalzamento delle spese fino a raggiungere il 5% del PIL. L’accordo prevede di aumentare le capacità nazionali della Difesa al 3,5% del PIL, aggiungendo un ulteriore e più discrezionale 1,5% in investimenti correlati, tra cui le infrastrutture e la cybersicurezza.

Secondo le stime del medesimo osservatorio Mil€x, per raggiungere tale cifra, l’Italia dovrebbe investire circa 66 miliardi di euro in più all’anno nella Difesa. 

Parallelamente, l’UE ha lanciato ReArm EU, poi ribattezzato in un più blando Readiness 2030: prevede l’investimento di 800 miliardi di euro di qui al 2030 da destinare all’industria della difesa.

I pilastri fondamentali di ReArm sono due: da una parte un allentamento dei vincoli del patto di stabilità e crescita che, secondo la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, genererebbe 650 miliardi di euro; il piano di Von der Leyen è quello di concedere deroghe al Patto ai Paesi che presentano piani relativi al settore della difesa, aprendo di fatto all’indebitamento.

Dall’altra parte c’è SAFE, un fondo da 150 miliardi di euro destinato a fornire prestiti agli Stati UE per finanziare progetti di riarmo; nell’ambito di esso, l’UE ha già approvato 16 piani presentati dai membri, tra cui anche quello dell’Italia, che ha chiesto l’accesso a 14,9 miliardi di euro.

A tali politiche si aggiungono altre misure di minore portata economica, come per esempio l’apertura a una revisione dei programmi relativi ai fondi di coesione agli Stati che ne fanno richiesta; anche in questo caso, l’Italia ha reindirizzato parte dei propri fondi – oltre 200 milioni – dallo sviluppo alla difesa. 

Le politiche di produzione e conversione 

Se i programmi attivi e i piani in essere gettano le basi per il riarmo italiano (e continentale), a guidarlo davvero sono le politiche. Anch’esse, come gli stessi programmi, sono diverse e diversificate, ma generalmente seguono due direttrici: da una parte, aumentare produzione e soldati, dall’altra adattare e convertire quanto già presente.

Crosetto è tornato a più riprese sul primo di questi temi: secondo il ministro, oggi l’Italia si trova ad affrontare scenari di rischio che fino a cinque anni fa «non erano prevedibili» e, per tale motivo, vanno aumentate le risorse destinate alla difesa, anche in termini di uomini; di preciso, ritiene Crosetto, per garantire un’adeguata difesa del Paese, l’Italia dovrebbe disporre di un esercito con un contingente di almeno 200mila uomini, contro i 170mila attualmente arruolati. Di fronte ai maggiori Paesi europei che stanno promuovendo il ritorno della leva, inoltre, Crosetto ha iniziato a introdurre il tema anche in Italia.

Quello che ha in mente «è uno schema che in qualche modo non è molto diverso da quello tedesco, perché prevede una volontarietà», ha spiegato. 

Il governo ha moltiplicato annunci e investimenti nel riarmo, rilanciando l’industria della difesa italiana nel quadro delle strategie NATO ed europee. Una corsa che favorisce soprattutto i produttori di armi

Altro cavallo di battaglia del governo in materia di riarmo è quello della conversione delle fabbriche.

Il ministro delle Imprese Urso è tornato più volte sul tema: a suo avviso, di fronte alla crisi del settore auto, una soluzione potrebbe essere quella di cambiare la produzione degli stabilimenti di tale industria, riorientandola verso il settore della difesa.

La questione della riprogrammazione della produzione non si esaurisce qui: secondo Urso, l’Italia dovrebbe puntare maggiormente sulla costruzione di tecnologie facilmente adattabili a scopi militari, come per esempio nel caso di radar e sistemi di sorveglianza e monitoraggio. A tal proposito, in sede europea è già attivo un progetto per costruire infrastrutture utili tanto a scopo civile quanto a scopo militare.

Ultima, ma non per importanza, la questione dell’ampliamento delle fabbriche già attive. È il caso per esempio dello stabilimento del colosso tedesco delle armi Rheinmetall in Sardegna, che nonostante sia stato costruito senza passare al vaglio dei controlli ambientali è stato autorizzato dallo stesso Ministero dell’Ambiente.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.

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